VIOLENZA, RAZZISMO, IPOCRISIA, da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VIOLENZA, RAZZISMO, IPOCRISIA, da IL MANIFESTO

                      Cinquant’anni dopo l’Academy chiede scusa a Sacheen Littlefeather

HOLLYWOOD. Agli Oscar al posto di Marlon Brando, per il suo discorso sul razzismo l’attivista nativa americana fu fischiata e insultata

Cristina Piccino  17/08/2022

1973, Marlon Brando vince l’Oscar per Il padrino. L’attore però non si presenta alla cerimonia degli Academy Awards, al suo posto sul palco sale Sacheen Littlefeathe, una giovane attrice e militante nativa americana di origine apache e yaqui. È lei a spiegare all’industria hollywoodiana lì «fieramente» riunita nella sua autocelebrazione più importante che Brando rifiuta quel premio per protesta contro il trattamento riservato ai nativi americani dal governo federale e da Hollywood con la narrazione mistificatoria del western e dei miti della frontiera. La platea sconcertata urla, fischia, la minaccia, la insulta. Sacheen Littlefeather racconterà più tardi che gli agenti della sicurezza avevano dovuto trattenere John Wayne per impedirgli di aggredirla fisicamente.

Oggi le cose a Hollywood sono cambiate – almeno in superficie – i nuovi codici sono inclusione, eguaglianza, attenzione alle diversità. Così ecco infine arrivare le scuse dell’Academy a Sacheen Littlefeather per quella brutta «cerimonia» di cinquant’anni fa con una lettera firmata dal presidente di allora, David Rubin in cui si legge: «Gli insulti che ha subito per quella dichiarazione erano fuori luogo e ingiustificati. Il peso emozionale che ha dovuto sopportare negli anni e il prezzo pagato dalla sua carriera nella nostra industria sono irreparabili… Il coraggio di cui ha dato prova non è stato riconosciuto troppo a lungo, per questo le presentiamo le nostre più sincere scuse insieme alla nostra più sincera ammirazione».

L’ORGANIZZAZIONE dell’Academy ha reso pubblica la lettera di scuse con l’annuncio di una conferenza di Sacheen Littlefeather all’Academy Museum Motion Pictures di Los Angeles il prossimo 17 settembre.

Nel suo discorso del 1973 Sacheen Littlefeather, che era la prima donna nativa americana a salire sul palco dell’Academy, si era presentata come presidente della National native american affirmative image, e anche se le avevano concesso solo sessanta secondi per dire il testo – molto più lungo – del suo discorso, era riuscita a sollevare le questioni importanti di razzismo, violenza, emarginazione che i nativi subivano e continuano a subire, portando l’attenzione su quanto stava accadendo a Wounded Knee, dove i nativi avevano occupato simbolicamente la cittadina del sud Dakota negli stessi luoghi in cui nel 1890 la cavalleria americana aveva massacrato i loro avi chiedendo il rispetto dei trattati, la fine delle aggressioni al popolo indiano, dello sfruttamento dei territori. Accusati di terrorismo erano stati repressi con durezza da esercito americano e federali.

«Noi indiani siamo molto pazienti, in fondo per scusarsi ci sono voluti solo cinquant’anni!» è stato il commento di Sacheen Littlefeather che oggi ha settantacinque anni. «Abbiamo imparato a confrontarci con questo argomento mantenendo sempre un certo senso dell’umorismo, è il nostro modo per sopravvivere. Fa piacere vedere però quante cose sono cambiate da quando non ho accettato quell’Oscar tanto tempo fa».

Israele ammette l’uccisione di cinque minori palestinesi

GAZA . Sarebbero stati colpiti per errore ha spiegato il portavoce militare. I palestinesi accusano l’aviazione israeliana di aver ucciso 36 civili durante l’offensiva Breaking Dawn. Tel Aviv replica chiamando in causa razzi malfunzionanti del Jihad

Michele Giorgio  17/08/2022

Nella cultura gazawi i cimiteri non sono soltanto un luogo di cordoglio e raccoglimento, sono anche posti dove le famiglie trascorrono ore ricordando insieme parenti e amici scomparsi da poco, o solo per parlare un po’.  Luoghi dove i più piccoli spesso giocano, a maggior ragione nella minuscola Gaza dove ogni spazio disponibile è usato dalla popolazione. Per questa ragione il 7 agosto, spiegano le loro famiglie, Nathmi Karsh, 15 anni, Hamed Nijm, 16, Mohammad Nijm, 16, Jamil Ihab Nijm, 13, Jamil al-Din Nijm, 3, si trovavano nel cimitero di Al Falluja (Jabaliya). Quando la bomba sganciata da un aereo esplose in quell’area, per quei cinque ragazzi non c’è stato scampo. Nei minuti successivi le radio e gli altri media di Gaza riferirono della strage nel cimitero compiuta dalle forze armate israeliane nei tre giorni dell’offensiva Breaking Dawn. Il portavoce militare e ufficiali delle forze armate negarono le responsabilità israeliane e puntarono il dito contro il Jihad islami, colpevole a loro dire di aver sparato razzi difettosi caduti dentro Gaza.

Ieri, dieci giorni dopo, funzionari del ministero della difesa israeliana hanno ammesso che l’aviazione dello Stato ebraico è responsabile della morte dei cinque minori. Ma i palestinesi accusano i cacciabombardieri di Tel Aviv di aver ucciso 36 civili (su un totale di 49 morti). Il Jihad sostiene di aver perduto 12 uomini (tra cui due importanti capi militari). Un 13esimo militante, morto in ospedale qualche giorno fa, faceva parte di una piccola organizzazione armata. Le altre vittime sono civili. Israele da parte sua attribuisce a razzi malfunzionanti del Jihad la morte di 12 minori. E ha diffuso un filmato che mostra il lancio di razzi e uno, cerchiato in rosso, che cade o cadrebbe dentro Gaza.

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