IL NUOVO FEUDALESIMO DI CASTE E CORPORAZIONI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL NUOVO FEUDALESIMO DI CASTE E CORPORAZIONI da IL MANIFESTO

Il nuovo feudalesimo di caste e corporazioni

COMMENTI. Grandi multinazionali, banche assicurazioni, fondi di investimento, imprese alimentari, dell’edilizia investono in lobbyng quantità smisurate di denaro

Gaetano Lamanna  11/01/203

Tutti i mali sociali, per Rousseau, cominciano dal momento in cui l’uomo ha «recintato» un pezzo di terra. L’atto di nascita della proprietà privata segna, al tempo stesso, l’origine de l’inègalitè parmi les hommes. Da allora qualsiasi bene materiale e immateriale si è dotato di uno scudo legale: nelle città del medioevo le botteghe d’arte e mestieri, il credito, il prestito, e, via via, dopo la rivoluzione industriale, le società di capitale, gli asset finanziari e immobiliari, i fondi fiduciari, e poi ancora i copyright, i marchi di fabbrica, i know-how, i brevetti, le piattaforme digitali.

Dalle enclosures delle terre siamo arrivati alle enclosures della idee e della conoscenza. Oggi, a differenza che nell’Ancien Règime, i diritti promanano dalla legge, non sono concessioni del sovrano. Tuttavia, lo schema è sempre lo stesso: erigere «recinti giuridici», moderne reti di protezione, intorno alla ricchezza, ai privilegi da tutelare, alla proprietà materiale e intellettuale. Il diritto, come spiega bene Katharina Pistor, «crea ricchezza e disuguaglianza» (Il Codice del Capitale, ed. Luiss, 202l).

La legge, riflettendo sempre i concreti rapporti di forza politici e sociali, non è mai neutrale, determina vantaggi e svantaggi, vincenti e perdenti. Le cose si complicano ulteriormente quando nei processi legislativi e decisionali interferiscono le lobby, una moltitudine di valenti e ben pagati avvocati, tributaristi, ex politici, mediatori d’affari, impegnati a ottenere trattamenti speciali per i loro datori di lavoro nonché padroni dell’economia e della finanza.

Le lobby stazionano nei corridoi e nelle anticamere dei palazzi del potere e mollano la presa solo dopo aver confezionato abiti su misura ai processi di business. Si caratterizzano per scarsa trasparenza e non si fanno scrupolo, all’occorrenza, di ricorrere alla corruzione pur di piegare le regole agli obiettivi da raggiungere.

Benché volutamente si tenti di confondere le acque, esiste una differenza sostanziale tra lobby e associazioni di categoria, portatrici di legittime istanze sociali e ambientali. I gruppi di pressione entrano in scena quando si parla di tax expenditures (bonus, incentivi, detrazioni, esenzioni) e di condoni. La loro «manina» interviene nella stesura delle leggi, inserendo l’articolo o il comma adatto sul tema degli appalti piuttosto che sull’aumento di voci di spesa nel bilancio pubblico. Il loro campo d’azione è molto vasto e non risparmia le amministrazioni regionali e locali. A volte basta la variante ad un piano urbanistico o la modifica di una particella catastale per trasformare un terreno agricolo in una più redditizia zona edificabile, e via continuando.

Non è un caso che grandi multinazionali, assicurazioni, banche e fondi di investimento, imprese alimentari, dell’edilizia, ecc., investano una quantità smisurata di denaro in lobbyng. Il gioco vale certamente la candela se è vero che sistematicamente arrivano trattamenti di favore, tagli di tasse e concessioni di ogni tipo. Il risultato è lo spostamento di centinaia di miliardi di euro verso i ceti più agiati con conseguenze assai negative sul reddito degli strati meno abbienti. I regali fiscali al mondo delle imprese e del lavoro autonomo – dove, è bene ribadirlo, si concentra il grosso degli evasori – comportano minori entrate nei bilanci pubblici, tagli pesanti alla spesa sociale ed emissione di nuovi titoli di debito (a interessi più elevati).

Risulta evidente, dunque, come la pratica lobbistica influenzi oltre ogni limite l’allocazione delle risorse pubbliche, snaturi la vita democratica, alteri il mercato, accentui le diseguaglianze. Pierluigi Ciocca offre una chiave di lettura illuminante: «A differenza del passato anche lontano, quando prevaleva il contrario, la relazione ricchezza-potere oggi muove dalla ricchezza, e tuttavia il potere acquisito attraverso la ricchezza retroagisce sulla ricchezza, accrescendola, consolidandola, tutelandola. Spesso è semplicemente questa la finalità che induce chi è già ricco a ricercare potere nelle diverse forme e a praticarne l’uso per arricchirsi ulteriormente esercitandolo». E chiosa «Di tutto ciò risentono sia la concorrenza nell’economia sia la democrazia nella società», (Pierluigi Ciocca, Ricchi e poveri. Storia della diseguaglianza, Einaudi, 2021).

La forza delle lobby è correlata alla scarsa incisività o latitanza della sinistra e all’indebolimento dell’azione dei sindacati confederali. Quando si tratta di scegliere tra interessi privati e bene comune, politica e istituzioni scelgono puntualmente i primi. Il principio d’uguaglianza perde senso e significato. Qui è l’origine del «nuovo feudalesimo», del riprodursi di caste e corporazioni che pensavamo morte con l’Ancien Règime. Si è creata, a tutti i livelli, un’asimmetria assurda tra i privilegi per pochi e i diritti negati per molti. Nemmeno ai tempi dell’Ancien Règime c’erano livelli di diseguaglianza comparabili con quelli attuali. Manca il conflitto, il «popolo sovrano» decide sempre meno e la democrazia diventa un guscio vuoto.

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