DISAGIO ADOLESCENZIALE E RISPOSTA REPRESSIVA da LA FIONDA e IL FATTO
Disagio adolescenziale e risposta repressiva
Giulio Pica 25 Ottobre 2026
I recenti eventi di Milano e di altre città del Nord hanno reso manifesto un malessere che probabilmente covava da qualche anno tra adolescenti e preadolescenti, ai quali le classi dirigenti europee, e soprattutto l’attuale governo italiano, non offrono alcuna prospettiva di un futuro sicuro e stabile, se non la minaccia di arruolarli come carne da macello in una fantomatica guerra contro «l’invasione russa», che esiste soltanto nella fantasia malata dei generaloni della NATO e dei mediocri politici europei.
La realtà che ragazzi e ragazze sperimentano quotidianamente, soprattutto nelle periferie abbandonate delle grandi città, è fatta di scuole fatiscenti, lavoretti precari e sottopagati, costi proibitivi per l’affitto di monolocali o persino di una stanza in appartamenti condivisi, assenza di luoghi di aggregazione sani, capaci di sottrarli alla fruizione solitaria e rischiosa dei social media.
I governanti, i benpensanti, i politici di questa destra-destra, ma anche qualche esponente della borghesia liberal e pseudoprogressista, storcono il naso quando centinaia di ragazzini assaltano il centro di Milano e infrangono le vetrine per accaparrarsi scarpe, felpe e telefonini, il cui costo è quasi pari al salario mensile dei loro padri.
Si scandalizzano soltanto per la ferita inferta ai quartieri ricchi e opulenti delle loro città, ma non per quella che essi stessi, attraverso scelte urbanistiche scellerate, hanno inferto alle periferie e ai giovani che le abitano.
Si meravigliano della violenza adolescenziale che irrompe nelle strade, dimenticando che ragazzi e ragazze sono quotidianamente circondati da un mare di violenza: sui social, in televisione, nelle immagini dei loro coetanei uccisi e sepolti sotto le macerie di Gaza, nei messaggi di chi li minaccia di coscrizione obbligatoria per mandarli a morire nella prossima guerra in difesa dei «valori occidentali».
Come era ampiamente prevedibile, l’unica risposta che il governo Meloni offre a questi ragazzi e ragazze è la repressione: l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuove fattispecie penali, la criminalizzazione del dissenso.
Ancora più avvilente è ascoltare le farneticazioni del ministro della Giustizia Nordio, che non soltanto auspica un aumento dei posti negli istituti penali minorili, ma arriva addirittura a ipotizzare di destinare ai minorenni apposite sezioni delle carceri per adulti, come dichiarato il 22 ottobre scorso nel corso di un’intervista a Sky TG24.
Il ministro sa, ma finge di non sapere, che il nostro processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. 448/1988, è considerato, per valore e qualità, un modello a livello europeo e internazionale.
L’istituto della messa alla prova, disciplinato dagli articoli 28 e 29 del D.P.R. 448/1988, comporta la sospensione del processo e può essere disposto dal giudice tanto nell’udienza preliminare quanto nel dibattimento. Attraverso un percorso individualizzato di osservazione, sostegno e risocializzazione, offre al minore imputato la possibilità di affrontare le conseguenze della propria condotta e di intraprendere un percorso educativo alternativo alla risposta esclusivamente punitiva.
Durante questo percorso, l’autore e la vittima del reato possono accettare di partecipare a incontri di giustizia riparativa, alla presenza di una persona terza esperta di mediazione penale, con l’obiettivo di giungere a una riconciliazione. La partecipazione è volontaria e l’eventuale mancato accordo, così come il rifiuto della persona offesa di partecipare agli incontri, non deve produrre conseguenze processuali sfavorevoli.
Il percorso di messa alla prova, se concluso positivamente, comporta una sentenza che dichiara estinto il reato, evitando così al minore una condanna penale.
Gli elevati tassi di esito positivo della messa alla prova, che secondo i dati del Ministero della Giustizia hanno raggiunto l’85,5% nel 2024, confermano le potenzialità di un percorso educativo e di risocializzazione per soggetti ancora in formazione, rispetto a una risposta esclusivamente detentiva. Il dato riguarda gli esiti della misura e non costituisce, di per sé, una misurazione della recidiva.
Quanto al tanto invocato abbassamento dell’età di imputabilità, attualmente fissata a 14 anni, va ricordato che il nostro ordinamento già prevede interventi di natura amministrativa e civile, anche piuttosto afflittivi, nei confronti dei minori di 14 anni che manifestano comportamenti violenti o antisociali, come, ad esempio, il collocamento in comunità.
È evidente che l’estensione dell’azione penale ai minori di 14 anni non comporterebbe una diminuzione dei comportamenti devianti. Si tratta infatti di soggetti ancora fortemente immaturi, caratterizzati da uno scarso controllo delle pulsioni, dovuto certamente a una personalità in formazione, ma anche a percorsi di crescita e a una qualità delle relazioni con i genitori profondamente compromessi dalla scomparsa della famiglia allargata e dalla pervasività dei social media in ogni ambito relazionale.
Fino a quaranta o cinquant’anni fa, la presenza dei nonni, degli zii e degli altri parenti, ma anche di una rete di vicinato collaborativa, consentiva di offrire un adeguato supporto alla funzione genitoriale, sia sul piano materiale sia nell’accudimento dei figli. I genitori venivano così sollevati da una parte delle incombenze che oggi faticano a gestire, dovendo conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita familiare.
Se a ciò si aggiunge che, negli ultimi dieci o vent’anni, i social media hanno invaso tutti gli ambiti della socializzazione, compresa la famiglia, inducendo anche gli adulti a un uso compulsivo di smartphone, computer e altri dispositivi elettronici, ci si rende conto di quanto ne abbia risentito anche la qualità delle relazioni tra genitori e figli.
Le indagini dell’Istituto Superiore di Sanità e le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria documentano quanto sia precoce l’esposizione dei bambini agli schermi, già nei primi anni di vita. Secondo la sorveglianza dell’ISS, tra i bambini di 11-15 mesi la percentuale di quelli che trascorrono almeno una-due ore al giorno davanti a uno schermo varia, nelle regioni considerate, dal 5% al 36,5%. Il dato comprende televisione, computer, tablet e smartphone. Questi dispositivi vengono spesso utilizzati dai genitori anche per intrattenere o tranquillizzare i più piccoli, talvolta supplendo alla carenza di tempo e di risorse delle famiglie.
La crescita del bambino richiede invece la presenza di genitori partecipi e attenti, capaci di interagire con lui attraverso le parole e gli sguardi e di instaurare un rapporto continuativo e costante, soprattutto in una fase dello sviluppo fondamentale per la strutturazione di una personalità sana.
Al contrario, genitori costantemente connessi, che interrompono la relazione con il bambino per parlare al telefono o scambiare messaggi, compromettono la qualità del rapporto genitore-figlio, soprattutto nei primi anni di vita.
Ecco perché gli adolescenti di oggi ricorrono sovente alla violenza, al bullismo, al cyberbullismo o all’autolesionismo: comportamenti che, per molti di loro, possono assumere anche la funzione di richiamare l’attenzione di un mondo adulto lontano o distratto.
Rispondere a questa emergenza ignorando completamente le cause sociali, economiche e psicologiche del fenomeno e adottando una risposta repressiva tanto radicale quanto inefficace è indice di una classe dirigente incompetente, chiusa nella torre d’avorio dei palazzi del potere e colpevolmente ignara di ciò che avviene nel mondo reale.
Metodo Cossiga. Come in un brutto passato, tanti gli interrogativi su scontri e repressione
Nando dalla Chiesa 26 Ottobre 2026
Mentre scrivevo queste righe, non sapevo ancora che cosa sarebbe successo nel week end milanese, annunciato come replica di quello dei saccheggi. Al pari di altri, in questi giorni, sono andato a rileggermi le mai abbastanza celebri dichiarazioni a proposito di ordine pubblico rilasciate nel 2008 da Francesco Cossiga al Quotidiano Nazionale. L’ex presidente della Repubblica aveva voluto dare consigli da vecchio esperto al ministro degli Interni di allora Roberto Maroni, che – detto a suo onore – non li seguì. Si era nel pieno dell’Onda, il movimento studentesco che stava scuotendo le università e le scuole. Il presidente suggerì di lasciare commettere le violenze fino al punto limite in cui le forze dell’ordine sarebbero state moralmente benvenute dai pacifici cittadini se avessero represso la protesta con tutta la durezza possibile. E fece intravvedere, con una certa cinica voluttà, il momento in cui il suono delle sirene delle ambulanze avrebbe soverchiato quello delle auto della polizia. Il personaggio indulgeva a raffigurazioni di sé guerresche e amava vestire divise benché da buon patriota non avesse mai fatto il servizio militare. Eppure quei consigli non stonavano affatto sulla sua bocca. Perché quando aveva potuto mettersi alla prova come ministro dell’Interno aveva fatto largo uso della provocazione di piazza. In particolare in quel 12 maggio del 1977 in cui il partito radicale festeggiò a Roma il terzo anniversario della vittoria del divorzio. Allora comparvero in piazza, ripresi da foto indimenticabili, agenti armati in borghese. Nei disordini fu uccisa una studentessa, Giorgiana Masi, a lungo simbolo delle speranze schiacciate della sua generazione.
Ecco, nella sua intervista Cossiga, magari con qualche civettuola e cinica esagerazione, non aveva fatto che spiegare “come si fa”. La sua era la parola di un ex ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica. Diciamo di una faccia concreta dello Stato. Non di un figurante. Ebbene, nei giorni scorsi ho visto nelle immagini della follia criminale quelle di alcune tute nere che lanciano ordigni incendiari nelle più strette vie del centro di Milano e ne fuoriescono (almeno due individui) trovando riparo tra le forze dell’ordine che le accompagnano protettive fuori dal teatro della guerriglia. Immagini simili, anzi ben più clamorose, vidi nel 2001 nella Genova devastata dagli scontri che seppellirono in Italia il movimento no global. Perché tornare su brani di storia vera del Paese? Perché mi sembrano dimenticati e io non li dimenticherei. Come non archivierei le immagini di ragazzi che si guardano intorno quasi stupiti davanti alle vetrine distrutte, incerti se possano davvero così facilmente scavalcare vetri rotti e fare incetta di prodotti di consumo magari di lusso. Che come sprovveduti restano a fare razzia all’interno dei negozi quando già si sentono vicinissime le sirene della polizia. Che poi giunge e li arresta.
Ci sono troppe cose strane in quelle riprese domenicali. Qualcuno dovrebbe riallinearle e centellinarle. Il presidente della Repubblica, che di fiuto storico ne possiede fortunatamente per tutti, ha parlato di protagonisti “inediti”. E il ministro della difesa ha evocato i segni della guerra ibrida. E il sindaco di Milano ha esortato a essere lucidi fino in fondo. Ecco, nella nostra società c’è l’antagonismo cieco e devastatore dell’estremismo (non sempre “giovanile”, attenzione). Ma ci sono da sempre anche gli emuli del metodo Cossiga. E ora la situazione internazionale ci scodella addosso pure i segni della guerra ibrida; con forme di violenza non solo estreme ma sconosciute (vedere per credere). Una guerra che per definizione fa vittime dove le persone sono senza difese culturali. E discutono come gli avventori di un bar. Senza studiare, senza leggere, senza pensare. Negando l’evidenza. O inventando l’inesistente. È il nuovo habitat della “rivolta”. I saccheggi della domenica, compiuti spesso su istigazione anonima via cellulare, devono parlare per tutti. Perché è bastata una miscela meno complicata di quella che ho abbozzato per portarci in passato sull’orlo del burrone.
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