GLI STRUMENTI “ARTIFICIALI” DELL’AUTORITARISMO da IL MANIFESTO
Gli strumenti «artificiali» dell’autoritarismo
Niccolò Nisivoccia 03/11/2026
Repressione Un futuro nel quale fosse vero anche solo il fatto che la decisione del giudice possa essere sostituita da quella di una macchina, avrebbe le sembianze di un incubo
Cosa sogna l’autoritarismo, rispetto al diritto? Quale idea di giustizia coltiva? Coltiva, fra le altre cose, lo stesso sogno che oggi l’intelligenza artificiale lascia intravedere concretamente, all’orizzonte: quello di un futuro nel quale la decisione del giudice possa essere sostituita dalla decisione di una macchina; nel quale la macchina scongiuri anche solo l’eventualità di un errore. Ma poi anche molto di più: sogna quei medesimi scenari già preannunciati più di vent’anni fa da un film come Minority Report (che a sua volta era tratto da un racconto di Philip Dick del 1956). E cioè una società nella quale sia possibile prevedere la commissione dei reati grazie a certe capacità precognitive; nella quale il reato non viene punito come fatto, ma come intenzione.
IN PARTE È GIÀ realtà: e basti pensare ai sistemi di riconoscimento facciale negli spazi pubblici, basati appunto sull’intelligenza artificiale, di cui si vorrebbe dotare le forze dell’ordine e di cui si è parlato quest’estate ed è prevedibile che si parlerà ancora molto, dopo i disordini delle ultime settimane. La direzione è la stessa di Minority Report: non solo la prefigurazione, ma perfino la conformazione del mondo secondo le volontà di potere di chi il potere lo detiene.
È facile capire come e quanto, qui, siano in gioco i nostri diritti fondamentali e la nostra libertà. Ed è ancora più facile capirlo proprio alla luce di quanto accaduto nelle ultime settimane. Il docente di diritto penale Vittorio Manes faceva, di recente, un esempio che in questi giorni appare quasi una preveggenza: andrò comunque in una manifestazione pur sapendo che il mio volto verrà registrato e magari catalogato fra quelli di persone considerate potenzialmente pericolose o facinorose? Siamo al bivio fra tecnologia e tecnocrazia, osservava Manes. Oppure, come scrive Asma Mhalla in Resistere ai tempi oscuri: siamo al bivio di una tecnologia che, da totalizzante, sta diventando sempre di più totalitaria. Di una tecnologia, in ogni caso, a rischio di asservimento da parte di autoritarismi più o meno velati.
Siamo in un mondo, insomma, nel quale la tecnica non sembra più accontentarsi di offrirci degli strumenti ma sembra voler configurare le condizioni stesse entro cui gli individui debbano agire, decidere, relazionarsi, costruire forme di appartenenza e partecipazione alla vita.
E SI CAPISCE allora come e quanto a venire in gioco qui sia la stessa struttura degli ordini politici e giuridici e degli assetti di potere. Come si domanda una giovane filosofa del diritto, Mariapia Romeo, che lavora proprio su questi temi: se il funzionamento dei sistemi diventa autosufficiente, quale spazio rimane per la libertà? Se il potere si esercita attraverso infrastrutture tecniche anziché umane, quale spazio resta per la sua contestazione? Ed è ancora più grave, il problema, se riflettiamo sul fatto che nessun sistema di intelligenza artificiale apprende direttamente dalla realtà, ma viene addestrato su dati già selezionati e classificati da qualcuno: prima ancora che l’algoritmo entri in funzione, qualcuno ha già definito il quadro dentro il quale alcuni risultati saranno considerati adeguati mentre altri saranno trattati come errori o deviazioni. Ha ragione Flavia Barca, nel suo I pregiudizi dell’AI: il punto in definitiva è quello delle categorie che vogliamo usare per interpretare il mondo e la realtà.
MA È DAVVERO immaginabile, al di là di tutto, che la realtà possa essere sistematizzata e classificata a priori? Il possibile può davvero coincidere con il prevedibile? No, e lo sappiamo: la realtà sarà sempre, per fortuna, molto più complessa di quanto la si possa immaginare. Lo sappiamo perché ognuno di noi, in fondo, ne fa quotidianamente esperienza: il possibile non coincide mai con il prevedibile, nessuna classificazione potrà mai pretendere di esaurire le variabili umane ed esistenziali della vita.
La vita ci sorprenderà sempre, ed è questo il bello: è il bello della vita, ed è la salvezza contro qualunque pretesa di dominio. Vogliamo aggiungere che è il bello anche del diritto, la sua essenza?
Ben venga dunque una legge come quella sull’intelligenza artificiale, approvata nei giorni scorsi in attuazione del Regolamento europeo del 2024; e ben venga una norma come quella contenuta nel suo articolo 3, dove leggiamo che l’intelligenza artificiale deve rimanere antropocentrica. È solo un’affermazione di principio, priva come tale di importanza? Al contrario: è una norma importantissima, perché traccia un orizzonte.
UN FUTURO nel quale fosse vero anche solo il fatto che la decisione del giudice possa essere sostituita da quella di una macchina, a tacere di tutto il resto, avrebbe le sembianze di un incubo, più che di un sogno. Ne sarebbe felice solo un potere fondato sull’autoritarismo, il quale finalmente vedrebbe esaudite, senza più rischi di contestazione o di opposizione, tutte le sue pretese: come quella di veder compresso nella propria libertà, più o meno violentemente, qualunque soggetto che ai suoi occhi appaia un potenziale deviante, un possibile “facinoroso”.
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