TEORIA E PRATICA DEL CAPITALISMO PREDATORIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TEORIA E PRATICA DEL CAPITALISMO PREDATORIO da IL MANIFESTO

Teoria e pratica del capitalismo predatorio

Francesco Sassi  30/08/2026

Pozzo scatenato Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent: è colonialismo

Arriva sul finire della settimana, a poche ore dalla chiusura delle borse, una notizia che ai mercati avrebbe giocato a favore: Usa e Venezuela hanno raggiunto uno storico accordo per una gestione congiunta di un quinto delle riserve petrolifere del paese.

In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la policrisi in atto.

Passando per pandemie, crisi energetiche, industriali e climatiche, per finire con il ritorno del conflitto armato come forma «legittima» di risoluzione delle controversie internazionali, negli ultimi decenni non si è mai parlato così intensamente (e a sproposito) di petrolio. L’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza. Ancor più impellente è la necessità, visto che il presidente Trump ha sbandierato il documento, i cui dettagli rilevanti rimangono tuttora celati, come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».

SE RIPETUTI CAMBIAMENTI nella realtà dei flussi delle fonti energetiche maggiormente utilizzate al mondo, tra cui non solo gli idrocarburi ma anche le fonti rinnovabili, hanno modificato la geografia degli choc energetici, va ancora una volta affermato come il nesso capitalismo (C), patriarcato (P), colonialismo (C), elemento fondante della policrisi che stiamo vivendo, sia alla base dell’accordo Usa-Venezuela.

Innanzitutto, occorre sottolineare che l’accordo favorisce un cambiamento epocale nel capitalismo petrolifero americano. O almeno, ciò desidererebbe fare. La prima e più significativa di queste «innovazioni» è l’ingresso del governo degli Stati uniti in qualità di proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Ciò che rimane assolutamente fuori dagli schemi anche del capitalismo (C) predatorio che scorre nel sangue di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce è una collaborazione così esacerbata con il governo statunitense.

A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. Mentre Trump ha più volte sbandierato la propria devozione per l’industria degli idrocarburi e diverse figure del settore hanno sostenuto la sua campagna elettorale, lo stesso presidente si è più volte scontrato con Big Oil. Dai prezzi del carburante venduto ai cittadini, specialmente dopo l’inizio del conflitto con l’Iran, una materia fondamentale per l’andamento della campagna elettorale alle Midterm, ExxonMobil ha rifiutato il gran richiamo di Washington a investire in Venezuela dopo l’arresto dell’ex presidente Maduro e il cambio di vertice al regime.

SEMPRE FONTI anonime della Casa bianca parlano di accordi per concessioni della durata di cento anni, con buona pace di chi vorrebbe un mondo a impatto carbonico zero entro il 2050. Un mondo di uomini fatto per gli uomini dalla bramosia di potere perpetuo. Un patriarcato (P) petrolifero che se ne frega sia del liberismo abbracciato dalle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia della volontà sovrana del popolo venezuelano.

COSA ACCADRÀ all’accordo nel caso in cui i Repubblicani perdessero le prossime elezioni, e i Democratici procedessero con un impeachment contro Trump, non è dato sapere. Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio.

Trump indica riserve di 65 miliardi di barili che verrebbero assorbite dagli Usa. La promessa è di raddoppiare le riserve statali, promettendo decenni di prezzi bassi alla pompa di benzina per i consumatori americani. La (C) di colonialismo vien da sé. Il segretario di stato Rubio si spinge oltre e decanta i cento miliardi di dollari in investimenti privati.

SI AUGURA ADDIRITTURA che gli ingenti guadagni generati dall’industria portino a una ricostruzione dell’economia venezuelana, ancora tormentata dagli effetti del devastante terremoto del 24 giugno scorso.

Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico.

Una tragedia globale, non solo in America latina

Roberto Livi  30/08/2026

La «Dottrina Donroe» Al tycoon dei giorni nostri, della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente -petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici» degli Usa

È la dottrina Donroe, bellezza! La variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto» di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo.

Al tycoon dei giorni nostri, della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente -petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici» degli Usa. Tanto che la dottrina Donroe è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati a Mar-a Lago, in Florida, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato “Scudo delle Americhe”. Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le zampe finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica» degli Usa.

Delcy Rodríguez non era stata invitata. Dopo il blitz della Delta Force su Caracas (3 gennaio) e il rapimento di Maduro e consorte, la presidente ad interim del Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi il compito di ammodernare le strutture petrolifere del paese e la licenza di commercializzarne il greggio estratto. I risultati sono stati che dei 53 miliardi di dollari di petrolio passati per le mani di Trump, ben 13 sono «scomparsi». Con l’accordo capestro firmato venerdì – dopo aver cambiato i vertici militari, più in odore di bolivarismo che di “Cartel de los soles”- Delcy ha completato la sottomissione a Trump.

Non è una dura sconfitta solo (e non è poco) per il Venezuela, dove l’eredità di Hugo Chavez e del socialismo del XXI secolo è stata gettata nella basura. È una tragedia globale per l’America Latina, ormai quasi completamente “riconquistata” dal tycoon.

Il suo più fedele alleato-suddito, il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le enormi distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie Usa (ultimo, Peter Thiel, il boss di Palantir e della IA al servizio della guerra). È ora assai probabile che una delle ultime new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, concretizzi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao come contrappeso al megaporto di Chancay, concordato con la Cina dai suoi predecessori. La seguirà l’altro fedelissimo, il presidente ecuadoriano Daniel Noboa, propenso a affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, si è già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.

Un bel mal di testa per Lula, rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre.

Una vera tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo strangolamento energetico- finanziario- commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà a un compare di Trump, o al miliardario (petrolio) texano Albert Huddeston, o a Ray Washburne ( boss di Gillon Capital, ex membro della prima amministrazione Trump).

Infine, Delcy ha inviato una mela avvelenata sia alla sinistra democratica negli Usa, sia ai politici e ai dirigenti europei che non ci stanno a essere assoggettati agli umori del tycoon-re.

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