GUERRA ALLA RUSSIA O AL WELFARE? da SIMPLICISSIMUS e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUERRA ALLA RUSSIA O AL WELFARE? da SIMPLICISSIMUS e IL FATTO

Guerra alla Russia o al welfare?

 22 Settembre 2025 ilsimplicissimus  

Apparentemente le élite europee si sono fabbricate da sole una trappola e si sono infilate in un vicolo cieco dal quale non sanno come uscire o dal quale non vogliono uscire. La guerra in Ucraina è persa e tuttavia Bruxelles e le altri capitali sembrano voler dar vita a una sorta di conflitto endemico in Ucraina che sarà un enorme salasso per le popolazioni europee senza alcun senso. Ecco perché ricorrono a continue provocazioni, come quelle, completamente inventate e mai accompagnate da prove, delle violazioni dello spazio aereo, nel tentativo di far credere all’uomo della strada che esiste un pericolo di invasione russa peraltro del tutto inesistente. L’Ue ha già speso quasi 170 miliardi di euro per l’Ucraina, senza tenere conto di quelli sborsati dai singoli Stati, ma si rifiuta di fermarsi, mentre le principali economie continentali sono profondamente impantanate nella palude del debito e non sanno come uscirne.

Giovedì scorso Bloomberg ha scritto sulla situazione nell’Ue: “Dalla Gran Bretagna alla Polonia, l’Europa è diventata un continente ingovernabile. Ora soffre di una dannosa combinazione di bilanci in difficoltà, lunghe procedure amministrative, frammentazione parlamentare, e disaccordi che spesso sfociano in proteste di piazza”. I francesi si stanno rapidamente impoverendo; il loro debito pubblico ammonta a 3.500 miliardi di euro, pari al 116% del PIL. Solo il servizio di questo debito costa 100 miliardi di euro all’anno e tuttavia Macron pare al di sopra di tutto questo: il presidente francese è preoccupato solo per la sorte del suo amico Zelensky, per le forniture di armi all’Ucraina e per dimostrare in un tribunale americano che sua moglie Brigitte non è un uomo. Le cose non vanno meglio in Gran Bretagna dove Il debito pubblico ha recentemente superato il 100 percento del Pil, ma in termini assoluti è già allo stesso livello di quello della Francia, pari a 3,5 trilioni di euro, senza contare i 80 miliardi di deficit di bilancio è dovuto sia al conflitto ucraino, sia alle generose dazioni per quella follia di Net Zero. Ed è continuamente attraversata da manifestazioni che talvolta radunano fino a 100 mila persone. Anche la Germania sta affondando e gran parte del denaro preso in prestito dal governo, circa 500 miliardi, va al supporto all’Ucraina e alle spese militari.

La situazione è fosca perché dopo aver speso enormi somme per la guerra sottraendole ai servizi e al welfare gli attuali leader europei, che paiono completamente incompetenti, sono divenuti estremamente impopolari nei loro Paesi perché, invece di perseguire approcci razionali nell’interesse delle loro popolazioni, stanno accumulando irresponsabilmente debiti per la guerra con la Russia che non soltanto non sono in grado di fare, ma che la Russia stessa non vuole. Tuttavia a questo punto non si possono tirare indietro come certi investitori che vedono le loro azioni calare, ma che non possono in alcun modo ritirarsi. John Mearsheimer, politologo dell’Università di Chicago, avverte: “Crediamo che le forze armate ucraine crolleranno nel prossimo futuro. Cosa farà l’Occidente in tal caso? Per esempio, qualcuno come Mark Rutte? Dopotutto, ha investito così tanto in questa guerra e ha alzato la posta in gioco in modo così drammatico in ogni fase che una sconfitta sarebbe un colpo devastante per l’Occidente e la Nato. E poi? Temo che verrà alzata ulteriormente la posta e la situazione diventerà estremamente pericolosa”.

Ma di certo questa guerra voluta con incredibile e insensato accanimento offre un buon pretesto per smantellare le tutele sociali rimanenti: ecco perché le oligarchie europee stanno cercando in tutti i modi di farla durare e di presentare la Russia come un nemico esistenziale, in modo che le loro vittime partecipino di buon grado al loro stesso impoverimento materiale e sociale. Certo una guerra vera contro la Russia non si può fare senza andare incontro a una sconfitta totale, sia per l’arretratezza dei mezzi e delle dottrine militari, sia per la dipendenza quasi totale dalla rete satellitare americana, ma si può sempre prolungare il conflitto per il tempo necessario alle ingegnerie sociali che si vogliono imporre. I modi sono diversi: mandando sempre più truppe mercenarie in Ucraina nel tentativo di resistere o coinvolgendo altri Paesi, come la Moldavia, sempre che ci si riesca o aumentando la pressione sui confini russi del Caucaso. Un modo per fregarci lo troveranno sempre: sono ormai trent’anni e passa che lo fanno.

Trump: “Aiuterò l’Est d’Europa”. L’Estonia fa già affari con i droni

 Alessia Grossi  22 Settembre 2025

“Il muro” Rilanciato ora dopo “gli sconfinamenti” da Kubilius e von der Leyen il progetto che l’Ue rifiutò di finanziare a luglio

Che si sia trattato di sconfinamenti, interferenze elettromagnetiche ucraine o attacchi provocatori, a questo punto, soprattutto all’industria bellica Nato sembra interessare poco. In particolare a quella dei paesi vicini, come Estonia, Lettonia e Lituania, che negli ultimi mesi hanno avviato la corsa alla produzione di droni da lanciare contro i droni russi. Un progetto, chiamato “muro di droni”, il cui finanziamento era stato respinto dell’Ue e che invece ora – dopo gli episodi dei giorni scorsi – è tornato in auge. Nonostante ieri il Cremlino abbia fatto sapere che “il presidente Putin, proprio come Trump, rimane interessato e aperto a portare l’intera questione ucraina a una conclusione pacifica” per quanto “Trump ha appena visitato il Regno Unito che è uno dei leader del campo dei sostenitori di questa guerra”. Regno Unito che ieri ha dato il via alla sorveglianza della nuova missione Nato “Sentinella Est”.

Ieri un aereo russo è entrato nello spazio aereo neutrale sopra il Mar Baltico seguito dagli aerei da ricognizione prima tedeschi, poi svedesi. Ma, per quanto il presidente Usa, Donald Trump abbia rassicurato gli Alleati che l’America darà una mano per la protezione del Fronte Est, l’incognita, più che i caccia, sono i droni, quelli che per ammissione del Pentagono l’esercito di Washington non ha la capacità di combattere. “Le unità statunitensi non sono equipaggiate con i piccoli droni letali richiesti dai moderni campi di battaglia”, ha confessato a luglio in un promemoria il segretario alla guerra Usa, Pete Hegseth.

Ad oggi – come nel caso dello sciame di droni russi in Polonia nella notte tra il 9 e il 10 settembre – l’operazione per fermarli con caccia multimilionari F-16 e F-35 Nato, è costata decine di migliaia di dollari in carburante e manutenzione solo per decollare.

Ma non c’è da preoccuparsi, l’Ucraina – diventata per ammissione degli stessi tedeschi – “leader nel settore della produzione dei droni”, è stata anche un banco di prova per le nuove tecnologie, da quelle inglesi a quelle dei Paesi baltici “favoriti anche dalla vicinanza territoriale”. Così, dopo aver presentato a febbraio scorso il Baltic Drone Wall (il muro baltico dei droni) progetto dell’Estonian Defence industry cluster, “che mira a rafforzare il confine orientale tra l’Ue e Nato”, Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania si sono visti rifiutare il mese scorso il finanziamento Ue di 12 milioni di euro, salvo ritrovarsi ora in pole position. Soprattutto dopo che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione ha spinto affinché l’Europa ascolti l’appello dei Baltici per “costruire un muro di droni” e il Commissario alla Difesa, Andrius Kubilius ha rilanciato il progetto “Baltic Drone Wall” sul quale si è detto intenzionato a convocare i ministri Ue. Il progetto di Tallinn – che ha richiesto per oggi la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – “Eirshiel”, sviluppato da DefSecIntel e la società lettone Origin Robotics ha il vantaggio di essere già ultimato, ha dichiarato Agris Kirpus, cofondatore e Ceo di Origin Robots a Euronews. Kipursha anche detto alla Cnn che il suo Paese sta “sviluppando nuovi meccanismi su come lavorare con la nuova industria”, perché la vicinanza alla Russia rende la questione urgente.

Ma anche altri Paesi non sono da meno: questa settimana, Tekever, start-up portoghese da cui Londra ha acquistato droni per 350 milioni per l’Ucraina dal 2022, ha annunciato l’apertura di una nuova fabbrica da 1.000 posti vicino Londra, quarta nel Regno Unito.

Il messaggio è chiaro: aumentare le produzione per competere con la Russia, che ne sfornerebbe, secondo i dati dell’intelligence ucraina 5.500 al mese. Morten Brandtzaeg, Ceo del produttore norvegese Nammo, ha detto alla Cnn la mattina dopo lo sconfinamento dei droni russi in Polonia che stava lavorando su “volumi più elevati di missili a basso costo” per “adeguare il prezzo del missile all’obiettivo”.

Deficit e armamenti affossano Kiev: perché l’Ue pensa agli asset russi. I veri conti della guerra

 Marco Palombi  22 Settembre 2025

Senza gli Usa, Europa&C. devono fornire 100 miliardi l’anno Ma chiederli ai bilanci nazionali farebbe cadere i governi

Si può dire, dopo tre anni e mezzo di guerra in Ucraina, che oggi il vero campo di battaglia è quello finanziario: si combatte per capire chi finirà prima i soldi. L’economia russa ovviamente soffre le sanzioni, che – secondo i più ottimisti – entro un anno inizieranno a mettere in crisi la macchina bellica di Vladimir Putin (ma lo dicevano anche nel 2022…). L’Ucraina, d’altro canto, per continuare a reggere l’urto russo ha bisogno di enormi aiuti finanziari e militari dai suoi alleati: il problema è che gli Stati Uniti non tirano fuori più un dollaro e il piano di aiuti quadriennale coordinato dal Fondo monetario internazionale è basato sull’assunto che l’anno prossimo la guerra finisca. In sostanza, ammesso e non concesso che non inizi una guerra mondiale, sarà l’Europa a dover pagare quasi interamente il prosieguo del conflitto in Ucraina: è per questo che si torna a parlare di sottrarre a Mosca la proprietà delle sue riserve congelate in Occidente (oltre 200 miliardi in Europa) e darle a Kiev, mossa duramente contestata da molti, a partire dalla Bce.

A questo punto bisogna chiedersi: di quanto ha bisogno Kiev per andare avanti? Qualche giorno fa ha fatto scalpore una dichiarazione del ministro della Difesa Denys Shmyhal: “Se la guerra continua, avremo bisogno di almeno 120 miliardi di dollari per il prossimo anno” (circa 102 miliardi di euro). Il governo di Kiev non li sta chiedendo tutti ai suoi sostenitori, anche se – come vedremo – il conto per Europa, Gran Bretagna, Canada e Giappone rischia di non essere troppo lontano da quella cifra.

Presentando il progetto di bilancio ucraino per il 2026 la presidente della commissione Bilancio della Camera, Roksolana Pidlasa, ha spiegato che i 120 miliardi “includono fondi provenienti dal bilancio statale dell’Ucraina (60 miliardi di dollari) e forniture militari di armi e munizioni attraverso la piattaforma ‘Ramstein’, Purl, Safe, il modello danese e altri programmi (60 miliardi)”. Solo continuare a combattere al fronte, dice il governo ucraino, costa 172 milioni di dollari al giorno, 63 miliardi l’anno. Come detto, ormai a pagare è quasi solo l’Europa: è stato appena consegnato all’Ucraina, ad esempio, il primo lotto di equipaggiamento bellico nell’ambito del programma Purl (Prioritized Ukraine Requirements List), che è stato creato a luglio dopo un accordo Usa-Nato. In sostanza si tratta di armi americane che vengono pagate dagli Stati europei e trasferite all’esercito di Kiev: finora sono stati finanziati in tutto quattro pacchetti di aiuti militari.

Non di soli armamenti, però, vive il sostegno al governo di Kiev. Anche il deficit di bilancio diretto, all’ingrosso 3-4 miliardi al mese, viene coperto da aiuti o prestiti occidentali, cioè da quest’anno e soprattutto dal prossimo sostanzialmente europei. E qui torniamo al ruolo del Fondo monetario internazionale, alle sue trattative con l’amministrazione di Volodymyr Zelensky e alla più generale situazione finanziaria dell’Ucraina.

Il 30 giugno il Fmi ha definito l’ottava revisione del programma Extended Fund Facility (Eff) per Kiev e delineato lo stato dell’arte: il Pil è tornato più o meno al livello del 2021 (poco sopra i 200 miliardi di dollari), il debito pubblico è più che raddoppiato nello stesso lasso di tempo al 108% del Prodotto, il deficit è superiore alle attese (21,3%), l’inflazione è al 13,5%, la bilancia commerciale è negativa per l’enormità di 45,8 miliardi. In sostanza, secondo il Fondo monetario, all’Ucraina solo quest’anno servono circa 45 miliardi dai donatori esteri per finanziare il suo bilancio pubblico visto che, ovviamente, quei soldi non può chiederli al mercato. Non solo: per i prossimi anni serviranno “10-20 miliardi in più” di quelli stimati finora, come ha rivelato Bloomberg. Gli ucraini, invece, ritengono che il loro bilancio sia messo meglio di come dice il Fmi e che il fabbisogno nel 2026-2027 sarà di 37,5 miliardi in tutto. Il problema è che entrambe le stime sono ottimistiche: se la guerra continua, il buco è di 50-60 miliardi.

Il programma di prestiti e aiuti del Fmi e del resto degli alleati di Kiev – che vale 153 miliardi di dollari in quattro anni – è vicino all’esaurimento e atteso concludersi a marzo 2027 nell’assunto, come detto, che la guerra finisca entro la prima metà dell’anno prossimo. Un economista noto a Kiev, Oleh Pendzyn, nei giorni scorsi ha ironicamente sostenuto che “il Fondo monetario insiste che non ci sarà la guerra nel 2026 e, per quanto ne so, non si riesce a convincerlo del contrario”. In sostanza la copertura del deficit di Kiev nei prossimi anni sarà assai più onerosa di quanto ci stiamo raccontando.

Timothy Ash, un senior strategist di RBC BlueBay Asset Management, lunedì scorso ha criticato duramente – sul sito del Center for European Policy Analysis (Cepa) – “l’approccio parziale” del Fmi, che nelle sue stime “esclude il più ampio, ma essenziale, sostegno militare”: “Le mie stime, basate sui dati del Kiel Institute, suggeriscono che il costo annuo per l’Occidente del sostegno all’Ucraina nella guerra si è avvicinato ai 100 miliardi di dollari”. Quella cifra è la somma tra il deficit del bilancio pubblico e il costo degli aiuti militari diretti. Non solo: “Il Fmi e più in generale l’Occidente devono iniziare a pensare che quei 100 miliardi l’anno serviranno per almeno due o tre anni”, scrive Ash.

Per questo, anche a costo di violare il diritto internazionale ed esporsi a una fuga di capitali internazionali, si torna a parlare dei fondi della banca centrale russa congelati in Europa: servono a pagare il prosieguo della guerra in Ucraina senza dover ricorrere a manovre correttive per indirizzare a Kiev fondi nazionali, una scelta che porterebbe a una rapida caduta della maggior parte dei governi europei (e poi anche alla fine degli aiuti all’Ucraina…).

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