I COMPLOTTI INVENTATI DA MELONI E QUELLO VERO CONTRO LA LEGGE da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I COMPLOTTI INVENTATI DA MELONI E QUELLO VERO CONTRO LA LEGGE da IL FATTO e IL MANIFESTO

I complotti inventati da Meloni e quello vero contro la legge

Antonio Esposito  8 Agosto 2025

La premier Giorgia Meloni, a proposito dell’indagine sullo scandalo Almasri che coinvolge tre membri del suo governo, evoca “un disegno politico dei magistrati per frenare l’opera del governo nel contrasto all’immigrazione illegale”. Una congiura che, se esistesse, coinvolgerebbe non sono la magistratura italiana, ma anche quella europea. Come è noto, infatti, il Tribunale di Roma non ha riconosciuto la legittimità dei fermi disposti nei confronti dei migranti soccorsi nel mediterraneo e trasferiti in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) in Albania perché provenienti in particolare da Egitto e Bangladesh: Paesi ritenuti sicuri dal governo italiano con decreto legge dell’ottobre 2024. Il Tribunale si è, quindi, rivolto alla Corte di Giustizia Ue per chiarire l’applicabilità del concetto di “Paese sicuro” e gli obblighi degli Stati membri in tema di controllo giurisdizionale effettivo.

Con sentenza dell’1.8.2025 la Corte sovranazionale ha stabilito che “uno Stato membro può designare come Paesi di origine sicuri Paesi terzi mediante atto legislativo a patto che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo”. La sentenza della Corte mira così a garantire una tutela giurisdizionale effettiva consentendo al richiedente di difendere efficacemente i suoi diritti e al giudice nazionale di esercitare pienamente il proprio sindacato giurisdizionale. Viene, così, smentita su tutta la linea la tesi dell’esecutivo che contestava il potere del giudice di disapplicare un atto normativo accusando i magistrati di non applicare la legge e di fare, in tal modo, un uso politico della giustizia con provvedimenti “abnormi” (così il ministro Nordio).

Si tratta, invece, di un principio giuridico assolutamente pacifico ribadito, da ultimo, proprio in un caso analogo, dalla Cassazione con ordinanza del 30.12.2024. Ora, la Corte sovranazionale ribadisce che il giudice ordinario ha il potere-dovere di esercitare il sindacato di legittimità dell’atto normativo, laddove “includa nell’elenco dei Paesi sicuri un Paese che non offra la protezione sufficiente a tutta la sua popolazione”.

Non vi era, quindi, alcun dubbio – a differenza di quanto sostenuto da improvvisati giuristi – che il giudice nazionale potesse disapplicare l’atto normativo e ciò, “incidenter tantum” e “in parte qua”, valevole, quindi, non “erga omnes” e, cioè, per la generalità dei casi, ma per il singolo caso previo accertamento della sussistenza di gravi motivi per ritenere che il Paese di origine non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova tenendo conto delle univoche e “adeguate fonti di informazione affidabili” sul Paese di origine del richiedente.

La sentenza ha scatenato una furibonda reazione dei vertici del governo. Il vicepremier Salvini ha definito la decisione “scandalosa, vergognosa, imbarazzante”, mentre la premier Meloni ha riversato tutta la sua ira in un duro comunicato ufficiale: “sorprende la decisione della Corte di Giustizia in merito ai Paesi sicuri di provenienza dei migranti illegali. Ancora una volta la giurisdizione, e stavolta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche… È un passaggio che dovrebbe preoccupare tutti”.

In realtà, ciò che “dovrebbe preoccupare tutti”, è proprio questa perversa, pericolosa tendenza dell’esecutivo di attaccare la giurisdizione, di non riconoscere il legittimo, autonomo, dispiegarsi della funzione giurisdizionale – cardine di un sistema democratico e su cui si fonda lo Stato di diritto – propagandando la tesi, assolutamente non rispondente al vero, che tale funzione venga svolta dai giudici nazionali e sovranazionali con finalità di ridurre gli spazi di autonomia del governo e del Parlamento.

Psicodramma Almasri. Le accuse a Bartolozzi «inorridiscono» Nordio

Chi molla il boia La dura difesa del ministro, che però nel weekend decisivo non era in via Arenula. Caccia al cavillo per salvare la capa di gabinetto

Mario Di Vito  08/08/2025

È «con raccapriccio» che il ministro della giustizia Carlo Nordio ha appreso dell’ipotesi che la sua capa di gabinetto potrebbe finire tra gli indagati del caso Almasri insieme a lui, Piantedosi e Mantovano. Di più: «l’eventuale incriminazione» sarebbe «un escamotage per attribuire alla giurisdizione penale un compito che ora è squisitamente parlamentare», cosa che lo «fa inorridire». Infatti il guardasigilli, che in un’altra vita in effetti era magistrato, non solo ha già decretato che sulla liberazione e il passaggio verso casa del torturatore libico i giudici non dovrebbero avere voce in capitolo, ma, «come la presidente Meloni ha ritenuto surreale che i suoi ministri abbiano agito senza il suo consenso» anche lui giudica ia «puerile» pensare che Bartolozzi possa aver «agito in autonomia».

ECCO SERVITA la difesa dell’operato della zarina di via Arenula, sempre più nell’occhio del ciclone dopo che il tribunale dei ministri ha definito la sua versione dei fatti resa il 31 marzo «inattendibile e, anzi, mendace», proprio per aver detto di aver fatto tutto da sola quando ha deciso di non sottoporre al ministro l’atto con cui la Corte d’appello di Roma avrebbe potuto convalidare l’arresto di Almasri. Un fatto improbabile dal momento che i due si sentirebbero almeno «quaranta volte al giorno» per qualsiasi cosa. Eppure, nei giorni tesi che vanno dall’arresto del boia (sabato 19 gennaio) al suo rilascio (martedì 21), Bartolozzi ha avuto in mano la situazione al ministero per gran parte del tempo. Infatti, carte alla mano, Nordio non è arrivato in via Arenula prima di lunedì pomeriggio (il 20), «vertendo da Treviso, dove era stato il finesettimana». Nel mezzo Bartolozzi aveva partecipato anche a una riunione con Mantovano e i servizi segreti. Ad ogni modo il weekend deve essere stato proprio un intralcio sulla strada delle corrette procedure da seguire. È la stessa Bartolozzi ad averlo ammesso sempre alle tre giudici del tribunale dei ministri: «C’era purtroppo la domenica di mezzo», ha detto per giustificare le lentezze ministeriali su un caso le cui «implicazioni erano notevolissime». Questo perché su Almasri non c’era solo il mandato d’arresto della Cpi, ma anche una richiesta di estradizione proveniente dalla Libia, i cui motivi restano ancora oggi ignoti dal momento che l’aguzzino da quelle parti non è mai stato arrestato, anzi quando ha fatto ritorno è stato accolto all’aeroporto di Tripoli come un eroe.

INSOMMA ce n’è abbastanza per ritenere la posizione di Bartolozzi già fortemente in bilico. E, dalle parti del governo, c’è già chi pensa a cosa fare se dovesse arrivare l’iscrizione nel registro degli indagati. La caccia al cavillo magico ha già portato all’individuazione di un passaggio dell’articolo 4 della legge 219 del 1989, là dove si dice che l’autorizzazione a procedere può essere negata non solo ai parlamentari ma anche a chi, da «laico», fosse indagato per un reato in concorso con un deputato o un senatore (o un ministro o un sottosegretario). La questione è in realtà controversa, si presenterebbe nel caso sotto la forma del conflitto d’attribuzion e si potrebbe scavalcare se Bartolozzi venisse indagata per reati diversi da quelli sin qui ipotizzati (favoreggiamento, omissione d’atti d’ufficio e peculato) o semplicemente dopo il voto del parlamento sulle autorizzazioni per Nordio, Piantedosi e Mantovano. La possibilità che la zarina finisca nei guai spaventa non poco il governo, anche perché così tornerebbero in ballo pure i ministri, che potrebbero essere citati come testimoni o persone informate sui fatti.

AL DI LÀ del fattore giudiziario, comunque, resta il dato politico: la scelta di liberare Almasri è stata già rivendicata da Meloni lunedì sera, quando si è arrabbiata per aver ricevuto l’archiviazione. I rapporti tra l’Italia e la Libia – tra controllo delle frontiere e faccende energetiche – sono notori e in questo contesto la premier ha tutto l’interesse a lasciar perdere il merito della questione per buttarla tutta in politica. A modo suo ovviamente, cioè ventilando la solita ipotesi di tentato golpe delle toghe. Anche se tutto questo disastro nasce dall’operato di tre magistrati (Nordio, Piantedosi e Bartolozzi) e di un prefetto (Piantedosi).

A PARLAMENTO chiuso per ferie, intanto, va avanti la partita sulla trasparenza: ieri il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha respinto la richista della capogruppo di Avs Luana Zanella che voleva la pubblicazione di tutti gli atti (ci sono 1.300 pagine che solo i membri della giunta per le autorizzazioni possono consultare). E il presidente della stessa giunta, Devis Dori, ha già lanciato la contromossa depositando «una proposta di modifica del regolamento per rendere accessibile a tutti i deputati, quindi non solo ai membri della giunta per le autorizzazioni, la visione di tutti i documenti». Se ne riparlerà a settembre, forse. O forse no.

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