UN FALÒ DI BOLLETTE CONTRO IL CARO-VITA E L’ECONOMIA DI GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN FALÒ DI BOLLETTE CONTRO IL CARO-VITA E L’ECONOMIA DI GUERRA da IL MANIFESTO

Un’altra agenda per la discussione dell’opposizione

ECONOMIA. Da un ventennio l’insieme delle imprese italiane investe sempre meno su se stesso, restringe lo stock di capitale e le dimensioni aziendali, non ricerca, non innova

Pierluigi Ciocca  04/10/2022

L’economia italiana è ferma da oltre vent’anni. Al ristagno si è unita una brutta, pertinace inflazione e si prospetta una ricaduta nella recessione.

Non sorprende che gli italiani abbiano protestato.

Sofferenti e delusi dai governanti di volta in volta sperimentati, hanno protestato astenendosi dal voto e spostando quasi istericamente la fiducia dai politici ai tecnici (!?), da Berlusconi ai democratici, dai democratici ai leghisti, dai leghisti ai cinquestelle, dai cinquestelle a maggioranze multicolore, infine, ultima Thule, alla destra estrema. Funzionerà? Con l’estrema destra di nuovo al vertice del governo dopo il fascismo che l’affossò ritroverà, l’economia del Paese, la via della crescita?

In una economia di mercato capitalistica, va ribadito, il successo dipende solo in secondo luogo da chi governa. In primo luogo dipende dai capitalisti, dalle imprese.

Ebbene, da un ventennio l’insieme delle imprese italiane investe sempre meno su se stesso, restringe lo stock di capitale e le dimensioni aziendali, non ricerca, non innova: cosicché il progresso tecnico latita, la produttività di lavoro e capitale scema, la disoccupazione è cronica. I profitti sono affidati ai danari pubblici, all’evasione dei tributi e dei contributi, alla bassa concorrenza, ai salari “moderati”, al tasso di cambio lasco.

Se l’orientamento di fondo delle imprese non dovesse cambiare radicalmente, nemmeno con un Keynes al governo l’economia si riprenderebbe (il principe dei tecnici, Guido Carli, diceva che “un governo di tecnici o è una trovata qualunquista o è una soluzione sovversiva”…).

Nondimeno, è sommamente auspicabile che il nuovo esecutivo in politica economica faccia – perché no? Non è difficile! – quanto chi l’ha preceduto ha mancato di fare, in tutto o in parte, nell’arco di una generazione.

La mia griglia, in sette punti, resta – da anni – la seguente (Covid permettendo):

  1. Risanare i conti pubblici, con le entrate correnti maggiori o eguali, strutturalmente, rispetto alle uscite correnti: risparmi sulla spesa non sociale e lotta all’evasione, oscena, sono le vie maestre per evitare il risparmio negativo della Pubblica amministrazione.
  2. Investimenti pubblici in valide infrastrutture, al di là dello stesso Piano europeo: investimenti massicci, capaci di moltiplicare la domanda globale e accrescere la produttività al punto da autofinanziarsi, senza generare altro debito bensì riducendolo rispetto a un Pil dagli stessi investimenti rilanciato e sostenuto.
  3. Concentrare tali investimenti nel Mezzogiorno, selezionando quelli più utili all’economia del Sud e ai bisogni delle genti del Sud.
  4. Correggere una distribuzione del reddito sempre più sperequata e soprattutto abbattere una povertà assoluta che sfiora ormai i sei milioni di cittadini, il 10% della popolazione: una vergogna sul piano morale, ma anche un ulteriore freno alla crescita per carenza del cosiddetto – horribile dictu – capitale umano.
  5. Completandone la riscrittura, rendere effettivamente operante un nuovo, moderno, diritto dell’economia: societario, processuale, fallimentare, amministrativo. E’ parte importante anche della funzionalità della Pubblica Amministrazione, nel rapporto con l’impresa, oltre che con il cittadino.
  6. Imporre o far accettare finalmente alle imprese italiane la concorrenza, per più vie, ben al di là di quanto non faccia, e possa fare, l’Antitrust.
  7. In Europa, non accettare ricadute nella impostazione di Maastricht e nel neomercantilismo tedesco.

Questa griglia – e a fortiori, auspicabilmente, una migliore – può essere di qualche utilità, non solo all’opposizione, per valutare le scelte, ovvero le non-scelte, attribuibili al nuovo esecutivo voluto dal popolo. Può essere utile per valutarle nel loro insieme, in modo non episodico. Forse ancor più, può recare un qualche contributo a risollevare il livello del dibattito politico.

A sommesso avviso di chi scrive questo dibattito non ha particolarmente brillato sui giornali e alla televisione, nemmeno al tempo della competizione elettorale.

Oltre a Putin, c’è l’economia, bellezza!

Un falò di bollette contro il caro-vita e l’economia di guerra

LA PROTESTA. Sit-in di Usb e Potere al popolo in 15 città, si fa strada la campagna «Noi non paghiamo»: «Bloccare gli aumenti o auto-riduzioni». Extraprofitti: «Dietro le aziende che non pagano i 40 miliardi c’è lo Stato, il comune o una partecipata»

Roberto Ciccarelli  04/102022

Un falò delle bollette stratosferiche ha percorso ieri l’Italia. In occasione dell’International Action Day chiamato dalla Federazione Sindacale Mondiale, da Cagliari a Bologna, da Torino a Roma, in quindici città ha preso corpo la mobilitazione dell’Unione Sindacale di Base (Usb) insieme a Potere al popolo contro i rincari del 60% dell’energia elettrica e dell’80% del gas; contro le multinazionali italiane che hanno guadagnato 40 miliardi di euro di extraprofitti dalla crisi amplificata dalla guerra russa-ucraina; per il blocco dei prezzi al consumatore. Usb ha depositato ieri alla Procura di Roma una denuncia contro «le società che commerciano gas, energia elettrica e prodotti petroliferi ai danni della collettività». dietro quelle aziende che non vogliono pagare quella ridicola tassa sugli extra-profitti imposta da Draghi, c’è sempre lo Stato o il comune o un’azienda partecipata. Siamo di fronte ad uno Stato usuraio» sostiene Pierpaolo Leonardi (Usb).

LA CAMPAGNA «Noi non paghiamo», ispirata al modello britannico «Don’t Pay Uk», si sta facendo strada anche in Italia e punta a raccogliere un milione di firme sul proprio sito (www.nonpaghiamo.it) entro il prossimo 30 novembre. Fino a ieri sera avevano aderito 8.726 persone. «Man mano che avremo visibilità e ci diffonderemo nei territori – sostengono gli attivisti – la crescita sarà esponenziale». «Questa situazione non parte da oggi – aggiungono – è frutto di una speculazione che nasce, prima dello scoppio della guerra, per le scelte fallimentari del governo che invece di mettere in sicurezza le famiglie ha aumentato le spese militari. La crisi devono pagarla i veri responsabili: le banche, i mercati e le compagnie del fossile che non fanno nulla per una transizione energetica». «Se il prossimo governo non avrà messo in atto garanzie per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, inizieremo con l’autoriduzione o il non pagamento delle bollette».

NEL CORSO delle manifestazioni sono emerse testimonianze di cittadini e lavoratori che lamentano di avere ricevuto bollette da 220 euro che incidono drammaticamente su stipendi da 1100. Ci sono anche testimonianze che sostengono di avere ricevuto bollette fino a 400 euro, in presenza di salari che non superano 1500 euro. A Bologna, durante un sit-in davanti alla sede della multi-utility Hera sono state bruciate simbolicamente le fotocopie di alcune bollette del gas tra i 700 e gli 800 euro. A Milano è stata mandata in fumo una bolletta simbolica da un metro e mezzo davanti all’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) perché, secondo i manifestanti, «avvisa dei futuri aumenti, ma non garantisce l’equità dei prezzi».

IL PROBLEMA non è solo il prezzo del gas, drogato dalla andamento speculativo della borsa di Amsterdam «Ttf». L’aumento dei beni energetici è anche la conseguenza della fiammata inflazionistica. A Cagliari, ad esempio, è stato raccontato che il prezzo dei soli beni alimentari in Sardegna è cresciuto dell’11,2%. In un anno l’acquisto del cibo comporterà un aumento di 780 euro. Un dato convergente con una stima dell’Istat secondo la quale il totale dei costi per il riscaldamento, dell’acqua e dell’energia aumenterà del 26% nei prossimi mesi. A questo andranno aggiunti l’affitto e le altre spese essenziali. «Serve una soglia, per tutte le famiglie, sotto la quale non si paghi l’energia elettrica, perché si tratta di un bene di prima necessità e non ne se ne può fare a meno – hanno detto gli attivisti in piazza – Oltre la soglia si dovrebbe poi pagare un prezzo controllato. Oggi non ci sono controlli e, complice la guerra in Ucraina, si sta speculando. Noi non riusciamo più ad andare avanti».

La critica di Usb si è concentrata anche sul ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, «azionista di maggioranza di Eni, una delle tante società che hanno goduto di extraprofitti». Con il nuovo governo Meloni «non si vede all’orizzonte un cambio di rotta sulla fiducia illimitata nelle virtù taumaturgiche del mercato e della finanza» osserva il sindacato. «Non siamo più disposti a pagare il conto delle crisi capitaliste e delle guerre imperialiste, che oggi ci troviamo in bolletta e nei bilanci familiari a fine mese» ha commentato Marta Collot (Potere al popolo).

«La crisi sociale è frutto di una speculazione che nasce, prima della guerra, per le scelte fallimentari del governo che non ha messo in sicurezza le famiglie e ha aumentato le spese militari»

QUELLO VISTO ieri in 15 città è uno dei volti della crisi sociale descritta anche nella ricerca «Un paese da ricucire» del Censis-Confcooperative. In Italia la povertà colpisce 3 milioni di famiglie, 10 milioni di persone; la povertà «assoluta» riguarda invece 5 milioni e mezzo di persone. Sono quattro milioni i lavoratori poveri che guadagnano meno di mille euro al mese, sei milioni di pensionati non superano 12 mila euro all’anno. La crisi può mettere in ginocchio 300 mila imprese mettendo in gravi difficoltà 3 milioni di lavoratori. «In questa situazione – sostiene Giovanni Paglia (Alleanza Verdi-Sinistra) bisogna bloccare i distacchi delle utenze, imporre un tetto massimo al costo di gas e elettricità e restituire gli extraprofitti» che il governo Draghi non è riuscito ad ottenere.HA FATTO molto parlare negli ultimi giorni il caso della chiusura di alcune strutture della catena Caroli Hotels tra Gallipoli e Santa Maria di Leuca per una bolletta dell’elettricità di circa 500 mila euro. «Nonostante gli ottimi risultati della stagione turistica i problemi gestionali ricadono sui lavoratori e le loro 300 famiglie» ha sostenuto la Filcams Cgil Puglia. Nella provincia di Lecce si teme l’esplosione di “una bomba sociale provocata dai licenziamenti in vista dell’inverno”.

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