UNA ZONA OSCURA E “DOMESTICA” da IL MANIFESTO
Una zona oscura e «domestica»
Maria Rosa Cutrufelli 08/03/2026
LOTTO MARZO La fisionomia del lavoro, dalla Sicilia degli anni Settanta fino a oggi. Dalle interviste alle lavoratrici per «Noi Donne» alla trasformazione femminista del concetto di cura
Per capire i problemi del presente, a volte è utile risalire nel tempo. E dunque, per cominciare, io risalirò al 1970. Quello fu l’anno in cui venne pubblicato il famoso Manifesto di Rivolta femminile. In uno dei brevi capitoletti che lo compongono, si legge: «Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di Stato, di sussistere». Poco dopo, nel 1972, uscì un altro libretto, L’offensiva, il primo «quaderno» di Lotta Femminista. Nella Premessa c’è scritto: «Tutte le donne sono casalinghe e anche quelle che lavorano fuori casa continuano a essere casalinghe». Il gruppo si autodefiniva marxista, ma ci teneva a precisare che per le donne che ne facevano parte Marx non era mai stato «un mito». Non poteva esserlo non avendo visto la centralità, in economia come in politica, del lavoro domestico. E aggiungevano: «Proprio perché non è salariato, tale lavoro non è mai stato visto». Nemmeno da Marx.
Lotta Femminista e Rivolta femminile. Due mitici gruppi del neo-femminismo italiano. Molto distanti l’uno dall’altro nelle analisi, nelle proposte e nelle pratiche politiche. Tuttavia, sulla definizione del lavoro domestico e sulla sua centralità sociale (ed economica), le loro strade convergono: entrambi i gruppi, nei primi scritti, affermano con la stessa passione e con la stessa urgenza che la «servitù domestica» non è un fatto naturale, ossia connaturato nell’essere donna, come vorrebbero i cantori del patriarcato. È un lavoro. Un ingiusto sfruttamento. Una violenza. Ma una violenza mai veramente analizzata e difficile perfino da definire, intrecciata com’è alla vita quotidiana e ai sentimenti. Una «zona oscura».
IN QUEI PRIMI ANNI Settanta io ero in Sicilia e, con la mia cinquecento un po’ malconcia, mi inerpicavo su per i tornanti delle montagne. Andavo a intervistare le lavoratrici dell’isola per conto di «Noi Donne», che allora era un settimanale a grande tiratura. Città dopo città, paese dopo paese, campagna dopo campagna, intervistavo tutte. Le operaie del tessile e dell’agroalimentare. Le «coadiuvanti», ossia le donne che lavoravano la terra di famiglia e che non avevano diritto alla qualifica di «contadina» o almeno di «bracciante» (con tutto il danno che ne seguiva in termini di assistenza e previdenza). Le maestre, le tantissime maestre «assunte» al nero nelle scuole private: nella sola Palermo c’erano 57 scuole materne statali, 140 regionali e 413 private. Poi, naturalmente, c’era il lavoro a domicilio: sartoria, ricamo, confezioni di parrucche. Lavori duri, senza alcun riconoscimento. «Sto chinata dodici, quattordici ore al giorno a infilare capelli… e poi neppure vogliono pagarci in soldi! Vogliono che ci prendiamo in cambio parrucche. Noi vogliamo i soldi, perché i capelli non li sappiamo mangiare!».
Il lavoro a domicilio però era troppo «domestico» per essere considerato un vero e proprio lavoro, come ebbe a dire una ricamatrice di Linguaglossa. «È l’uomo che lavora, non la donna, il cucito e il ricamo sembrano dei passatempi, e non solo ai mercanti di Taormina».
In ogni modo tutte le donne, operaie o lavoranti a domicilio, avevano ben presente la fatica che ricadeva sulle loro spalle a causa della «servitù» domestica. Una servitù a cui nessuna poteva sottrarsi e a cui, anzi, si sottometteva di buon grado, perché la ricompensa era l’approvazione sociale e familiare. «Una donna che non è capace di mantenere il proprio uomo in buona salute», osservava il sociologo J. Davis, «è in torto quanto una donna che commette adulterio». E Santo Calì, poeta e intellettuale siciliano, proprio in quegli anni scriveva: «Il lavoro domestico da noi prende il nome di servitù: l’uomo si sposa per avere la servitù, il vedovo si risposa per avere la servitù».
QUESTO IN SICILIA, ma la «servitù domestica» non riguarda solo le donne del sud. E infatti… Infatti qualche anno dopo, nel 1977, proposi all’Unione Donne Italiane di Bologna un’altra inchiesta, da condurre in città e in provincia. Volevo analizzare il lavoro a domicilio, molto diffuso in quella zona (il sindacato stimava che ci fossero almeno 20.000 lavoranti a domicilio, anche se le «regolari», iscritte all’albo, erano solo 700). Ma perché proprio il lavoro a domicilio? Perché mi sembrava che riassumesse tutti gli elementi negativi tipici del lavoro femminile (precarietà, subordinazione).
E perché metteva in evidenza, anche nei suoi risvolti psicologici, lo stretto legame che esiste fra condizione lavorativa e «servitù domestica».
Pure in questo caso il lavoro a domicilio, proprio perché svolto in famiglia, veniva considerato come un’appendice del lavoro domestico. Irrilevante, quindi. Ecco come racconta la sua giornata una lavorante del paese di Decima: «Sto cinque minuti alla macchina, poi mi devo alzare per controllare che il bimbo non si faccia male. È tutto uno smettere e un riprendere: lascio in sospeso la camicia che sto cucendo e do un’occhiata al ragù. Poi torna a casa mio marito, si mangia, riprendo il lavoro. La sera mi accorgo di non aver lavorato abbastanza e devo stare su ancora un po’ per finire. Mio marito magari è alla televisione tranquillo, perché per lui la giornata di lavoro è finita».
In ogni modo, questo accadeva molti decenni fa. Ma cosa è successo dopo, quando ci sembrava di aver fatto grandi passi avanti, dato che tutti ormai parlavano di «doppia presenza» delle donne, ossia di doppio lavoro? E cosa sta succedendo adesso, proprio adesso, in questi nostri tempi di smart working, lavoro flessibile, lavoro agile e via elencando? Lavori che si possono svolgere fra le mura domestiche. Il ritorno a casa è dunque la risposta alla tanto auspicata necessità di «conciliazione» fra vita e lavoro? Di «equilibrio» fra vita e lavoro? E chi sono i nuovi equilibristi? Più donne che uomini, rispondono le statistiche.
E COMUNQUE l’impegno dell’uomo nel lavoro di cura è sempre facoltativo, quello della donna scontato. Sono le donne, come sempre, a dover tenere in equilibrio vita e lavoro. L’Italia non è un paese per padri, constata Martina Marzi sulla rivista «Ingenere» del 17 luglio 2025, analizzando un rapporto europeo su paternità e cura.
La nostra «zona oscura», a quanto pare, resiste a ogni modernizzazione. Ma il pensiero lungo (e illuminante) del femminismo non si è fermato al secolo scorso, quando la cura era ancora indiscusso sinonimo di servitù.
È del 2011 un opuscolo dal titolo significativo, «La cura del vivere», pubblicato dalle femministe del Gruppo del mercoledì. «Noi pensiamo», scrivono queste femministe, «che nell’altalena delle donne tra lavoro e vita c’è qualcosa in più».
Una specie di promessa o, se vogliamo essere ottimiste, di «garanzia», affinché il mondo non si regga solo sullo sfruttamento, il potere e la ricchezza, ma sulla responsabilità, il senso del limite, il riconoscimento della comune fragilità. «Purché», leggiamo qualche riga più in basso, «si rifiuti la visione della cura come lavoro residuale. O servile».
* Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera pubblica. #unite#rompiamoilsilenzio
No Comments