C’È UN RISVEGLIO DEGLI INTELLETTUALI, MA NON BASTA da VOLERELALUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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C’È UN RISVEGLIO DEGLI INTELLETTUALI, MA NON BASTA da VOLERELALUNA

C’è un risveglio degli intellettuali, ma non basta

Enzo Scandurra  20-05-2026 

Fino a qualche tempo fa si lamentava il quasi assoluto silenzio degli intellettuali rispetto ai fatti che stanno sconvolgendo il mondo. Dove erano finite quelle voci del dissenso critico così autorevoli nel passato? Poi a mano a mano costoro hanno iniziato a prendere posizioni pubbliche (in pochi lo avevano sempre fatto): non solo sulle guerre, non solo rispetto all’ingerenza americana su tutti i fronti, non solo rispetto alla prevaricazione del diritto internazionale (come per Israele o per gli Stati Uniti), ma anche sul cinema, sui premi letterari, sulla politica nazionale fino ad incalzare i partiti della sinistra a prendere posizioni più decise e coraggiose e le distanze dall’Alleato americano. Anche la Comunità degli scienziati ha iniziato a prendere le distanze dalle collaborazioni accademiche con Israele a fronte del vecchio tabù che la scienza è neutrale. È un risveglio contro la crisi (o il caos) che investe il pianeta: crisi finanziarie, conflitti armati, disuguaglianze, divisioni razziali ed etniche, crisi ambientale prodotte, come dice Pino Arlacchi, dall’agonia di un impero ormai fuori dalla storia: quello americano.

A Roma, per esempio, il 18 aprile si è svolto un convegno/dibattito organizzato da Disarma, preceduto da sei relazioni introduttive molto dettagliate e illuminanti sui diversi temi affrontati a tutto campo dai relatori (Arlacchi, Basile, Bevilacqua, Gallo, La Valle, Sylos Labini, Volpi), “primo approdo di un percorso per tirare le somme delle analisi che abbiamo condiviso procedendo contro mano”. Semmai ci sarebbe da rammaricarsi per l’assenza di ogni riferimento al ruolo del femminismo che da sempre ha identificato nel patriarcato l’origine di ogni guerra.

Altro confronto è avvenuto in relazione alla Biennale di Venezia contro l’ingerenza politica della Comunità Europea tesa a censurare la presenza della Russia. E poi, ancora, una lettera con molte adesioni contro le primarie politiche considerate inutili oltreché dannose, così come questa Rivista è diventata un punto di riferimento nazionale per il dibattito sul cambiamento necessario. E non è certo privo di significato che vi sia recentemente comparso un articolo, Buttiamo a mare le basi americane, che richiama una frase di vecchia memoria, ma fino ad oggi impronunciabile.

Tuttavia a questo rinnovato fervore degli intellettuali (potremmo chiamarlo intellettuale collettivo non partitico?) è mia opinione che manchi un pezzo (una gamba si sarebbe detto nel vecchio linguaggio partitico): quella dei vastissimi movimenti collettivi di giovani che scontano sulla propria pelle gli effetti di leggi securitarie e liberticide emanate dal Governo. Senza alleanza o saldatura con questa parte giovanile, il risveglio degli intellettuali diventerebbe poco efficace sul fronte della lotta, diventando perfino inviso dai movimenti giovanili. È il caso di movimenti come Ultima Generazione o Friday for Future, o dei tantissimi giovani che esprimono nuovi linguaggi e nuovi approcci politici che non ricevono adeguate solidarietà né da parte della politica (del tutto ostile nei loro riguardi) né da parte degli intellettuali.

E poi c’è un altro fronte che è lasciato orfano dalla politica: quello delle lotte urbane che ha come antagonista l’ingerenza del capitalismo finanziario che detta le regole (agli amministratori) sulle trasformazioni urbane, tendenti ad espellere i ceti meno abbienti dal centro e a privatizzare la vita collettiva nelle città. A Milano, a Firenze e a Roma (tutte amministrate dal centro sinistra) si ripetono quasi con monotonia episodi di estrazione di ricchezza e di ingiustizia spaziale da parte dei fondi immobiliari stranieri a spese dei cittadini sempre più privati del bene collettivo (alberghi di lusso, costruzioni quasi abusive, over turismo, social hub, privatizzazione di spazi, cambiamenti di destinazioni d’uso nel Centro e via dicendo), sottraendo territorio a persone a basso reddito e trasformando pezzi di città in zone attrattive per altri successivi e remunerativi investimenti immobiliari. Se il capitalismo non è solo un processo di produzione allora è proprio qui che si manifesta la sua forza di penetrazione nelle coscienze dei singoli convinti di vivere nelle città più belle e più affascinanti del mondo seppure inconsapevolmente esclusi dai loro fasti.

Per ultimo la pervicace divaricazione tra cultura umanistica e cultura scientifica, che caratterizza il nostro sistema formativo e permea la nostra cultura occidentale, ci impedisce di penetrare a fondo la questione ambientale e l’attuale crisi ecologica. Poiché quest’ultima non è semplicemente una questione tecnica risolvibile con espedienti di ingegneria istituzionale, bensì malessere profondo dovuto alla nostra separazione dalla natura e dagli altri esseri viventi. Separazione resa sempre più divaricante a causa dell’uso crescente della tecnologia. Come sostiene Laura Marchetti, «l’idea che la matematica non [sia] solo calcolo, mera tecnica, ma anche armonia immaginazione e poesia, risulta estranea a una gioventù cresciuta con la logica binaria e la divisione marcata dei saperi»: una divisione – specifica della razionalità eurocentrica e occidentalista –, come aveva denunciato Snow in una celebre conferenza del 1959. Probabilmente uno dei pochi politici (se non l’unico) che ha tenuto insieme le due culture è stato Pietro Ingrao che amava il cinema e la poesia coniugandola con il suo impegno politico.

L’imponente manifestazione in varie città d’Italia a favore della Sumud Flotilla del 2025-26 e quelle del 25 aprile di quest’anno, hanno visto una vera e autentica partecipazione di popolo: ragazzi, giovani, anziani, operai e casalinghe hanno sfilato insieme per le vie delle grandi città a migliaia dimostrando un risveglio civico senza precedenti a favore della pace e contro ogni guerra e ingiustizia sociale. E non è forse un caso che i giovanissimi (maschi) che aprivano il corteo gridassero lo slogan al femminile: siamo tutte antifasciste. È stato un esempio di un’alleanza tra popolo ed intellettuali che rischia però di rimanere un episodio isolato, salvo che nelle grandi manifestazioni di piazza.

In epoca recente solo nel Sessantotto, e per un breve periodo, si è assistito all’alleanza tra operai e studenti con la solidarietà del mondo intellettuale. Oggi è come se i giovani parlassero una lingua diversa quasi incomprensibile ai più vecchi, avvertita minacciosa dai politici che la beffeggiano se non direttamente l’avversano. Ma senza i giovanissimi e senza il portato della rivoluzione femminista, ogni tentativo di cambiamento è destinato a una breve durata. Come poi realizzare questa alleanza dovrebbe essere all’ordine del giorno di ogni dibattito d’ora in avanti.

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