UCRAINA, LA LUISONA ” DELLA GUERRA E DEL RIARMO EUROPEO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Ucraina, la «Luisona» della guerra e del riarmo europeo
Fianco orientale Un incidente diventato un test, scellerato, della Difesa russa: dei 19 solo 4 droni abbattuti. Non credibile un attacco alla Polonia per la presenza voluta da Trump di 8mila soldati Usa
Tommaso Di Francesco 13/09/2025
Dalla guerra russo-ucraina ormai extra large arriva una nebbia insidiosa che avvolge la cronaca pur allarmante – basta chiedersi che fine abbia fatto l’”esplosiva” notizia del Gps dell’aereo su cui viaggiava pochi giorni fa Ursula von der Leyen.
Che i leader europei hanno denunciato come boicottato da Putin. Una nebbia che aumenta la pericolosità e la distanza da origini e cause del conflitto, e quindi dall’unica soluzione che può fermare Putin, quella diplomatica di un negoziato. Una incertezza, delegata alle rispettive propagande, che cancella ogni limite tra difesa e offesa.
UNA DOMANDA comunque è utile: i 19 droni entrati in terra polacca sono stati un incidente – «forse un errore» dice ora Trump redarguito subito dal premier polacco Tusk – o nascondono la volontà di Putin di sondare la preparazione della Nato? Stabilito che l’attacco è arrivato sul suolo polacco attraversando l’Ucraina e considerato il coinvolgimento della Bielorussia che sostiene, non smentita, di avere informato Varsavia del possibile arrivo di droni una parte dei quali ha addirittura abbattuto, è pensabile che sia una scia delle manovre in corso Zapad congiunte Mink-Mosca addirittura nucleari – che non spaventano più di tanto e magari dovrebbero.
Nelle prime ore dell’accaduto, nonostante la sicurezza dei media nostrani sull’«attacco deliberato», la stesso segretario Nato Mark Rutte era guardingo: «È in corso un’analisi per fare piena luce sull’accaduto ma quel che è chiaro e che questa violazione non è un incidente isolato…intenzionale o meno è inaccettabile». Isolato non è nella lunga litania di “incidenti” – fuori dall’Ucraina, dai droni caduti in Romania e in Lituania, a quelli di Kiev arrivati in Polonia con l’uccisione di due contadini e perfino in Croazia, e ieri 28 droni ucraini hanno colpito la regione di Leningrado.
TESTIMONIANO CHE una guerra nel cuore d’Europa che, o si ferma o si estende, non ha confini grazie alle nuove tecnologie che, se efficienti, colpiscono il bersaglio – con incuria criminale e sanguinosa dei civili coinvolti -, se inefficienti com’è la regola, sconfinano nella voragine di una risposta speculare, verso una deflagrazione mondiale con fronteggiamento, e uso, di armi atomiche – la leadership europea, ricordava ieri Francesco Strazzari sul manifesto, sogna un Trump non seduto accanto a Putin ma baldanzoso a mostrargli in piena Europa la forza militare Usa. È quel che accadrebbe con una forza di sicurezza dei “volenterosi” membri Nato in Ucraina, magari dotati di una No-Fly zone – quante ne abbiamo viste di versioni sulle violazioni di un cessate il fuoco utili alle tante guerre occidentali alle quali l’Europa ha partecipato, come in Iraq o in Afghanistan. Ora Rutte annuncia la missione militare “Sentinella orientale” sul fianco est dell’Europa: siamo a una mini-No-Fly zone.
L’IMPRESSIONE è che valgano entrambe le spiegazioni: è stato un incidente che è diventato un test, scellerato, che altro dire, da parte della Difesa russa: dei 19 solo 4 sono stati abbattuti, un buco atlantico. Scarteremmo il deliberato intento di colpire la Polonia, Putin è criminale non stupido: Trump ha deciso proprio nei giorni scorsi di mantenere nelle basi polacche più di 8mila soldati Usa e il rischio di coinvolgerli è troppo alto, e a Varsavia solo un mese fa è stato eletto il nuovo presidente Karol Nawrocki, che non è filorusso ma sovranista polacco di destra, è contro l’adesione di Kiev alla Nato e anche all’Ue (v. il nodo dell’agricoltura protetta di Kiev) e rivendica dall’Ucraina riparazioni di guerra per i massacri anti-polacchi dei collaborazionisti ucraini dei nazisti nella Seconda guerra mondiale. È quasi un “alleato inconsapevole”.
COMUNQUE Varsavia ieri ha schierato 40mila militari alla frontiera bielorussa, ha chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’attivazione dell’articolo 4 del Patto atlantico (solo consultazioni e valutazioni sul da farsi), ma tragica anticamera dell’articolo 5, quello dell’immediata risposta offensiva di tutti gli alleati se solo un Paese è attaccato – anticamera del peggio, anche se non c’è automatismo, visto il peso della deterrenza atomica russa. Stavolta la risposta atlantica – con forze militari tedesche, olandesi e italiane – si è limitata a segnalare, controllare e abbattere i droni in terra polacca. La prossima volta con l’articolo 5, che s’avanza come un prode guerriero, bombarderanno direttamente la Russia? O basterà “Sentinella orientale”? Viste le conclusioni rivelate dallo Spiegel – giornale non proprio pacifista – a cui sarebbe giunta la Nato: data la traiettoria dei droni russi volevano colpire l’aeroporto di Rzeszow, sud-est della Polonia, centro logistico per la fornitura di armi all’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa.
FATTO SINGOLARE l’incidente-test è accaduto poche ore prima del discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione al parlamento europeo. Debole, isolata, con la sua coalizione in pezzi, la sua leadership si tiene in piedi con il sostegno di forze di destra che ormai ne corrodono la fisionoma. È stato il suo un discorso con promesse a tutti perfino sulla possibilità di azioni concrete – che non ci saranno mai – a Israele che continua allegramente la mattanza a Gaza e avvia l’annessione della Cisgiordania mentre allarga la guerra fino al Qatar. Ma l’unica cosa concreta che ha proposto, incalzata dagli avvenimenti in Polonia, è stato il «muro di droni» a protezione dell’Ucraina – arriverà tra dieci anni come il riarmo, tanto il nemico necessario ci aspetta. Così viviamo insieme all’aumento della povertà in Europa anche lo scempio del riarmo.
Nel 2024 – dati dell’Agenzia europea per la Difesa (Eda) -, la spesa per il riarmo dei 27 Stati membri dell’Unione europea ha raggiunto un livello record di 343 miliardi di euro, molto più della Russia, con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente; si avvia un avvicinamento dell’1,9% del Pil europeo all’obiettivo della Commissione Ue del 5% richiesto da Trump, anche con l’impegno dei paesi membri tra cui l’Italia all’acquisto di armamenti Usa – per fare grande e fist l’America che ci mette pure pesanti dazi.
PARAFRASANDO Stefano Benni che abbiamo salutato in questi giorni, riarmo e guerra ucraina stanno lì, esposti nelle vetrine delle offerte dell’Unione europea, come la “Luisona” di Bar sport. Una pasta stantia, vecchia di anni, farcita stavolta d’una crema di variopinti jet e droni, con granella di bombe e munizioni e per ora una mini-No Fly-zone, il bigliettino delle dichiarazioni del 27 agosto scorso dell’Alta rappresentate Kaja Kallas – «È legittimo colpire con le armi che vi forniamo in profondità il territorio russo» – e al centro la ciliegiona con su scritto 95 miliardi già dall’Europa. Incuranti della contrarietà alla guerra delle opinioni pubbliche del Continente e del nostro disastro “intestinale”, vogliono proprio che la mangiamo. Ma non è solo indigesta, è letale.
Ci voleva un generalone per smentire Crosetto & C.
Tommaso Rodano 13 Settembre 2025
Ai sostenitori dell’ineluttabilità del conflitto globale, dopo lo sconfinamento dei droni russi, resta solo da determinare la natura del disastro che ci attende. Guido Crosetto lo sa da tempo: “Siamo già in guerra”. Ibrida, in particolare. Combattuta con la “disinformazione di Stato”: una disciplina in cui l’Occidente non ha complessi. Eppure, dice il ministro della Difesa al Corriere: “Noi sembriamo ignorare quanto la guerra ibrida sia pericolosa”. E Mattarella? “Il presidente si è limitato a descrivere quello che sta succedendo: un mondo che sta impazzendo. Ci sono azioni e decisioni di leader che ricordano i peggiori momenti dell’umanità”. Rimane un solo dubbio: Putin farà saltare in aria il mondo come nel 1914 o somiglia più all’Hitler del ’39?
In questo quadro fosco, mai avremmo pensato di poter trovare sollievo nel capo militare della Nato. Giuseppe Cavo Dragone, in divisa bianca e baffoni a manubrio, lo dice in tutta serenità: “Non c’è un rischio escalation”. È impazzito, oppure ha bevuto? Parrebbe lucidissimo, nell’intervista al Messaggero: “Non siamo vicini a una terza guerra mondiale”. La situazione è “delicata”, è chiaro, ma “il nostro dispositivo di difesa ha dimostrato di funzionare”. E l’offesa dei droni? “Aspetterei l’esito delle indagini”. Ci voleva un militare.
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