IL CLIMA PEGGIORA, MA LE POLITICHE VERDI NON SONO PIÙ POPOLARI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL CLIMA PEGGIORA, MA LE POLITICHE VERDI NON SONO PIÙ POPOLARI da IL MANIFESTO

Il clima peggiora, ma le politiche verdi non sono più popolari

Angelo Mastrandrea  04/06/2026

Paradossi Più la crisi climatica diventa evidente e grave, più le politiche necessarie per contrastarla incontrano resistenze e diventano impopolari

In Il paradosso verde (Laterza, pp. 184 , euro 15), Roberto Della Seta indica una contraddizione: più la crisi climatica diventa evidente e grave, più le politiche necessarie per contrastarla incontrano resistenze e diventano impopolari. Spiega che, se alla fine degli anni Sessanta i primi allarmi ambientali furono avversati da una parte della sinistra che non li considerava politicamente rilevanti, ora sono le destre populiste a contestarli: considerano le politiche ambientaliste «un lusso per ricchi» e definiscono il Green deal come una minaccia mortale per le persone comuni. Questa campagna ha fatto breccia nella popolazione.

IL CAMBIO DI OPINIONE è avvenuto in pochissimi anni. Nel 2019 i partiti verdi hanno ottenuto i risultati migliori della loro storia in Germania e in Francia, il movimento dei Fridays for future sembrava promettere un nuovo Sessantotto ecologista e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo discorso di investitura ha annunciato un Green deal, un piano ambizioso per realizzare la transizione ecologica nel continente.

POI È CAMBIATO TUTTO. Hanno inciso l’impoverimento provocato dalla pandemia di Covid, la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, la propaganda a colpi di fake news che ha contribuito alla crescita dei sovranismi e alla vittoria negli Stati Uniti di Donald Trump che ha cambiato l’agenda politica globale. «È un paradosso che nasce da circostanze storiche e geopolitiche eccezionali, ma legato anche alla timidezza dei sostenitori della transizione ecologica – che sono una élite – nella società, nell’economia, nella politica e nei media nel rivendicare pubblicamente le proprie convinzioni green, nonché alla loro sostanziale incapacità di calarle nel cuore e nel cervello dei loro popoli», scrive Della Seta.

BASTEREBBE FAR PASSARE il messaggio che l’ulteriore crisi energetica provocata dalla guerra in Iran sta colpendo in particolare i paesi che hanno rallentato la transizione dai fossili alle rinnovabili, come l’Italia. Lo ha ricordato il primo ministro spagnolo, il socialista Pedro Sanchez: il prezzo dell’energia in Spagna è molto più basso che nel resto d’Europa perché il paese iberico ha puntato molto sull’energia eolica e solare. In Basilicata, che ha le riserve di petrolio più importanti d’Europa, la benzina costa più che nel resto d’Italia e le bollette dell’energia quest’anno costeranno ai lucani 243 milioni di euro in più.

LA CONTRO-NARRAZIONE nazional-sovranista riesce ancora a egemonizzare il discorso pubblico. Anche la crisi di Electrolux, che licenzierà 1700 persone in Italia per spostare la produzione di cappe aspiranti per cucine in Polonia, per il governo italiano è responsabilità delle politiche verdi: il ministro del Made in Italy Adolfo Urso se l’è presa con i vincoli ambientali del Green deal europeo, che favorirebbero la concorrenza asiatica, e dall’opposizione nessuno ha ribattuto.

UN ULTERIORE PARADOSSO è che il negazionismo vince proprio mentre la crisi climatica accelera e gli eventi estremi la rendono palese a tutti. Se il clima sociale e politico contro le politiche green è ostile, «sempre più ostile è anche l’andamento del clima vero e proprio sulla Terra, la sua mutazione in pieno corso verso temperature sempre più calde e fenomeni meteorologici estremi – siccità, uragani, alluvioni – sempre più intensi», scrive Della Seta.

LA NARRAZIONE DELLA DESTRA poggia sul fatto che la transizione ecologica ha dei costi sociali. L’errore di chi la propone e la sostiene è stato quello di non prospettare una soluzione che li distribuisca in maniera equa, lasciando percepire che a rimetterci sarebbero state le classi più svantaggiate. Si sarebbero dovuti spiegare con chiarezza e nel dettaglio i costi sociali della transizione ecologica e i suoi benefici per il benessere dell’umanità, che sono maggiori.

IL RESTO LO HANNO FATTO le politiche delle destre al governo: in Italia il governo Meloni ha di fatto azzerato gli incentivi per il fotovoltaico e ha bloccato i progetti di conversione dal fossile alle rinnovabili, come a Civitavecchia dove la vecchia centrale a carbone doveva diventare un parco eolico. Non ha puntato sull’elettrificazione dei processi produttivi e dei trasporti, salvo poi essere costretto a ridurre le accise per limitare gli aumenti della benzina.

QUESTA SITUAZIONE per Della Seta è il prodotto di dinamiche complesse: tra quelli strutturali ci sono la difficoltà di mobilitarsi per dei rischi futuri e non immediatamente percepibili e soprattutto l’ascesa di altri big player globali: insieme al green deal occidentale è in discussione il modello di globalizzazione del dopo guerra fredda.

SECONDO L’AUTORE, per uscire dal paradosso verde non basta ribadire l’emergenza ambientale: occorre anche combattere la disinformazione, spiegare con chiarezza i costi dell’inazione climatica e costruire politiche ecologiche che siano percepite come socialmente eque e non come sacrifici imposti dall’alto.

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