“CHE FARE?” L’IMPOSSIBILE POLITICA CHE RESISTE da VOLERELALUNA e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“CHE FARE?” L’IMPOSSIBILE POLITICA CHE RESISTE da VOLERELALUNA e IL MANIFESTO

L’impossibile Politica che resiste

Enzo Scandurra  26-02-2026  

Riporta Giorgio Agamben che nella settima lettera, Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. E così commenta Agamben: «Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.[…] La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile». Non mi convince l’appello di Agamben a sostituire la politica (diventata impraticabile) con la filosofia, come se le due cose fossero distinte e anzi antitetiche.

Ma detto questo, ciò che mi appare attuale in questa epoca (e in questo condivido la prima parte del pensiero di Agamben), è la difficoltà per i singoli a contribuire al dibattito politico, costretti, al più, ad assistere passivamente agli insignificanti duelli televisivi tra avversari come unica esperienza politica. Un tempo (l’era del PCI e dei grandi Partiti) si poteva contribuire semplicemente frequentando le sezioni di strada. Certo, non sempre (anzi quasi mai) la voce di un singolo compagno poteva spostare gli equilibri in seno al Partito. Ma la sua partecipazione ai dibattiti non rimaneva solitaria; altri singoli compagni potevano approvare e solidarizzare con lui. Tornato a casa, il singolo compagno aveva la sensazione di aver svolto un suo compito, magari modestamente rispetto alla solennità del Compagno inviato dalla Federazione a illuminare i meno esperti. Così come aveva la certezza di appartenere a un’esperienza che lo sovrastava; un’intelligenza collettiva. C’era rispetto per le singole posizioni e l’Inviato della Federazione doveva saper argomentare le posizioni del Partito senza prevaricazione. La cultura politica si produceva così: ascoltando, intervenendo e cambiando le proprie idee quando si riteneva necessario. A volte nelle discussioni delle sezioni di strada nascevano dei conflitti feroci su quale dovesse essere la linea a proposito di una certa cosa. Ma quei conflitti producevano anch’essi cultura politica e anche quando la linea politica maggioritaria entrava in rotta di collisione con quella del Partito, si producevano sintesi interessanti, non necessariamente al ribasso.

Tutto questo non c’è più ed è inutile rimpiangerlo (ammesso che si debba rimpiangerlo). E allora come si può fare politica oggi quando mancano le sedi e le occasioni di discussione? Si dirà che è sempre possibile partecipare a manifestazioni di dissenso, assemblee locali o nazionali, a episodi sporadici di dibattito in qualche sede. Possibile sì, ma le condizioni di vita attuale difficilmente lo permettono. Ad una certa età, poi, anche le manifestazioni pubbliche e i cortei diventano proibitivi a causa delle proprie condizioni fisiche. E nei dibattiti, nei convegni, al contrario si vedono solo figure di ultrasettantenni; pochissimi giovani e ragazze. Manca un Partito o forse ce ne sono troppi, soprattutto a sinistra. Quello che manca è soprattutto un’elaborazione collettiva, qualcosa che possa impedire che si ricominci da capo ogni volta come fosse la prima.

Perché questo? La società si è parcellizzata, una lotta darwiniana impedisce che le forze si uniscano, prevale l’”io”, la difesa della propria sopravvivenza, la fatica di rielaborare le idee, l’assenza di un orizzonte futuro, l’unico che spingerebbe a compiere anche dei sacrifici in vista di un benessere comune. E allora? In molti sono condannati alla solitudine politica fino a dubitare dell’idea che si possa cambiare qualcosa, come ci avvisa il telegiornale della “Sette” quando, ogni settimana, ci illustra i millesimi di percentuale di elettori in più o in meno che ogni partito ha guadagnato o perduto. E seppure scoppia qualche grande scandalo nazionale, sempre pochi millesimi si sposteranno da un partito all’altro per un breve tempo, per poi tornare alla situazione precedente. Tra non molto i palestinesi diventeranno come gli indiani americani, decimati e chiusi nelle riserve loro dedicate. I morti della guerra russo- ucraina si aggirano intorno ai due milioni in quattro anni, per non parlare degli altri invisibili 60 conflitti armati sparsi nel pianeta. Un futuro distopico ci aspetta: quello di un pianeta governato da poche decine di uomini con una riserva infinita di schiavi al seguito? Quello del film “Fahrenheit 451” dove un manipolo di uomini ribelli impara a memoria i libri classici sottratti al rogo da un governo mondiale tirannico, per preservarne la memoria? O forse bisogna aspettare che il pianeta bruci cancellando ogni forma di vita?

Ci sono molte ragioni per essere pessimisti, tuttavia, come ci è stato insegnato dai nostri Padri, ce ne sono altrettante e più per pensare a un cambiamento. L’irriducibilità della vita, innanzi tutto, le manifestazioni di solidarietà piccole o grandi che siano, la bellezza di un mondo che resiste alla distruzione; c’è anche la Politica (con la P maiuscola) che, contrariamente da quanto affermato da Agamben, sopravvive in molteplici spazi e luoghi. Questa politica non è quella del passato; vive del dissenso dei giovani che non si riconoscono nel vecchio mondo, delle donne che sanno ormai di contare e di saper cambiare, degli atti di resistenza dei singoli, sopiti ma non sopraffatti. Dunque la speranza esige pensieri pessimisti che non necessariamente significano rassegnazione: «La speranza è l’opposto della consolazione, il vivere ipnotizzati nella caverna. Nasce dalla disperazione creata dalla consapevolezza di essere finiti in una prigione e richiede da noi il coraggio di uscire, sempre più numerosi, dalla claustrofilia a dare testimonianza di un amore per la convivialità umana (la culla della ragionevolezza) che tenacemente resiste» (S. Thanopulos, La speranza esige pensieri pessimisti, su il manifesto del 18 maggio 2023). Questa è la contraddizione d’epoca che dobbiamo vivere noi. Al contrario del pensiero di Pavese: noi non scenderemo nel gorgo muti.

L’Occidente e la piramide dei buoni

Claudio Dionesalvi  28/02/2026

Incontri «La tradizione socialdemocratica è andata deperendo dalla fine dell’Urss. Il movimento operaio deve trovare altre motivazioni». Conversazione con Luciano Canfora

Jonathan

Il movimento No Kings ha posto domande sulla trasmissione e la discontinuità del potere costituito. Filologo classico, storico e grecista, il professore Luciano Canfora ha analizzato questo tema nel volume Giulio Cesare. Il dittatore democratico (Laterza). E per passare dalle dittature antiche a quella, più recente, del proletariato, ha affrontato la questione nel libro Il testamento di Lenin (Fuori Scena), in cui dimostra che le ultime volontà del leader bolscevico furono alterate da Stalin per ottenere piena designazione. Soprattutto dopo l’attacco neocoloniale degli Usa al Venezuela, in giro per l’occidente si agitano legittimi timori nei confronti di presidenti come Trump, democraticamente eletti, che però di fatto si autoproclamano “re”, pur senza trono e corona.

«La storia – dice lo studioso – non si ripete mai in maniere banali. Non possiamo prevedere le forme in cui la trasmissione del potere avverrà, un po’ dovunque. È più che ovvio che un gruppo politico o un soggetto al potere lavori a una continuità, puntando su altre persone. Quando De Gasperi era presidente del consiglio, aveva intorno a sé tanti soggetti più giovani, a lui vicini, e si guardava intorno, perché riteneva che prima o poi la guida della Dc sarebbe dovuta passare in altre mani. Non vedo il problema: la trasmissione del potere è un fatto fisiologico e salutare.

Se si va alla cieca, poi si hanno delle sorprese inquietanti». Dal canto suo, Francesco Maria Galassi, professore associato di antropologia fisica e paleopatologo dell’Università di Łódz´ in Polonia, spiega: «Tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, la salute di Lenin peggiorò rapidamente: dei mini ictus ne preannunciarono uno maggiore del marzo ‘23, quando una nuova lesione cerebrovascolare gli causò definitivamente paralisi, afasia, compromissione motoria e del linguaggio. Così Lenin visse una tripla prigionia: clinicamente nel proprio corpo incapacitato, nella reclusione e nel controllo della sua persona coordinato da Stalin. Infine, dopo la morte, nella propria icona corporea, trasformata in reliquia (mummia), quando il sôma (corpo) del leader divenne sêma (segno, simbolo) all’interno del mausoleo della Piazza Rossa».

Oggi i leader politici appaiono imprigionati nelle loro immagini artefatte dall’intelligenza artificiale. «Perché dovrebbero essere totalmente liberi? – chiede il professore Canfora – non esiste l’uomo assolutamente libero, tranne al centro della foresta, cioè l’uomo-natura di Rousseau, ma in fondo neanche quello, perché comunque deve vedersela con le belve feroci. Il leader politico ha dietro di sé un gruppo al quale deve dare conto e di cui è l’espressione.

C’è un famoso articolo di Antonio Gramsci, pubblicato nel marzo ‘24 su Ordine Nuovo. Si intitola “Capo”. L’esordio è questo: ogni Stato è una dittatura, quale che sia la classe sociale che comanda; ogni dittatura ha davanti a sé il compito di creare un gruppo dirigente, che a sua volta crea un capo, senza il quale non funziona nessuno Stato. Togliamoci di dosso dunque la patina melliflua che noi siamo una liberaldemocrazia con l’equilibrio dei poteri, con i contrappesi. Sembra di stare dal salumaio che ci dà il salame “buon peso”.

Sono chiacchiere. La realtà è questa, quale che sia il grado di accentuazione maggiore o minore: le procedure sono più o meno truffaldine; raramente si vota allo stato puro. Il voto di scambio c’è sempre stato, non è un’invenzione recente ed è la negazione della libertà. Abbandoniamo le illusioni generiche che dividono il mondo tra buoni e cattivi e i buoni sarebbero liberaldemocratici».

Non è una novità neanche la reciproca fascinazione tra leader al potere in diversi Paesi, a volte di opposti orientamenti politici. Qualcuno sostiene addirittura che ancor prima del patto, poi tradito, fra Hitler e il compagno “Koba”, Mussolini chiamò Stalin “camerata”. Lo smentisce categoricamente il professore Canfora: «No, non è vero. C’è un articolo di Mussolini che ironizza sui processi di Mosca e dice: forse Stalin è diventato fascista, ma non lo vuole ammettere. Non ha senso farne una specie di cartina al tornasole per interpretare i rapporti tra capi dei vari governi. Anche l’imperatore bizantino aveva grande considerazione per il califfo di Baghdad, eppure all’epoca erano due grandi potenze in lotta».

C’è chi rimpiange i governi tecnici adesso che, con le destre al comando, l’Italia sembra scivolare verso una democratura. «È una parola inesistente – replica Canfora – che ha bisogno di entrare nel dizionario della Crusca, prima di essere adoperata da noialtri. Tutti i governi sono politici, anche quelli tecnici. Quello del senatore Monti era un governo tecnico? No, fu voluto dal presidente della Repubblica Napolitano dopo aver cacciato Berlusconi. Il governo Draghi, invece, fu nominato da Mattarella per non andare alle elezioni quando si doveva. Molti partiti hanno appoggiato questi governi e vi hanno piazzato i loro uomini. L’esecutivo tecnico è una fictio iuris, un’invenzione.

Governare è un atto politico di per sé». Persino la manipolazione funzionale della verità è un arnese utile in ogni epoca: «Ma certo – prosegue Canfora – Un esempio? La storia del dispaccio di Ems. Bismarck modificò il testo per far scoppiare la guerra tra Francia e Prussia».

A prescindere dagli studi sulle ultime volontà di Lenin, edulcorate, oggi resta il grande quesito: che fare? Pare che non ci siano autorevoli figure di riferimento per la sinistra. “Non esistono – conclude Canfora – perché l’esperienza sovietica è implosa. E quando uno perde, non può dire: giochiamo da capo. La tradizione socialdemocratica, nata con un gigante come Engels, ha seguito il destino del suo antagonista ed è andata deperendo nei circa 30 anni che ci separano dalla fine dell’Urss.

Quindi il movimento operaio, o di liberazione dei popoli ex coloniali, deve trovare altri leader e motivazioni».
Nel suo libro in uscita, Il porcospino d’acciaio (Laterza), inquadra l’Occidente impegnato a individuare il nemico interno e ricolonizzare se stesso: «La piramide dei buoni – scrive Canfora – è piuttosto articolata. In cima ci sono i “vecchi banditi” (come li chiamò Lenin all’indomani della grande guerra): gli Stati colonialisti europei, ammaccati dalle guerre da loro stessi provocate, ora apparentemente uniti in una struttura né statale né federale ma bancaria (Bce=Ue).

Ma chi dà le carte sta oltre Atlantico e, da ultimo, ha deciso di non concedere più ai vecchi banditi il privilegio della protezione a spese del protettore».

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