VOLGIAMO LE SPALLE AL FUTURO e ANDIAMO VERSO il NULLA da ILFATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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VOLGIAMO LE SPALLE AL FUTURO e ANDIAMO VERSO il NULLA da ILFATTO e IL MANIFESTO

Nel mondo 59 conflitti, la terza guerra mondiale c’è già. Ecco come sarà il nuovo ordine globale. Su FQ MillenniuM in edicola

Nel nuovo numero del mensile diretto da Peter Gomez, il racconto degli altri conflitti che oltre l’Ucraina insanguinano il mondo, raccontati anche dalle nostre ong impegnate sul campo. E le analisi sul futuro delle grandi potenze. Dalla Cina che punta a un modo di affari senza intrusioni negli “affari interni” di ciascun Paese, all’Europa vaso di coccio ancora troppo divisa e dipendente dall’esterno

 F. Q. | 13 MAGGIO 2022

La terza guerra mondiale c’è già, e non solo perché Papa Francesco lo va dicendo da otto anni (“Siamo entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”, 18 agosto 2014). I nostri occhi sono comprensibilmente puntati sull’invasione russa dell’Ucraina, ma sono almeno 59 i conflitti attualmente in corso nel mondo, conta l’Armed Conflict Location and Event Data Project (Acled). Ci sono crisi che si trascinano da decenni, come quella fra Israele e Palestina, che è tornato a infiammarsi in queste settimane. Ci sono guerre sanguinose che coinvolgono potenze mondiali e regionali, come in Siria e in Yemen (nella foto). Ci sono focolai locali – numerosi in Africa – che spesso nascondono interessi economici e strategici lontani. Cinesi per esempio, ma anche europei, come nella tragedia senza fine del Congo, dove la corsa armata all’accaparramento delle miniere d’oro, diamanti e di altri minerali fondamentali per la produzione di smartphone e altri apparecchi tecnologici ha provocato a oggi dai 5 ai 10 milioni di morti, nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale.

FQ MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, nel nuovo numero in edicola da sabato 14 maggio racconta i più importanti fra questi conflitti, anche attraverso la voce degli operatori umanitari italiani impegnati sul campo. “Fa riflettere che Emergency sia arrivata nel 1999 in Afghanistan, con i Talebani al potere, e si ritrova nel 2022 nella stessa situazione”, commenta Luca Radaelli, che per anni ha guidato l’ospedale di Kabul gestito dall’ong milanese. In Mali si fa strage di civili in nome della lotta al terrorismo islamico, condotta fra gli altri anche dai mercenari del Gruppo Wagner, filoputiniano, che abbiamo imparato a conoscere sul terreno ucraino. A loro e all’esercito maliano Human Rights Watch attribuisce il massacro di almeno 300 civili a Moura. “Nella lotta al terrorismo, usare solo l’opzione militare, senza lavorare a quelle radici che lo alimentano, non basta, anzi, produce danni”, commenta Mario Raffaelli, già presidente dell’ong Amref. “Le situazioni di povertà e le fratture sociali finiscono per diventare i bacini dove i fondamentalisti vanno ad alimentare le loro fila”. Alle porte dell’Europa continua la crisi del Nagorno-Karabach, dove la Russia sostiene l’Armenia e la Turchia supporta l’Azerbaigian. E sono solo alcuni dei conflitti raccontati da FQ MillenniuM, a firma del reporter Christian Elia.

Comunque vada a finire in Ucraina, la “terza guerra mondiale” porterà a un nuovo ordine globaleFQ MillenniuM prova a raccontarlo attraverso le sue firme più esperte delle varie geografiche. In questa fase, a dettare l’agenda sono le potenze autoritarie. La Cina, racconta Gabriele Battaglia, punta a un modo multipolare dove tutti possano fare affari con tutti, senza che nessuno si arroghi il diritto di mettere il naso in casa d’altri in tema di regime politico, democrazia, rispetto dei diritto umani. Per questo Pechino ha mal digerito l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin, mentre ha già cominciato a dialogare persino con il governo afghano dei vituperati talebani. E intanto, oltre che sull’Africa, ha messo le mani anche sull’economia del Sudamerica, un tempo cortile di casa degli Usa, racconta Gabriella Saba. Molto diversa la visione della Russia, narrata da Leonardo Coen, che punta a destabilizzare le democrazie occidentali e ha sancito già nel 2007, per bocca di Putin, che “il mondo unipolare è morto, ora viviamo in un mondo multipolare e gli Stati Uniti non sono più i gendarmi del mondo”.

Forse inevitabilmente, le democrazie si presentano al tavolo del nuovo ordine mondiale con visioni meno nette. Gli Stati Uniti, scrive Roberto Festa, cercano di mantenere una “egemonia liberale” usando meno armi, più diplomazia e più pressioni economiche, ma le spinte populiste e sovraniste ce le hanno in pancia, e lo spettro di un Trump che si ricandida alle presidenziali del 2024 rende il futuro assai incerto. E l’Europa? Variamente dipendente dalle altre potenze, priva di una politica e di una difesa comune, rischia di essere il vaso di coccio. E l’invasione dell’Ucraina, con le conseguenze che vediamo sull’approvvigionamento energetico e sull’economia in generale, ha peggiorato la situazione. Tanto che un esperto come Francesco Strazzari della Scuola Sant’Anna di Pisa si chiede cosa succederebbe se “dal Cremlino arrivassero proposte di accordo accettabili per i 27 Stati membri, ma non per Washington. In quel caso, un primo distacco sarebbe possibile, anche perché il progetto di autonomia energetica europeo non è realizzabile nel breve periodo”.

La casa brucia, la virtualità ci anestetizza

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica su psiche e società. A cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  14/05/2022

Nel suo libro “Quando la casa brucia” (Giometti Antonello, 2020), Giorgio Agamben scrive: “Quale casa sta bruciando? Il paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero? Forse le case, le città sono già bruciate, non sappiamo da quanto tempo, in un unico immenso rogo, che abbiamo finto di non vedere. Di alcune restano solo dei pezzi di muro, una parete affrescata, un lembo del tetto, dei nomi, moltissimi nomi, già morsi da fuoco. E, tuttavia, gli ricopriamo così accuratamente con intonachi bianchi e parole mendaci, che sembrano intatti. Viviamo in case, in città arse da cima a fondo come se stessero ancora in piedi, la gente finge di abitarci ed esce per strada mascherata fra le rovine quasi fossero ancora i familiari rioni di un tempo.”

Ciò che descrive Agamben con poetica lucidità, è la perdita della realtà a causa dell’eclissi della capacità di riconoscere e elaborare le perdite a partire dai nostri sogni. Il sogno è mosso da ciò che non c’è più, ma, mancando, ci obbliga a metterci di nuovo in gioco, sotto la spinta del desiderio di ritrovarlo in altre modalità, in altre forme, in altre implicazioni e possibilità. Sognare toglie l’oggetto perduto dalla sua deperibilità, lo colloca nello spazio della potenzialità e lo rimette nel movimento trasformativo della vita.

Il sogno non restaura, non restituisce ciò che è a ciò che era, o si desiderava che fosse, prima; riattiva la voglia di vivere che tutto rinnova e tutto ripara. Quando lo spazio onirico cade in rovina -inascoltato presagio, e insieme testimonianza, di una realtà che sta precipitando attorno a noi-, gli subentra una costruzione inerziale fatta di virtualità (il vuoto materializzato come entità percettiva). Ci si illude di essere ancora nei “familiari rioni”, ma la virtualità non li riproduce veramente : essa non imita, è un inganno, un’illusione ottica che si presenta come nostro unico possibile alloggio. In questo spazio tutto è supposto essere ciò che desideriamo e il prima, smarrito dalla nostra memoria, si dissolve nell’anestesia.

È la prospettiva di Agamben iperbolica? O, forse, apocalittica come qualcuno, che confonde la speranza con la consolazione, potrebbe dire? Si confrontino le parole del filosofo italiano con quanto scrisse, quasi un secolo fa, Walter Benjamin:  «C’è un quadro di Klee che s’intitola “Angelus Novus”. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto.

Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta». (“Angelus Novus. Saggi e frammenti”, Einaudi)

Benjamin formulò questi pensieri in prossimità dell’apocalisse. La nostra casa oggi, come allora, brucia. E la distruzione della natura, la pandemia, la guerra non solo denunciano la mancanza scellerata di una politica di prevenzione delle catastrofi, ma mostrano anche la sconcertante incapacità di pensare il futuro. I pionieri di un futuro senza avvenire, come Zuckerberg, già costruiscono il nostro rifugio/tomba chiamato “metaverso”: vivere immersi nella virtualità sovrapposta al mondo reale. Come l’Angelo Novus volgiamo le spalle al futuro e spinti dalla tempesta della storia andiamo verso il nulla.

Possiamo abbandonarci a visioni che ci stordiscono o avere visioni che sono chiaroveggenza. Vogliamo ancora riservare a queste ultime il destino di Cassandra?

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