TREMA LA “MANO INVISIBILE” CHE ASPETTAVA I NEOLIBERALI da IL MANIFESTO e SIMPLICISSIMUS
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TREMA LA “MANO INVISIBILE” CHE ASPETTAVA I NEOLIBERALI da IL MANIFESTO e SIMPLICISSIMUS

Trema la «mano invisibile» che aspettava i neoliberali

Claudio de Majo  27/10/2026

Lula hope Panico finanziario: lo spread brasiliano cresce del 10%. “Flavio” aveva già pronto il ministero della Prosperità. O meglio dell’austerità

La miracolosa rimonta di Lula ha già mostrato di poter scatenare ripercussioni di notevole portata sull’economia e sulla geopolitica. Lo dimostra il panico finanziario diffuso in Brasile nell’arco di poche ore – aumento dello spread del 10% dall’annuncio della rielezione, e aumento del costo del dollaro rispetto al real. Gli interessi finanziari «della mano invisibile», in queste elezioni, erano chiaramente affidati al grande sconfitto, Flavio Bolsonaro.

Chiacchieratissimo, noto intrigante nel parlamento carioca, gravato da numerosi processi per riciclaggio di denaro, traffico di influenza e provati legami con le milizie paramafiose di Rio de Janeiro, Flavio era stato incoronato successore di papà Jair in seno alla Faria Lima, la Wall Street brasiliana. Non a caso, il popolare governatore paulistano Tarcisio de Freitas, dopo iniziali schermaglie, ha accompagnato Flavio mano nella mano in queste elezioni, fino ad integrare la riunione di commiato dei suoi fedelissimi post risultato elettorale. Anche stavolta, come fu per Jair, prevedibilmente culminata nell’ormai classico mancato riconoscimento della sconfitta.

INVESTITORI autoctoni e stranieri vedevano di buon occhio il ritorno di un governo di più spiccata identità neoliberale, che avrebbe promesso austerità finanziaria, utilizzando la scusa del controllo dell’inflazione e la diminuzione del debito pubblico per monetizzare in borsa, nonostante i prevedibili impatti negativi su impiego e programmi di aiuto sociale (su questo punto Flavio ha sempre glissato in campagna elettorale, non rispondendo sui pur prevedibili tagli a programmi sociali come il popolare sussidio bolsa familia). Potenziali riforme certamente più appetitose della classica ricetta neokeynesiana lulista, basata su un costante tentativo di bilanciare la crescita economica con il benessere reale e diffuso dei cittadini.

LA PROSPETTIVA neoliberista in politica economica era stata annunciata da Flavio con la designazione dell’oscuro coach motivazionale Pablo Marçal come futuro capo del ministero della Prosperità, affiancato da Daniella Marques, ex presidente della Caixa Econômica Federal e collaboratrice di Paulo Guedes, ex ministro dell’economia di papà Jair.

Gli interessi dei mercati finanziari si intersecano a quelli di più eminente natura geopolitica, coinvolgendo non soltanto la neonata «dottrina Donroe» di Washington, ma anche l’impero digitale delle big tech. Se gli sconvolgimenti in Iran e in Venezuela sono stati vissuti da parte dell’opinione pubblica come classici tentativi di petrogolpe di novecentesca memoria, nel caso del Brasile, non è l’oro nero a far gola agli interessi delle big tech: dati alla mano, il paese verdeoro è uno dei maggiori produttori di terre rare, gruppo di metalli leggeri fondamentali per sostenere l’industria tecnologica, specialmente con l’inflazione della bolla legata all’intelligenza artificiale. È da questi metalli che vengono fuori le minuscole calamite, fondamentali per fabbricare microchip alla base di sensori, altoparlanti e altri componenti digitali.

AD ESSE SI AGGIUNGE il niobio, materiale essenziale per rafforzare le proprietà dell’acciaio e alla base di infrastrutture critiche come strade, ponti, gasdotti e perfino nei motori di veicoli (93 chili su 100 prodotti al mondo vengono dal Brasile). Asset talmente strategico da essere diventato un cavallo di battaglia della presidenza di Jair Bolsonaro, che lo citava spesso come «l’oro della patria».

Questa vasta ricchezza sotterranea negli ultimi anni, pena anche il progressivo embargo cinese, ha attirato numerosi investimenti americani. Un dispiegamento di capitale frustrato dal protezionista governo di Lula, reo di aver fatto approvare leggi per la regolamentazione dello sfruttamento delle terre rare nazionali, imponendo l’obbligo di mantenere l’intera filiera produttiva nei confini nazionali, generando impiego e ricchezza.

Legacci che invece Flavio sarebbe stato pronto ad allentare, proclamando il Brasile come la terra della «soluzione al problema delle terre rare». Promessa accompagnata alla sospensione del cosiddetto Pix, sistema di pagamenti con blockchain del governo brasiliano che negli ultimi anni ha quasi eliminato i circuiti bancari statunitensi.

SONO INTERESSI che coinvolgono anche in maniera diretta le big tech, come testimoniato dall’interferenza di Meta nella battaglia elettorale. Secondo un’analisi della giornalista brasiliana Thais Bilenky, durante la campagna, gli agenti di Iaoperativi su WhatsApp sarebbero stati molto più propensi a produrre immagini in favore di Flavio che di Lula. Bias algoritmici in grado di sintetizzare perfettamente gli interessi economici e geopolitici che hanno caratterizzato le elezioni politiche appena concluse, frustrate soltanto dalla volontà di autodeterminazione di una nutrita parte del popolo brasiliano.

Democrazia Goldmann

ilsimplicissimus     26 Ottobre 2026   

Una delle colonne portanti della visione del mondo che ci viene inculcata da oltre un secolo a questa parte è che esista uno strumento regolatore di ogni cosa e in qualche modo anche onnisciente che si chiama mercato. I mercati hanno decretato… aspettiamo il verdetto dei mercati… il mercato delle scommesse dice che vince Bolsonaro e invece ha vinto Lula. Insomma ci si vuol far credere che il mercato sia la mano invisibile e il pilota automatico che porta avanti il mondo. Ma naturalmente si tratta di una fesseria, non solo sul piano concreto, ma anche a livello teorico visto che nessuno agisce sempre in maniera razionale e non tutti hanno lo stesso grado di informazione. Non parliamo poi dei mercati azionari che esprimono solo gli orientamenti di una ristrettissima élite. Non lo dico io, ma lo dice Goldmann Sachs che nell’ultimo report ci fa sapere che l’87% delle azioni detenute da soggetti privati è in mano al 10 per cento della popolazione statunitense e il 47%  appartiene all’1%

In sostanza la figura del piccolo risparmiatore non esiste, è solo una creazione di fantasia, perché l’élite può muovere molti più soldi per fare i suoi giochi di Borsa e dunque fa il mercato a sua immagine e somiglianza. I singoli investitori che agiscono autonomamente sono pochissimi, visto che la grande maggioranza dei risparmiatori si rivolge al risparmio (e spesso alla perdita) gestito ossia dà soldi  a banche e fondi comuni che hanno come azionisti di riferimento proprio quell’1%. Questi dati si riferiscono agli Stati Uniti, ma sono sostanzialmente simili anche in Europa, anzi talvolta sono anche più impressionanti: in Italia il 10% della popolazione possiede il 93,3% del mercato azionario. Perciò Goldmann Sachs fa questa incredibile scoperta: l’andamento degli indici di Borsa non rispecchia lo stato economico della classe media, ma dipende dalle scelte di un segmento ristretto di grandi investitori. Chi l’avrebbe mai detto. Il fatto è che, data questa struttura, lo dice sempre la Goldmann, quando i mercati finanziari segnano nuovi record, i benefici non si distribuiscono uniformemente sulla classe media o lavoratrice, bensì amplificano il divario di ricchezza esistente. Mentre quando i mercati finanziari sono in calo ci perde quasi soltanto il 90% che non ha mezzi di manovra.

Questo viene chiamato ciclo del capitale autoreferenziale che potrebbe essere sintetizzato in questo schema:

I consumatori (90%) acquistano beni e servizi da grandi multinazionali che spesso hanno i luoghi di produzione in Paesi a basso costo
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Le multinazionali registrano profitti  e pagano dividendi
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I flussi finanziari (87%) vanno al 10% più ricco che è proprietario delle azioni
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Il 10% più ricco reinveste in borsa, gonfiando gli asset, senza creare posti di lavoro proporzionali e sempre più spesso senza nemmeno avere un sottostante economico per giustificare l’aumento delle azioni.

Questa giostra dura ormai da 40 anni e ha come effetto principale il fatto che anche il potere  si concentra su quel 10%, anzi sull’1% che ha enormi capacità finanziarie. Ciò che conta è quello che vuole che ristretta classe di persone che gestisce i soldi e con essi anche la politica che ha bisogno di denaro, l’informazione che ha le sesse necessità visto che lavora in perdita, ma anche un’accademia in declino morale e intellettuale. Quando esponenti del milieu dell’Ue o dei singoli Stati dicono che non gliene frega nulla di ciò che pensa la gente, esprimono esattamente questa struttura della società neoliberista che di democratico ha solo le  forme, ma non la sostanza. Potremmo chiamarla democrazia Goldmann. Strutturalmente la volontà dell’1% è ovviamente in rotta di collisione con quella del 90% che si vede sottrarre ogni giorno quote di ricchezza e di futuro. Quanto ancora potrà durare prima che qualcuno dica basta, che qualcuno si faccia tiranno o che il sistema imploda?

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