TRA MANOVRE MILITARI E DRONI, LA FLOTILLA ENTRA NELLA ZONA CALDA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRA MANOVRE MILITARI E DRONI, LA FLOTILLA ENTRA NELLA ZONA CALDA da IL MANIFESTO

Tra manovre militari e droni, la Flotilla entra nella zona calda

Resistenze La missione diretta a Gaza è all’altezza di Cipro mentre Egitto e Turchia avviano esercitazioni congiunte e Israele minaccia

Lorenzo D’Agostino  23/09/2025

A BORDO DELLA SUMUD

È notte di luna nuova e non c’è terra all’orizzonte. Spezza l’oscurità soltanto la scia luminosa delle stelle cadenti e la luce meno benevola, rossa e intermittente, dei droni che per ore sorvolano la flottiglia diretta a Gaza.

SULLE CHAT INTERNE rimbalzano inviti alla prudenza: indossare i giubbotti salvagente, tenere gli occhi aperti. Ma senza farsi prendere dal panico: questa zona del Mediterraneo è uno dei tratti di mare più sorvegliati al mondo, pattugliato dai droni delle marine dei paesi costieri e da quelli di Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Unione europea. Ma non si può escludere che a osservare da vicino la flottiglia sia lo stesso esercito israeliano. I droni non sono tracciabili.

Miguel Duarte, attivista portoghese, era a bordo della Family quando la nave madre della Global Sumud Flotilla è stata colpita da una bomba incendiaria nel porto di Tunisi. Oggi riflette sui legami tra queste presenze nel cielo: «I droni che Frontex usa per rispedire i migranti nei campi di tortura libici sono israeliani, testati in battaglia nel massacro dei palestinesi». Per Duarte le due stragi sono collegate: «Decine, forse centinaia di migliaia di persone morte alla frontiera, e decine di migliaia massacrate in Palestina. Sono stragi comparabili, e nessuna delle due è frutto di una catastrofe naturale: sono il risultato di scelte politiche precise degli Stati europei».

Dopo lo sciopero di oggi, se ci succede qualcosa ci sarà ancora più gente in strada. E i governi non potranno più restare a guardare Un volontario

In una videochiamata con il manifesto indica poco distante dalla sua barca la Life Support di Emergency: «Non è un caso che le stesse persone che cercano di fermare le stragi nel Mediterraneo siano le stesse che oggi si muovono contro il genocidio a Gaza. E anche i nemici sono gli stessi». Oggi sulla Sumud Flotilla, Duarte fa regolarmente il capo missione sulle navi di salvataggio dell’ong Sea Watch.

LA MISSIONE ENTRA in acque sempre più militarizzate. Al timone del veliero Hio, il volto di Colm Byrne è illuminato dalla luce di un tablet: legge con attenzione la notizia che Turchia ed Egitto torneranno a condurre esercitazioni navali congiunte, per la prima volta dopo oltre dieci anni. Byrne, ex autista di scuolabus per bambini con mobilità ridotta, è rimasto senza lavoro pochi mesi fa e ne ha approfittato per partecipare alla flottiglia per Gaza: «Se ci sono gli eserciti turco ed egiziano in mare, Israele non potrà attaccarci».

Le cose non sono così facili: tanto il governo turco come quello egiziano si sono sempre mostrati acquiescenti con Israele, e il significato delle esercitazioni potrebbe essere da ricercare nei vari tavoli diplomatici che si aprono insieme all’Assemblea generale delle Nazioni unite che si è aperta ieri a New York.
Le autorità dei due paesi non citano la Flotilla, ma è difficile pensare che queste manovre congiunte non avranno alcun effetto sulla missione umanitaria che attraversa le stesse acque proprio questa settimana. La missione è ormai all’altezza di Cipro.

Decine di migliaia di morti alla frontiera e decine di migliaia massacrati in Palestina. Sono il risultato di scelte politiche precise degli Stati europei Miguel Duarte

LA NAVE ALMA, la più grande del gruppo, come la Family colpita a Tunisi da un drone prima della partenza, ha raggiunto il resto della flotta dopo essere stata costretta a restare un giorno in più in Sicilia per un guasto tecnico. Nel corso della giornata ha distribuito taniche di gasolio alle barche a vela a corto di scorte.
A bordo dell’Hio l’ingresso nella «zona calda» si sente: le riunioni serali sono sempre più tese, le discussioni serrate. Come rispondere a un eventuale attacco o a un’intercettazione israeliana? Le linee guida della missione non riescono a coprire ogni scenario. La flottiglia è troppo grande, la situazione è inedita. Intanto Israele, che giovedì aveva definito la flottiglia una «missione jihadista», rinnova le sue minacce. «Invitiamo le navi della Flotilla a consegnare gli aiuti nel porto di Ashkelon», ha scritto ieri il ministero degli esteri israeliano.

UN INVITO RIMANDATO al mittente, con un video su Instagram, dal portavoce della missione Thiago Ávila: «Non hanno vergogna? Non potremmo mai affidare gli aiuti umanitari proprio a chi, volontariamente, sta affamando a morte i bambini di Gaza».
Gli attivisti trovano forza nelle immagini in arrivo dall’Italia, dove lo sciopero generale convocato dai sindacati di base ha riempito le piazze di tutto il paese. «Se ci succede qualcosa – dice un volontario – ci sarà ancora più gente in strada. E i governi non potranno più restare a guardare».

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