“GENOCIDIO”. IL SIGNORE DEGLI ESERCITI O IL SILENZIO DI DIO? da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“GENOCIDIO”. IL SIGNORE DEGLI ESERCITI O IL SILENZIO DI DIO? da IL FATTO

Genocidio. Il Signore degli eserciti o il silenzio di Dio? A Gaza sta morendo l’unicità della Shoah

Fabrizio D’Esposito  28 Luglio 2025

Le foto dei bambini denutriti di Gaza, come quella pubblicata dal Fatto in prima pagina il 24 luglio, fanno definitivamente traballare il concetto pluridecennale di unicità della Shoah, basato su pianificazione dello sterminio e annientamento fisico di un intero popolo. Non è solo una questione emotiva e di rabbia impotente. Sono gli accidenti della storia, intesi anche in senso anti-crociano, laddove lo spirito anziché far evolvere l’uomo fa precipitare di nuovo la storia verso gli abissi del male. Ché quelle foto sono simbolo di un male assoluto stavolta perpetrato dal governo di quel popolo che il nazismo voleva cancellare con l’Olocausto.

Ma il genocidio in corso a Gaza e simboleggiato dai bimbi denutriti, costretti a mangiare i sassi, come ha detto al Fatto Francesca Albanese – relatrice speciale all’Onu per quei Territori –, pone anche una domanda che è la diretta conseguenza del dibattito che da qualche settimana anima teologi e filosofi sulla natura biblica del Grande Israele, ossia il progetto espansionistico “dal Nilo all’Eufrate” del sionismo religioso che sostiene il governo di Benjamin Netanyahu e incarnato dai ministri razzisti Smotrich e Ben-Gvir. Un progetto, sempre a proposito di unicità della Shoah, che è l’esaltazione massima del “suprematismo ebraico” (Anna Foa) se non del “fascismo ebraico” (Eva Illouz).

La domanda è questa: dov’è Dio mentre è in corso il genocidio del popolo palestinese in una Gaza nuovo ghetto sotto gli occhi di tutto il mondo? La destra sionista non ha dubbi: è il Dio degli eserciti a volere il Grande Israele che sulla carta (biblica) dovrebbe includere tutta la Palestina, tutto il Libano e poi parti di Giordania, Siria ed Egitto. È il sogno di una Gerusalemme che arrivi sino a Damasco. Dal Salmo 80: “Rialzaci, Dio degli eserciti, fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi. Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli”.

Allo stesso tempo, le immagini dei civili palestinesi uccisi dall’Idf e dai coloni fanatici e assassini oppure affamati con una strategia ben precisa rimandano all’interrogativo che riassume tutta la cosiddetta teologia dell’Olocausto: dov’era Dio mentre i nazisti sterminavano sei milioni di ebrei? Meglio ancora: perché Dio ha consentito tutto questo?

Le risposte date sono state varie. Dall’ennesima e stavolta apocalittica punizione (espiazione) biblica alla morte di Dio. Dal libero arbitrio che rende il problema del male una questione limitata all’uomo fino al Dio silenzioso e impotente di Hans Jonas. In realtà guerre e genocidi non fanno che stressare la natura del mistero di Dio, non comprensibile agli uomini, in particolare ai credenti delle tre grandi religioni monoteiste.

E in ogni caso, un Dio d’amore non può che soffrire con i bimbi di Gaza, che si chiami anche Jahvè o Allah.

Il senso di Gaza. La scelta di Israele è quella di un odio senza più una fine

Eugenio Girelli Bruni  28 Luglio 2025

Israele non è una democrazia. È uno Stato etnocratico che garantisce pieni diritti solo a chi è ebreo. I cittadini palestinesi d’Israele vivono in uno status inferiore: discriminati nelle risorse, nell’accesso alla terra, nella pianificazione urbana, nei servizi pubblici, nell’istruzione. La “cittadinanza” è concessa, ma mai davvero riconosciuta. Lo Stato d’Israele si definisce “ebraico” prima che democratico, e agisce di conseguenza: la sua struttura ideologica è teologica, fondata sulla convinzione di essere un “popolo eletto” sotto la protezione di un Dio proprietario della terra. Questa visione fondamentalista non è un dettaglio religioso, ma un dispositivo ideologico di giustificazione della violenza, che trasforma ogni conquista in diritto divino.

Il massiccio ricorso ai riservisti – centinaia di migliaia di cittadini civili mobilitati a sostegno dell’esercito – non è un fatto neutro: è il volto armato della società israeliana. Quando è la popolazione stessa a farsi esercito, non si può più parlare di guerra decisa da un’élite: è il popolo che combatte, condivide, approva. E quando, parallelamente, i coloni armati devastano villaggi, aggrediscono civili palestinesi, sottraggono terre, protetti e affiancati dall’esercito, siamo davanti a un sistema coloniale attivo e violento. Tutto questo avviene con il sostegno ideologico e materiale del governo, i cui ministri – come Smotrich e Ben Gvir – hanno apertamente invocato l’espulsione totale dei palestinesi, l’annientamento di Gaza, la fame come arma politica. Nessuna ambiguità. Parole e intenzioni che, se pronunciate da altri Stati, sarebbero già sul banco degli imputati. Ma il dato più inquietante è il silenzio assenso della società israeliana. Non c’è un’opinione pubblica indignata, non c’è un dibattito interno all’altezza dell’orrore. Non si vedono masse critiche, né movimenti di rifiuto. Al contrario: si è formata una coscienza collettiva che non solo tollera, ma giustifica, sostiene, incita. L’odio è diventato abitudine. Il razzismo, senso comune. La violenza, linguaggio quotidiano. La definizione giuridica di genocidio – secondo la Convenzione ONU del 1948 – parla diintenzionedi distruggere un popolo come tale. È difficile, certo, attribuirne la responsabilità penale all’intera collettività. Ma la responsabilità morale e politica sì: è diffusa, evidente, pesante. Un’intera maggioranza della popolazione israeliana sostiene, giustifica o accetta una politica di annientamento del popolo palestinese. Hannah Arendt lo aveva intuito: il male non è sempre mostruoso, spesso è banale, burocratico, normalizzato.

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