UN MOVIMENTO PER FERMARE LA GUERRA DIPUTIN. E LA NATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN MOVIMENTO PER FERMARE LA GUERRA DIPUTIN. E LA NATO da IL MANIFESTO

Un movimento per fermare in Europa la guerra di Putin. E la Nato

Crisi ucraina. L’Ue è stata incapace di fermare l’espansione della Nato, mentre negli Usa commentatori sia liberal che conservatori sapevano che avrebbe portato al conflitto con la RussiaTariq Ali*  05.03.2022

I politici europei dell’estremo centro (centrodestra e centrosinistra) si sono compattati dietro la Nato come una forza del bene. Il centrosinistra sembra essere ancor più propenso al bellicismo del centrodestra. Un manto di conformismo ricopre il continente. Non si trova alcun sognatore. Nel frattempo i rifugiati africani e indiani che fuggono dalla guerra in Ucraina non vengono lasciati entrare o vengono assaliti e abusati. Le guerre della Nato in Yemen e Somalia continuano mietendo più vittime di quelle in Ucraina sinora. E, naturalmente, i paesi Nato supportano inequivocabilmente la continuata occupazione israeliana della Palestina. Le vite non bianche non hanno grande importanza a “Natoland”.

L’UE SI È DIMOSTRATA incapace di fermare l’espansione della Nato, mentre negli Stati uniti commentatori sia liberali che conservatori sostenevano che la logica di questa espansione sarebbe stata il conflitto con la Russia. Le rubriche di Thomas Friedman degli ultimi giorni sono critiche nei confronti della Nato. Altrettanto lo è Henry Kissinger. E la scorsa settimana Ted Galen Carpenter del Cato Institute ha scritto: “E’ evidente da molto tempo che l’espansione della Nato condurrebbe a una tragedia. Stiamo pagando il prezzo dell’arroganza Usa”. L’élite tedesca, che negli ultimi trent’anni è stata incapace di esercitare un’influenza sulla Nato, ha ora deciso di accettare la richiesta spesso ripetuta da Washington, e ha intrapreso un immenso programma di riarmo.
A differenza della maggior parte dei politici e dei commentatori dell’Ue, Carpenter e altri analisti americani non devono nascondere il fatto che la Nato è uno strumento delle politiche imperialiste americane. L’espansione della Nato e dell’Unione europea hanno reso ogni tentativo di indipendenza della Ue da Washington come un sogno a base di marijuana. Sono consapevoli di chi comanda. Sanno chi dirige lo spettacolo.

L’ELITE BRITANNICA sta ora prendendo di mira la Stop the War Coalition creata nel 2001 dopo che la Nato ha lanciato l’operazione Libertà duratura (provo a non ridere) per occupare l’Afghanistan. Nelle ultime settimane, sia Boris Johnson che Starmer (il leader del Labour della sua corrente di destra) hanno attaccato il movimento pacifista. Starmer ha dichiarato che nessun deputato laburista può criticare la Nato, e ha minacciato di espellere coloro che parlano ai comizi di Stop the War. Questa è la democrazia in azione. Una nebbia di mistificazioni e propaganda avvolge la Gran Bretagna. Gli elementi più estremi vogliono rischiare un conflitto atomico. I media qui hanno lodato i manifestanti per la pace russi ma attaccano Stop the War perché rifiutiamo di assolvere la Nato dalla sua parte di responsabilità nell’aver creato questa situazione, come pure sostengono molti commentatori statunitensi.
La guerra di Putin sta andando male. L’intento di creare uno stato fantoccio russo sul modello dei paesi satellite Usa/Nato nel resto dell’Europa dell’Est sembra naufragato. La popolarità di Zelensky è alle stelle. Ciò che ora probabilmente accadrà è una partizione dell’Ucraina, i cui termini prima o poi dovranno venire negoziati. Le mode della Nato cambiano. Putin un tempo era un amico, lodato da Clinton e Blair per i suoi “successi” nella sconfitta dei ceceni, e ringraziato da Washington per aver consentito che le basi militari ex sovietiche venissero usate per la conquista dell’Afghanistan. Oggi Putin è il male incarnato. E domani?

NEL FRATTEMPO, la “civiltà occidentale” è al suo apice di stupidità nel momento in cui un’università italiana cancella una lezione su Dostoevsky, o con i musicisti russi sotto attacco, eccetera. Confrontate ciò al discorso di Lev Kopelev, uno studioso tedesco e traduttore per l’Armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Nelle sue memorie (No Jail for Thought), Kopelev (immortalato come il buon comunista Rubin nel capolavoro di Solzhenitsyn, Il primo cerchio) descrive il suo ingresso in una stanza piena di ufficiali tedeschi di tutti i gradi dopo la resa di Stalingrado. Li descrive come distrutti, fisicamente e mentalmente, mentre mormorano “ci vergogniamo di essere tedeschi”. Kopelev (un ebreo russo la cui parte stava vincendo la guerra) dice loro: non vergognatevi di essere tedeschi. Vergognatevi di combattere per i nazisti. La cultura tedesca, gli dice, si risolleverà. È la cultura di Goethe e Schiller, Beethoven e Bach, Marx e Engels. Non dovete rigettare questo patrimonio. Un’argomentazione diversa da quella impiegata da Lukacs in La distruzione della ragione. E anche se Kopelev in seguito divenne un dissidente, i suoi saggi sulla cultura tedesca erano ancora altamente considerati. Questa è una lezione per gli imbecilli che vogliono boicottare la cultura russa.

Intanto Stop the War sta organizzando, in dieci città, degli eventi in cui si chiede il ritiro delle truppe russe e la fine dell’espansione Nato. C’è stata qualche piccola manifestazione anti-Nato a Napoli e Milano, e Jean-Luc Melenchon, il candidato presidenziale di France Insoumise (al 13% nei sondaggi contro il 3% dei socialisti) ha chiesto il ritiro della Francia dalla Nato. Piccoli fremiti, ma non senza importanza.

* Tariq Ali è fondatore e leader di Stop the War, il più grande movimento nazionale pacifista del mondo, nato nel settembre 2001 dopo l’attentato alle Twin Towers

È decisiva la scesa in piazza della pace, la «seconda potenza mondiale»

Crisi ucraina. La speranza di una soluzione negoziata del conflitto è in balia dei bombardamenti che non evitano i civili, del rilancio delle minacce fino a quella di uno scontro nucleare. La trattativa è necessaria, come dimostrano i colloqui ucraino-russi sul cessate il fuoco, e va sostenuta da una autorevole mediazione internazionale e dal ruolo delle Nazioni unite

Alfonso Gianni  05.03.2022

Gli incontri tra le delegazioni russa e ucraina si succedono mentre sul campo le armi non tacciono. La precondizione di un vero “cessate il fuoco” non è stata ancora raggiunta. La speranza di una soluzione negoziata del conflitto è indubbiamente flebile, appesa a un filo, continuamente in balia dei bombardamenti, della scia di sangue che non evita i civili, del rilancio delle minacce fino a quella di uno scontro nucleare, mentre le centrali a fissione, quelle ridotte a un deposito di scorie (Chernobil), come quelle in attività (Zaporizhzhia) diventano un obiettivo militare potenzialmente capace di innescare distruzioni umane e ambientali dilatate nello spazio e nel tempo.

Per quanto quel filo sia esile, facile a venire strappato, ancora tiene. Gli incontri non si sono interrotti e pare proseguano nei prossimi giorni. Per quanto temeraria possa apparire la speranza che si ripone in questa trattativa essa ci appare come l’unica strada realisticamente perseguibile.

Solo che andrebbe difesa e aiutata. Ma come? Intanto si può dire cosa non si sarebbe dovuto e non si dovrebbe fare. La strada di inviare “armi letali” all’Ucraina va nella direzione esattamente opposta. La questione non riguarda solo l’Italia, ma tutta la Ue e in particolare alcuni paesi che hanno avuto un ruolo tragico nella storia europea del Novecento, particolarmente nel loro rapporto con i territori della attuale Russia. Il riferimento alla Germania è d’obbligo.

Siamo di fronte a un capovolgimento delle politiche di questo paese nei confronti dell’est europeo che invece ne avevano accompagnato e aiutato la ricrescita economica e politica fino a farlo diventare un pilastro dell’Unione europea. La decisione del socialdemocratico Scholz di incrementare la spesa militare cambia di botto il ruolo della Germania, cancellando anni di Ostpolitik da Brandt alla Merkel, sebbene in chiave assai diversa.

Con questa scelta il tema della sicurezza europea assume una curvatura marcatamente bellicista. I decreti di Draghi, con il rapido passaggio dalle armi non letali a quelle che invece lo sono, cancellano la condizione di neutralità del nostro paese, garantita da una legislazione antica ma ancora vigente; rompono l’equilibrio che idealmente intercorre fra l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra …”) e il 52 (richiamato in queste pagine da Massimo Villone) che ci dice che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”; trascinano il nostro paese in una condizione di belligeranza, cosa ben diversa da una missione di peace-keeping d’interposizione, come è stata effettuata in altri luoghi e circostanze più praticabili.

Sperare che questo Parlamento possa vigilare poi sulla destinazione e l’uso di quelle armi appare davvero illusorio. Perché il filo della trattativa non si spezzi bisogna che oltre alle parti in causa prenda corpo una mediazione credibile e autorevole. In diversi hanno fatto il nome di Merkel. Non c’è dubbio che la sua figura resta ancora oggi la più autorevole sullo scenario europeo. Non è certo l’attivismo di Macron che la può sostituire, sia per deficit di credibilità sia per i suoi trascorsi d’interventismo bellico.

Ma una questione come questa che rischia di portare il mondo sulla soglia, persino varcabile, di una terza guerra mondiale, non può essere messa in mano a una persona sola. Siamo ben lontani dalla prospettiva di dare una Costituzione alla terra, come ci raccomanda Luigi Ferrajoli, ma certamente ci si dovrebbe attendere ben di più e di diverso dall’Onu.

Questa guerra ne mette a nudo i limiti e l’impotenza. La sua profonda riforma è indispensabile. Ma da subito chi lo rappresenta, a partire dal segretario generale, dovrebbe agire per costruire questa mediazione. E così vale per la Ue e i suoi organi, a partire dal Parlamento.

Dove è finita la tanto decantata Conferenza europea? Al suo posto Paesi come la Polonia già si sentono investiti del ruolo di bastioni contro il resuscitato impero del male, pretendendo in cambio di non essere tormentati sullo mancanza di uno stato di diritto, come ha affermato il premier polacco Morawiecki.

Il problema non sta nell’aprire l’ombrello della Ue per farvi precipitosamente andare sotto l’Ucraina, ma costruire una presenza fatta di politica e di diplomazia capace di sostituirsi alla Nato, il cui scioglimento sarebbe un atto storico dovuto.

La soluzione non può che essere trovata in un accordo che preveda la neutralità dell’Ucraina, nel contesto di una conferenza internazionale, come successe a Helsinki nel 1935 a favore della Finlandia. Regolando in quel quadro lo status della Crimea e del Donbass. Chi può portare avanti questa prospettiva se non un ampio movimento per la pace, articolato, ma unito sui temi di fondo. I tempi per ridare forza alla “seconda potenza mondiale” sono quelli che abbiamo di fronte.

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