UN NUOVO VIETNAM: GAZA E IL FALLIMENTO DELL’ORDINE LIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UN NUOVO VIETNAM: GAZA E IL FALLIMENTO DELL’ORDINE LIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Un nuovo Vietnam: Gaza e il fallimento dell’ordine liberale

Guerra a pezzi La diplomazia abbandonata, il diritto internazionale ignorato

Luca Baccelli  15/05/2025

Cosa è più terribile? La vicenda di Hind Rajab uccisa in un’automobile dopo una straziante telefonata alla Mezzaluna rossa, insieme con i suoi parenti e con gli operatori inviati per salvarla? Le frontiere sigillate agli aiuti umanitari? Le centinaia di uccisi civili per ogni presunto militante di Hamas? Sono peggio i bambini morti di freddo o quelli morti di fame? L’attacco agli ospedali e alle ambulanze o quella a una nave di aiuti umanitari? L’uccisione di un bambino di 12 anni perché non testimoni o il massacro dei giornalisti? Il piano di occupazione e pulizia etnica di Gaza evocato da Trump e messo ormai in atto da Israele, mentre l’Unione europea «esorta»?

Gaza è il precipitato più terribile – anche perché è letteralmente sotto i nostri occhi – della «guerra mondiale a pezzi» contrastata da papa Francesco fino all’ultimo respiro e oltre, nella benedizione pasquale Urbi et Orbi che non ha potuto leggere. È il sintomo più sconvolgente del fallimento dell’ordine internazionale liberale. Quel New World Order annunciato da Bush alla fine della Guerra fredda, che prevedeva la globalizzazione neoliberale glorificata dai Clinton, dai Blair e dagli altri leader del progressismo di fine millennio, integrata dalla finanziarizzazione delle economie occidentali e dalla divisione ineguale del lavoro su scala planetaria.

Di fronte a questo fallimento un’impossibile difesa di retroguardia si articola con un protezionismo neomercantilista associato al rilancio delle politiche ultraliberiste, mentre la libertà, l’idea stessa di controlli e contrappesi sono sotto attacco. Negli Usa si legifera con gli executive orders presidenziali, si deportano migranti, si arrestano studenti, giudici (che secondo il vicepresidente Vance «non sono autorizzati a controllare i legittimi poteri dell’esecutivo»), sindaci. Da noi l’attacco all’indipendenza della magistratura e la criminalizzazione del dissenso e dei movimenti sociali si perfeziona con il Decreto sicurezza, mentre il progetto di un’ulteriore concentrazione dei poteri nell’esecutivo va avanti. Le destre «sovraniste» giustificano tutto questo sostenendo che hanno ricevuto il potere dal popolo, ma anche i liberali moderati e progressisti non brillano: si pensi ai governi imposti da Macron, da anni, privi di una maggioranza. Tutto questo sullo sfondo di quel colossale trasferimento di potere dalla democrazia all’economia, anzi al capitalismo oligarchico dei «padroni del mondo», così evidente di nuovo nell’amministrazione Trump.

In questo contesto la guerra è vista come l’unico metodo di risoluzione delle controversie internazionali, la diplomazia abbandonata, il diritto internazionale ignorato. Su questa linea, come è noto, eccellono le classi dirigenti europee e i/le eminenti leader dell’Ue. Il problema è che queste narrazioni a volte si autoavverano, e questo significherebbe la guerra mondiale, non più a pezzi; cioè nucleare.

Parte integrale di questa difesa di retroguardia è la narrazione del bipolarismo immaginario, così diffusa sui media mainstream, secondo la quale le democrazie dell’«Occidente» subirebbero l’attacco della autocrazie e si sarebbe saldata un’alleanza fra la potenza economica della Cina e quella militare della Russia, con la compartecipazione del «resto» (che in questo «resto» India e Pakistan si scambino missili poco importa). L’antisemitismo (identificato con la critica al governo di Israele) sarebbe un’evidente dimostrazione di tutto questo e d’altra parte Netanyahu va sostenuto perché «difende i valori del capitalismo», nelle parole del presidente argentino Milei.

Eppure il mondo è qualcos’altro: è insofferente alla «nostra» narrazione e ai nostri doppi standard e d’altra parte ha sempre meno bisogno che l’uomo bianco sopporti il suo presunto fardello. Si vede anche nelle Nazioni unite e nei tribunali internazionali, che sono diventanti un campo di lotta per l’affermazione del principio che tutti – anche noi – sono uguali davanti alla legge.

Almeno quattro quinti del mondo sono con la Palestina e si ha la sensazione che anche da noi la mobilitazione contro il genocidio si sia rilanciata, abbia superato una soglia. Negli anni Sessanta il Vietnam ha innescato un movimento capace di coinvolgere popoli e cittadini, lavoratori e studenti. Gaza può essere il nuovo Vietnam.

Gaza, non possiamo più rassegnarci all’orrore

Domenico Gallo  15 Maggio 2025

Dopo 19 mesi di bombardamenti dal cielo, da terra e dal mare contro una popolazione indifesa, dopo 53.000 morti accertati, fra cui 16.000 fanciulli, dopo la distruzione di tutte le infrastrutture civili indispensabili per la vita della popolazione, dopo aver ridotto alla fame la popolazione accerchiata nel ghetto di Gaza, avendo bloccato da oltre due mesi l’ingresso di cibo, acqua, medicine, combustibile – per dirla con Guccini – non è ancora sazia di sangue la belva umana. Il governo israeliano si appresta a lanciare una nuova offensiva di terra che prevede la rioccupazione di una larga parte della Striscia di Gaza al fine di ripulirla dagli abitanti da ammassare in un’area ristretta al sud. Insomma si prospetta una sorta di soluzione finale del problema palestinese a Gaza. In realtà non è una soluzione finale, ma è l’apertura di un altro girone infernale, destinato a durare per un tempo indeterminato, perché i due milioni di gazawi sopravvissuti resteranno rinchiusi in campi di concentramento e Israele non se ne potrà sbarazzare.

Non è un caso che questa ulteriore offensiva sia stata denominata “i carri di Gedeone”. Di Gedeone parla la Bibbia nel libro dei Giudici. È descritto come un giudice, cioè un capo carismatico scelto da Dio per liberare Israele dall’oppressione. Guidato dalla mano di Dio, Gedeone con soli 300 uomini assaltò il campo dei Madianiti, gettando lo scompiglio e facendoli fuggire. Netanyahu, nella sua follia, si paragona a Gedeone e si appresta a gettare lo scompiglio nel campo dei nemici per farli fuggire e liberare dalla loro presenza quel territorio che il Dio degli eserciti ha assegnato al suo popolo prediletto.

Ritenendo di attuare un mandato divino, i governanti di Israele non fanno altro che disvelare la natura teocratica dello Stato d’Israele e non si preoccupano per niente di infrangere le leggi che l’umanità si è data nel suo faticoso percorso storico. Noi invece ce ne preoccupiamo e non possiamo rassegnarci a quest’orrore. Diverse voci della società civile si stanno levando in questo momento per Gaza. Bisogna chiamare le cose con il loro nome, quello che sta accadendo a Gaza è un genocidio in corso di attuazione. Privare una popolazione, piagata da migliaia di feriti, del cibo dell’acqua, dei medicinali e degli altri rifornimenti essenziali per la vita, è un atto genocidiario. Il problema che il genocidio pone alla coscienza dell’umanità non è di riconoscerlo o di punirlo, ma di prevenirlo e di impedire che si compia, in tutto o in parte.

In questi giorni il capo dei soccorsi delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, ha lanciato un disperato appello al Consiglio di sicurezza chiedendo di intervenire “per prevenire il genocidio” a Gaza, dopo che Israele ha annunciato che il suo esercito avrebbe ripreso le operazioni “a piena forza” nel territorio palestinese. La Corte Internazionale di Giustizia, com’è noto, ha ritenuto plausibile il genocidio e ha emesso delle misure provvisorie a carico di Israele (il 26 gennaio, il 28 marzo, il 5 aprile e il 24 giugno 2024) volte a prevenire o a impedire il genocidio. I governi dei paesi occidentali amici o alleati di Israele, anche se minimizzano la tragedia in corso e respingono il concetto di genocidio, non possono sottrarsi all’obbligo giuridico di impedire che un genocidio si compia consentendo a Israele di violare impunemente le ordinanze che la Corte Internazionale di giustizia ha emesso proprio allo scopo di prevenirlo. A fronte delle decisioni della Corte dell’Onu, il silenzio delle Cancellerie non è solo viltà, è complicità. In questo momento ci sono manifestazioni spontanee in tutte le piazze d’Italia per esprimere l’indignazione dell’opinione pubblica. La richiesta è una sola, corale, condivisa da tutti: stop genocidio a Gaza. Va denunciata l’acquiescenza del governo italiano alle pratiche genocidiarie in atto.

L’Italia per rispetto delle sue tradizioni politiche e dei suoi principi costituzionali deve porre termine a ogni forma di collaborazione militare con Israele, non solo non deve fornire armi, non deve neanche acquistarle, né esercitarsi con Israele nell’arte della guerra. In particolare, l’Italia deve denunciare il Memorandum d’intesa fra il governo italiano e il governo d’Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa stipulato a Parigi e ratificato con la legge 17 maggio 2005 n. 94. L’accordo ha durata di cinque anni e si rinnova automaticamente. Il prossimo rinnovo si dovrebbe verificare l’8 giugno. Il governo italiano è ancora in tempo per ritirarsi dall’accordo e impedirne il rinnovo. Se quello che succede a Gaza è una vergogna per l’umanità, il silenzio complice del governo Meloni è una vergogna per tutti gli italiani. Basta silenzio, basta complicità, non c’è più tempo, bisogna agire: #stopgenocidiogaza.

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