ATTACCO ISRAELIANO ALL’IRAN, IL MITO DEL CAMBIO DI REGIME da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ATTACCO ISRAELIANO ALL’IRAN, IL MITO DEL CAMBIO DI REGIME da IL MANIFESTO

Attacco israeliano all’Iran, il mito del cambio di regime

Medio oriente L’obiettivo strategico di Usa e Israele è il caos in Medio Oriente, perché lo stato ebraico resti la sola superpotenza regionale. Vedi i precedenti in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria

Alberto Negri  18/06/2025

Sulla guerra Iran-Israele (e Stati Uniti) cominciano a circolare le notizie più disparate, ma forse anche fondate, tra queste – come sostengono settori dell’intelligence americana – che l’Iran è lontano anni da una bomba nucleare. Ma ci sono anche mitologie ricorrenti come quella del cambio di regime come vorrebbe il premier israeliano Netanyahu.

Il quale per altro non è chiaro se abbia i mezzi per farlo.

Appare complicato rovesciare un regime solo con attacchi aerei, diciamo che Israele può scatenare il caos in un Paese che è cinque volte l’Italia con 90 milioni di abitanti, confina con altri sette Paesi tra cui un membro Nato (Turchia), un altro a enorme instabilità (Afghanistan). Si affaccia su Caspio e Golfo, dispone delle seconde riserve al mondo di gas e le quarte di petrolio. Un bel boccone, forse un po’ troppo per il governo estremista e messianico di Israele. Come sostiene e scrive da tempo Alastair Crooke, diplomatico e agente dell’MI-6 britannico, il vero e forse unico obiettivo strategico di Usa e Israele è quello di portare il caos in Medio Oriente in modo che lo stato ebraico rimanga l’incontrastata superpotenza regionale.

I precedenti sono chiari. Negli ultimi trent’anni i cambi di regime imposti dall’esterno hanno prodotto disastri clamorosi. Basti pensare all’Afghanistan nel 2001 con la fuga da Kabul venti anni dopo e il ritorno dei talebani; all’Iraq nel 2003 sprofondato nella guerra civile e nel jihadismo; alla Libia di Gheddafi nel 2011, fuori controllo e sempre divisa. Per contrasto in Siria, a dicembre, sono state le forze locali a far cadere Bashar Assad, per quanto sostenute dall’estero.

Possiamo detestare quanto vogliamo il regime degli ayatollah ma pensare, come scrive Pierre Haski su Internazionale, che la caduta di quello di Teheran possa creare progresso e libertà significa essere ingenui e confondere i desideri con la realtà. Un crollo del regime sotto i colpi dell’esercito israeliano non farebbe altro che alimentare un caos da cui potrebbero emergere forze oppressive e antidemocratiche.

MA GLI OCCIDENTALI ancora un volta sono pronti ad accettare la narrativa di un premier israeliano che scatena guerre per tenersi in sella e distrarre i media da Gaza dove l’esercito di Tel Aviv continua uccidere centinaia di palestinesi. Ieri al G7 il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto: «Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi in Iran». Come a Gaza, verrebbe da aggiungere.

Tutto questo non può indurci a ignorare i fattori interni di destabilizzazione dell’Iran e il sempre maggiore scollamento tra il regime e la popolazione, testimoniato dalle manifestazioni di piazza cominciate in maniera diffusa con il movimento “Donne, vita, libertà” nato nel 2022 dopo la morte della giovane Mahsa Amini, avvenuta mentre si trovava nelle mani della polizia per non aver indossato il velo nella maniera corretta.

E proprio nel tentativo di riprendere almeno una parte del consenso che il regime, dopo la misteriosa morte del presidente Raisi in un incidente di elicottero, ha fatto eleggere l’anno scorso il riformista Pezeshkian al posto di un fondamentalista ultra-conservatore. Ma anche questo non è bastato a riconciliare popolazione e regime. Ancora un volta si è registrato un calo della partecipazione con circa il 40% dei votanti: la legittimità della repubblica islamica fondata nel 1979 con la rivoluzione di Khomeini è in discussione per le pesanti disillusioni sul sistema.

PROPRIO PER QUESTO il regime aveva serrato i ranghi. Trovare un successore dell’attuale Guida Suprema Khamenei era già apparsa prima di questa guerra una questione di vitale importanza per la sopravvivenza della repubblica islamica. Per questo l’ala religiosa del potere si poteva appoggiare soltanto sugli onnipresenti Pasdaran, le Guardie della rivoluzione da anni impegnati sui fronti di guerra, dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen. Nati dal movimento di massa della rivoluzione del ’79 e dalla necessita di sostenere l’attacco del 1980 portato dall’Iraq di Saddam Hussein, sono diventati negli ultimi decenni i veri padroni del Paese e controllano oltre all’apparato militare anche le leve economiche. Ma non basta la loro potenza a tenere in piedi la repubblica islamica e soprattutto a garantirne la legittimità popolare.

L’alone dell’utopia rivoluzionaria con cui il turbante dei mullah si era sostituito alla corona imperiale è svanito da un pezzo. Il sistema – così almeno avrebbe voluto Khomeini – doveva andare a beneficio dei mostazafin, letteralmente i senza scarpe, i diseredati e gli oppressi in nome dei quali era stata fatta la rivoluzione. In realtà religiosi, ex rivoluzionari, Pasdaran e uomini d’affari, si sono impadroniti del business e dell’economia di un Paese con enormi riserve di gas e petrolio.

NON SOLO I POVERI oggi sono sempre più poveri ma anche la classe media è in crisi. E poi ci sono le incognite sulla generazione X iraniana che abbiamo visto scendere in piazza, giovani che non hanno partecipato ovviamente né alla rivoluzione khomeinista del ‘79 né alla guerra Iran-Iraq (1980-1988). Gli iraniani sono più di 90 milioni, di questi oltre 40 milioni sono nati dopo la rivoluzione e la metà (fonte Undp) sono tra i 10 e i 24 anni. Eppure finora il sistema statuale ha retto perché elargisce la metà degli stipendi mentre il welfare iraniano, che insieme ai prezzi sussidiati valeva la metà del Pil, nonostante i tagli è ancora in piedi. C’è un Iran che teme il regime ma forse teme ancora di più l’anarchia e il caos che ha investito il confinante Iraq. Mai trarre facili conclusioni sull’Iran, erede di un impero, di una cultura antica e di una delle grandi rivoluzioni della storia.

Donald Trump è pronto a unirsi alla guerra all’Iran

Usa e Iran Le parole del presidente Usa lasciano pochi dubbi. E Israele vuole il «cambio di regime». Nella regione ci sono i caccia F-22, F-35 e anche i B-2 capaci di trasportare le bombe bunker buster

Michele Giorgio  18/06/2025

Dietro il caos di dichiarazioni a raffica fatte ieri da Donald Trump, che dicono tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore, è emersa in modo palese la continuazione del progetto concordato con Israele dal presidente americano: l’annientamento della Repubblica islamica e la creazione di un Iran amico, come ai tempi dello Shah, magari governato da un presidente sfiatato e compiacente come il siriano Ahmad Shara.

«L’Iran non può avere un’arma nucleare… Non sto puntando a un cessate il fuoco, stiamo cercando di fare meglio di un cessate il fuoco, una fine vera della guerra tra Iran e Israele», ha avvertito il presidente americano parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One dopo essere atterrato a Washington, di ritorno dal G7 in Canada. Dietro quelle parole sulla fine della guerra non c’è un intento pacifista, piuttosto sono la conferma che gli Usa sono vicini a unirsi all’attacco israeliano. Il sempre ben informato sito Axios ha riferito ieri sera che Trump è pronto a bombardare i siti nucleari iraniani, a cominciare da quello di Fordow.

Al presidente, mentre tornava dal G7, è stato chiesto se il possibile coinvolgimento americano porterà alla distruzione del programma nucleare iraniano. Ha risposto: «Non ho alcun desiderio di negoziare con loro (gli iraniani). Spero che il programma venga distrutto prima di essere coinvolti». Poco dopo ha reso ancora più espliciti i suoi propositi. «Noi abbiamo il controllo dei cieli sopra l’Iran», ha scritto su Truth Social senza Israele. Quindi ha definito la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, «un bersaglio facile», ma ha aggiunto: «Lì è al sicuro. Non lo elimineremo, almeno non per ora».

In Israele ora c’è fiducia. La decisione di scendere in guerra spetta solo a Trump, lo sanno tutti. È opinione diffusa anche tra la gente comune che il presidente ordinerà l’ingresso in guerra alla prima occasione. Come un rifiuto iraniano – se mai riprenderanno i colloqui con Teheran che il tycoon vorrebbe affidare al vicepresidente Vance e all’inviato speciale Witkoff – di accettare tutte le condizioni degli Stati Uniti, a partire dall’interruzione piena dell’arricchimento dell’uranio. A invocare l’intervento in guerra degli Usa c’è anche la nota ex deputata e modella israeliana Pnina Rosenblum, che in un video sale idealmente a bordo di un F-15 per partecipare ai bombardamenti. Sulle note di una musichetta accattivante, Rosenblum saluta con un «bye bye» un Iran sconfitto e ridotto in macerie dalle bombe.

Alcuni come i giornali online Maariv e N12, si sono lasciati travolgere dall’entusiasmo dopo aver appreso delle parole di Trump. Hanno riferito con enfasi della presenza – o dell’arrivo imminente – nella regione di bombardieri F-22, F-35 e B-2 dell’aeronautica militare statunitense, assieme agli aerei cisterna. I B-2 sono bombardieri strategici. Si troverebbero a bordo di una portaerei – forse la Nimitz, in navigazione dal Mar Cinese Meridionale verso il Golfo – e sono gli unici, assieme ai giganteschi B-52, capaci di trasportare e sganciare la GBU-43, la bomba più potente al mondo con capacità di bunker busting, ossia in grado di penetrare per decine di metri nel terreno fino all’obiettivo. Israele ne possiede altre di questo tipo, ma meno potenti e non sufficienti a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow. A incoraggiare Trump a fornire a Israele le bunker-buster più potenti al mondo è anche il noto editorialista del New York Times, Thomas Friedman.

«Siamo pronti a dare la spallata decisiva, l’Iran è sul punto di crollare», ripeteva ieri un funzionario israeliano, riferendosi non solo all’intensità dell’operazione aerea e di intelligence Rising Lion in corso su Teheran e altre città. Il fatto che l’Iran abbia lanciato ieri i suoi missili in più occasioni, ma in numero largamente inferiore rispetto ai giorni scorsi – hanno provocato 24 morti e 647 feriti (2.725 gli sfollati) – fa credere ai comandi militari che la guerra sarà «vinta nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora».

L’Amministrazione Usa si è anche convinta che la guerra, come afferma Benyamin Netanyahu, dovrà avere come fine ultimo il «cambio di regime» a Teheran. Un obiettivo che appare irraggiungibile, se non al costo di migliaia di vite umane in Iran e di sofferenze per molti altri. Quando Orient Today ha domandato ieri a Peyman Jafari se la Repubblica islamica imploderà a causa degli attacchi israeliani, la risposta dello storico iraniano-olandese, esperto di Iran, è stata netta: no. «È molto improbabile che il regime iraniano crolli sotto questa pressione», ha detto. «Per ora, non vi è dissenso all’interno dell’apparato. Queste aggressioni, al contrario, porteranno a breve termine a un rafforzamento dell’élite politica e militare». Una guerra prolungata e lo scoppio di conflitti etnici, tuttavia, potrebbero innescare una reazione a catena verso il collasso. «Questo sarebbe lo scenario ideale per Israele – ha continuato Jafari – non un cambio di regime, ma la frammentazione dell’Iran», in modo che il Paese resti debole e non torni a ricoprire il ruolo di unico rivale strategico credibile nella regione.

Per raggiungere quel risultato Israele ha bisogno degli Stati Uniti, non solo per l’assistenza alla sua aviazione impegnata in voli lunghi e insidiosi o per rendere più intensi e distruttivi gli attacchi aerei. A Israele gli Stati Uniti servono sul campo, per alimentare o creare le divisioni etniche e territoriali che dovranno frammentare e rendere innocuo l’Iran, proprio come è avvenuto in Siria. Trump è pronto.

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