DDL NUCLEARE, UNA SURREALE AUDIZIONE PARLAMENTARE da IL MANIFESTO
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DDL NUCLEARE, UNA SURREALE AUDIZIONE PARLAMENTARE da IL MANIFESTO

Ddl nucleare, una surreale audizione parlamentare

Federico M. Butera  12/02/2026

In cinque minuti Il 5 febbraio si era chiamati ad attenersi strettamente al testo del Ddl per formulare suggerimenti migliorativi

Anche le audizioni alle commissioni parlamentari si sono ormai adeguate al modello dei media: qualunque cosa si abbia da dire va detta in non più di cinque minuti, oltre questa durata non si viene più ascoltati.

E così, all’ultima audizione parlamentare alle commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera sul Disegno di Legge Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, gli esperti chiamati hanno avuto cinque minuti per esprimersi. Un’audizione decisamente surreale, quella del giorno 5 febbraio, perché si era chiamati ad attenersi strettamente al testo del Ddl per formulare suggerimenti migliorativi (il video è per tutti a questo link).

Surreale perché era come chiedere di migliorare una macchina per il moto perpetuo, cioè di migliorare una macchina che dovrebbe fare qualcosa che è impossibile.

Nel caso del Disegno di legge l’impossibile da migliorare è «conseguire il fine della sicurezza e indipendenza energetica del Paese e del contenimento dei costi dei consumi energetici mediante energia da fonte nucleare sostenibile», come si sostiene nell’art. 1. E, dato invece per buono che ci si possa riuscire, si delega il governo a mettere in atto le azioni farlo.

I soggetti chiamati per l’audizione ricadevano in due categorie: nella prima rientravano imprese e loro associazioni che da una ripresa del nucleare fiutano nuovo business, garantito da consistente supporto finanziario pubblico. Tutti gli interlocutori industriali sono stati più o meno sulla stessa linea: il nucleare ci piace. Alcuni, più audaci, hanno sollecitato maggiori fondi pubblici per avviare la filiera, cioè per loro, trovando insufficienti quelli già previsti.

Dall’altra parte, ricercatori, accademici, associazioni ambientaliste e persino un premio Nobel, non ce l’hanno proprio fatta ad ingoiare il moto perpetuo, ad accettare come validi i presupposti su cui si fonda il Ddl. C’è unanimità, con la sola eccezione di un appassionato accademico. E così hanno cercato di spiegare con argomenti semplici, scientifici, i motivi per cui il nucleare non può dare i risultati promessi nell’art.1.

Il primo argomento riguardava il «nucleare sostenibile». Le scienze ambientali e il buon senso dimostrano la assoluta insostenibilità del nucleare, per il semplice fatto che la filiera riproduce il modello lineare estrai-produci-usa-getta che è alla base della catastrofe ambientale che abbiamo avviato da non più di 200 anni e che è in contrasto con i processi naturali, che sono invece circolari e hanno funzionato per centinaia di milioni di anni.

Dunque, «nucleare sostenibile» è un ossimoro, al pari di «carbone pulito». Uno slogan per confondere.

Poi tocca all’indipendenza energetica, del tutto inesistente se si considera che non abbiamo miniere di uranio né impianti di arricchimento, e non è previsto che li avremo. Dovremo importare tutto. Non sono indipendenti neanche la Francia e gli Usa, che pure hanno una filiera strutturata da decenni: dipendono da altri paesi per l’uranio naturale e dalla Russia per parte di quello arricchito (le sanzioni per la guerra in Ucraina hanno dovuto escludere l’uranio). Figuriamoci se possiamo essere indipendenti noi.

Dunque, assicurare la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese col nucleare è impossibile.

L’altro argomento è la filiera di SMR (Small Nuclear Reactors), i nuovi piccoli reattori modulari che dovrebbero fornire energia elettrica a costi bassi, secondo il Ddl. Peccato che non esista un solo SMR realizzato e operativo in tutto l’occidente; quindi, non è possibile conoscerne né il costo, né l’efficienza, né i tempi di costruzione. Tutte le valutazioni economiche sono basate su costi e tempi stimati, sulla base di informazioni spesso interessate perché provenienti da chi sta sviluppando i prototipi.

In Australia, che come noi non ha il nucleare, una indagine parlamentare ha concluso, sulla base delle evidenze tecniche e scientifiche, che il nucleare è troppo costoso e incerto, mentre con le rinnovabili e gli accumuli si ottiene il costo minimo del kWh, come hanno pure dimostrato alcuni studi per l’Italia.

Non ci sono prove che il nucleare assicuri il contenimento dei costi dei consumi energetici, ed è un grande rischio usare questa motivazione come base di una politica energetica che impegna il futuro del paese. Ma tanto, a rischiare sono i cittadini, non chi ha deciso.

Nello stesso tempo non si manifesta lo stesso granitico impegno nell’accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili, che garantiscono veramente sostenibilità, riduzione del costo dell’energia, indipendenza energetica.

Il tutto con buona pace dell’art. 9 della costituzione che parla di tutela delle generazioni future.

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