NON DIO, PATRIA E FAMIGLIA, LE LORO OMBRE da VOLERELALUNA
Non Dio, Patria e Famiglia, le loro ombre
26-08-2026 – di: Nicola Rossiello
C’è uno slogan che attraversa la storia italiana da più di un secolo, e che ogni tanto qualcuno prova a riesumare come se fosse un programma politico. È uno slogan che stimola una riflessione interessante: Dio, Patria e Famiglia. Lo trovo uno slogan vuoto, perché unisce tre esperienze umane profondamente diverse sotto un’unica bandiera, come se fede, appartenenza nazionale e legami familiari fossero la stessa cosa, o rispondessero alla stessa logica. Non lo sono, e proprio per questo, prima di criticarne la struttura, mi pare necessaria una distinzione.
La fede, come esperienza personale, non è un problema. La patria, intesa come senso di appartenenza a una comunità e alla sua storia, non è un problema. La famiglia, come luogo di cura e di relazione, non è un problema. Il problema comincia quando questi tre elementi smettono di essere esperienze e diventano strumenti, quando la fede si irrigidisce in clericalismo politico o si riduce a simbolo di propaganda, quando la patria si restringe a nazionalismo escludente e sovranista, quando la famiglia si trasforma in patriarcato normativo. Sono derive distinte, ciascuna con una propria genealogia e proprie vittime. Vale la pena guardarle una per volta, e c’è un filo, la paura amministrata come risorsa politica, che le tiene insieme fortemente e più di quanto si sia disposti ad ammettere.
Il clericalismo politico non è la fede, ne è semmai il tradimento. È l’uso della religione come strumento di governo delle coscienze altrui, non come cammino personale. Chi lo pratica non chiede rispetto per il proprio credo, chiede che il proprio credo diventi norma per chi non lo condivide. La differenza è sostanziale, e chi confonde le due cose lo fa quasi sempre in mala fede. Le conseguenze si vedono nella vita concreta delle persone. Si vedono quando il diritto all’autodeterminazione, sulla fine vita come sulla salute riproduttiva, viene compresso non da un argomento razionale ma da un principio religioso imposto per via legislativa a chi quella fede non la condivide. Si vedono quando le scuole pubbliche diventano terreno di scontro identitario invece che spazio di formazione laica. Il clericalismo politico non difende la fede, la espone, la trasforma in arma contundente, e nel farlo allontana proprio le persone di fede autentica che non si riconoscono in quell’uso strumentale.
C’è poi un fenomeno diverso dal clericalismo in senso stretto, e forse ancora più diffuso, la religione richiamata non per orientare la norma ma per costruire un’identità di appartenenza da mostrare in pubblico. Il crocifisso esibito nei comizi, il rosario mostrato durante un comizio, il riferimento a un Dio invocato come garante di un’italianità da difendere, sono segnali che raramente nascono da un percorso di fede raccontato con coerenza nel tempo, e che invece compaiono, con frequenza sospetta, in prossimità di scadenze elettorali. Non è un giudizio sulla fede di chi compie questi gesti, che nessuno può realmente verificare dall’esterno, ed è per questo che mi guardo bene dal formularlo come tale. È un’osservazione sull’uso pubblico del simbolo, che a quanto pare risponde più a una logica di marketing identitario che a una testimonianza religiosa autentica. Chi crede davvero raramente ha bisogno di certificarlo davanti a una telecamera nel momento esatto in cui chiede un voto. Le conseguenze di questo uso simbolico sono forse le più insidiose tra tutte quelle qui esaminate, perché non producono una norma da contestare, producono un’atmosfera. Producono l’idea che esista un’appartenenza religiosa maggioritaria da difendere contro presunte minacce, islamiche, laiciste, straniere, e che questa appartenenza coincida con un’identità nazionale da tutelare per via politica. È un cortocircuito che confonde fede, patria e consenso elettorale in un unico pacchetto che vale la pena di scomporre.
La patria come appartenenza condivisa, come radice storica, ha un valore che raramente qualcuno mette seriamente in discussione. Il nazionalismo è un’altra cosa. È la trasformazione di quella appartenenza in un confine da difendere contro chiunque venga percepito come estraneo, è l’idea che la propria comunità valga di più in virtù della nascita, non in virtù di ciò che fa o costruisce. Le conseguenze del nazionalismo, chi lavora nelle forze di polizia le vede da vicino più di chiunque altro. Le vede nelle politiche migratorie costruite sull’emergenza permanente invece che sulla gestione ordinaria, con personale sottodimensionato mandato a gestire situazioni impossibili sul piano operativo prima ancora che umano. Le vede quando la sicurezza reale dei cittadini viene sacrificata alla propaganda della sicurezza percepita. Un nazionalismo che promette protezione finisce spesso per produrre l’opposto, cittadini più insicuri e lavoratori pubblici lasciati soli a gestirne le conseguenze.
La famiglia come luogo di cura non è in discussione. Il patriarcato familiare, inteso come modello gerarchico in cui un ruolo prevale sugli altri per definizione, non per merito, è una cosa diversa, ed è quella che merita la critica. Le conseguenze qui riguardano soprattutto le donne, ma non solo loro. Riguardano il lavoro di cura non retribuito che grava in modo sproporzionato su un solo genere, riguardano la violenza domestica che trova terreno fertile proprio dove il modello gerarchico viene difeso come valore da preservare invece che come struttura da superare, riguardano i figli che crescono osservando ruoli imposti invece che scelti. Un modello familiare sano, mi pare, si misura sulla libertà con cui ciascuno dei suoi membri può scegliere il proprio ruolo, non sulla rigidità con cui quel ruolo viene assegnato dalla nascita.
C’è un elemento che tiene insieme queste derive più di ogni altro, ed è la paura amministrata come risorsa politica. Non parlo della paura come reazione naturale a un pericolo reale; quella non richiede critica, richiede risposta. Parlo di un uso diverso, quello che trasforma la percezione del pericolo in strumento di consenso, alimentandola oltre ciò che i dati e l’esperienza operativa suggeriscono. Il meccanismo, a quanto mi risulta osservando da dentro il mondo della sicurezza pubblica, funziona quasi sempre allo stesso modo. Si sceglie un nemico visibile, lo straniero, il diverso, il nucleo familiare non conforme, e lo si presenta come minaccia imminente all’ordine costituito, quello religioso, quello nazionale, quello familiare. La paura così alimentata giustifica poi misure che raramente riducono il pericolo reale, e che spesso si limitano a spostarlo, o a scaricarlo su chi il pericolo dovrebbe gestirlo sul campo. Le conseguenze di questa amministrazione della paura si vedono con chiarezza in chi lavora ogni giorno nella sicurezza pubblica. Si traducono in normative emergenziali che ampliano i poteri di intervento senza ampliare le risorse e la formazione necessarie a esercitarli in sicurezza, sia per i cittadini sia per gli operatori. Si traducono in un’opinione pubblica convinta di vivere in un pericolo crescente anche quando i dati suggeriscono altro, e che quindi chiede, e ottiene, risposte muscolari a problemi che muscolari non sono. Chi paga il conto di questo scarto sono sempre gli stessi due soggetti: il cittadino, che si crede più esposto di quanto sia, e il lavoratore della sicurezza mandato a rassicurarlo con strumenti spesso inadeguati al problema reale.
Chi critica queste derive non sta attaccando la fede, la patria o la famiglia. Sta chiedendo che restino esperienze libere, non strumenti di potere, e sta chiedendo che la paura, quando viene usata per giustificarle, sia riconosciuta per quello che è, una scelta politica, non un dato di realtà indiscutibile. È una distinzione che in Italia si fa raramente con la chiarezza necessaria, e che invece serve, perché consente di criticare senza offendere chi in quelle categorie trova, legittimamente, un senso per la propria vita.
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