TASSE AI SUPER-RICCHI E NIENTE DAZI: IL GIORNO DEI BRICS, GLI ANTI G7 da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TASSE AI SUPER-RICCHI E NIENTE DAZI: IL GIORNO DEI BRICS, GLI ANTI G7 da IL MANIFESTO

Tasse ai super-ricchi e niente dazi: il giorno dei Brics, gli anti-G7

Vertice Brics Oggi a Rio il summit del Sud globale: quasi metà della popolazione mondiale e quasi il 40% del pil, ma l’unità politica fa molta fatica

Claudia Fanti  06/07/2025

Sette mesi dopo il G20, Rio de Janeiro ospita oggi e domani un altro incontro internazionale di assoluta rilevanza: il 17.mo vertice dei Brics, il blocco inizialmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica che oggi comprende anche Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia. Un evento tanto più significativo in quanto si tratta del primo vertice dell’organismo dopo l’attacco israeliano-statunitense a uno dei suoi membri, l’Iran, e dopo il processo di apertura del gruppo ad altri paesi.

E SARÀ PROPRIO un test della solidità dell’organizzazione in un periodo di forti tensioni internazionali il vertice ospitato dal Brasile, a cui sono stati invitati anche i 10 paesi accolti come partner: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam, tutti in attesa dell’ammissione definitiva. Una sfida ulteriore per un organismo quanto mai eterogeneo, ancora in cerca di una chiara definizione – al di là dell’obiettivo di rafforzare la cooperazione economica, politica e sociale dei suoi membri e di accrescere il protagonismo del Sud globale – ma, al di là degli interessi distinti e delle rivalità geoopolitiche, sempre più influente a livello planetario. Non a caso, il blocco rappresenta quasi il 50% della popolazione mondiale e circa il 40% del Pil globale, mentre gli scambi interni sono cresciuti in media del 10,7% all’anno nell’ultimo decennio: più del triplo della crescita media del commercio internazionale nello stesso periodo.

PER QUANTO forse un po’ depotenziato dalle pesanti assenze di Xi Jinping (al suo posto, il primo ministro Li Qiang) e di Vladimir Putin (che interverrà in videoconferenza a causa dell’ordine di arresto emesso dalla Corte penale internazionale), il vertice si annuncia comunque molto ambizioso, mirando a offrire risposte concrete alla crescente ondata di protezionismo e alla sempre più profonda crisi di legittimità delle tradizionali istituzioni multilaterali, come il G7.

Tanti temi in agenda, dal cambiamento climatico alla gestione dell’intelligenza artificiale, dalla riforma della governance globale alla sicurezza internazionale, in un periodo in cui, secondo l’Institute for Economics and Peace, sarebbero 56 i conflitti attivi nel mondo – il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale – per un totale di 92 paesi interessati.

IL BRASILE, che ha assunto la presidenza di turno del gruppo, sembra che abbia già messo a segno un punto importante: l’appoggio formale dei Brics alla Convenzione Onu sulla fiscalità internazionale, con una esplicita menzione nella dichiarazione finale, secondo quanto trapelato, alla tassazione dei grandi patrimoni. Altro tema centrale sarà quello della riforma dell’architettura finanziaria e della riduzione della dipendenza dal dollaro nelle transazioni internazionali, anche a fronte della necessità di rispondere ai dazi dell’amministrazione Trump: non a caso, nella dichiarazione dovrebbe trovare posto la «seria preoccupazione» dei leader del gruppo in merito all’imposizione di «misure tariffarie e non tariffarie unilaterali». Sul rafforzamento dell’uso delle monete locali tra i paesi del gruppo insiste invece in maniera particolare il Brasile, ma su di esso punta anche la Nuova Banca di Sviluppo dei Brics con sede a Shanghai, presieduta da Dilma Rousseff, diventata uno strumento essenziale nella promozione della sovranità finanziaria e nel finanziamento di progetti strategici per i paesi emergenti.

A QUATTRO MESI dall’apertura della Cop 30, anche questa ospitata dal Brasile ma a Belém, la questione climatica non potrà non essere prioritaria. Ed è senza dubbio un buon segnale la firma da parte del blocco di un documento congiunto sul finanziamento climatico – con raccomandazioni e linee guida sulla mobilitazione di risorse finanziarie destinate ad azioni di lotta al riscaldamento globale – al fine di assumere una posizione comune alla Cop di Belém.
Restano, tuttavia, diversi nodi critici, a partire dalle tensioni riguardo alla proposta iraniana di una condanna dura ed esplicita dei bombardamenti realizzati da Israele e Stati Uniti o al tenore della risposta agli attacchi israeliani a Gaza, sullo sfondo di uno dei grandi nodi irrisolti dell’organismo: quello della sua natura anti-occidentale o semplicemente non occidentale.

DIVERGENZE si registrano anche tra le forze progressiste, in relazione alle aspettative sul ruolo dei Brics nello scenario internazionale. A escludere che l’organismo possa rappresentare «un passo avanti per liberare l’umanità dalle sue catene» è, tra molti altri, l’intellettuale e militante uruguayano Raúl Zibechi, il quale, pur ritenendo auspicabile e ragionevole il superamento dell’egemonia Usa in direzione di un mondo multipolare, evidenzia come il «capitalismo genocida ed ecocida», per non parlare del marcato autoritarismo di tanti paesi, non sia esclusivo dell’Occidente, ma interessi da vicino anche i Brics.

L’Occidente riduce l’egemonia a riarmo e dazi

Isolazionismo Fra il declino relativo del primato occidentale e quello degli standard di vita, l’amministrazione Trump indica alle destre sovraniste la scorciatoia per vendere bene l’idea di un ‘ritorno alla grandezza passata’

Francesco Strazzari  06/07/2025

Proprio mentre a Rio de Janeiro arrivavano i leader dei paesi Brics, rappresentanti del 56% della popolazione e del 44% del Pil mondiale, l’influente senatore repubblicano Ted Cruz celebra il 4 luglio americano, Independence Day, consegnando alla ’Storia’ il seguente tweet: «Oggi è anche il quarantasettesimo anniversario dell’impavido raid di Entebbe. Io avevo solo
cinque anni, ma ricordo di essere stato ispirato dall’incredibile coraggio della squadra dell’Idf che ha salvato gli ostaggi e ucciso i terroristi. Pensai: ‘ecco una politica estera molto texana!’».

Non è facile cogliere il nesso tra l’atto di fondazione degli Stati uniti d’America e l’azione dei commandos israeliani in Uganda: tuttavia, mentre il resto del mondo si dà convegno in Brasile, Cruz ci offre un’istantanea del ripiegamento della destra Usa oggi, un riferimento delle sue ossessioni. Del resto, mentre gli americani discutono del costo della vita sempre più proibitivo, secondo il progetto Costs of War della Brown University, dal 7 ottobre 2023 Washington ha coperto, in modo diretto o indiretto, il 70% dei costi militari di Israele, sostenendone il piano di ridisegno del Medio Oriente.

Aggiungiamo, per usare un aggettivo ricorrente nel fraseggio di Trump, il monumentale impegno degli europei a destinare il 5% del proprio Pil in spese per la difesa: un impegno che, se preso sul serio, rappresenterebbe il più forte attacco al modello sociale in un’Europa che invecchia, e seppellirebbe l’aspettativa dei giovani europei di vedere priorità per la crisi climatica. Alcuni leader Ue, fra cui Meloni, hanno espresso la convinzione che il riarmo nazionale e il sostegno alla difesa ucraina (comprando americano) ci mettono al riparo dai dazi più onerosi, e daranno impulso all’economia. Come ha spiegato Anton Jaeger sul New York Times, si tratta di puro wishful thinking: non siamo davanti a keynesismo militare con dividendo sociale né a una strategia di difesa europea adeguata a un quadro di rivalità geostrategica.

Piuttosto, fra il declino relativo del primato occidentale e quello degli standard di vita, l’amministrazione Trump indica alle destre sovraniste la scorciatoia per vendere bene l’idea di un ‘ritorno alla grandezza passata’ (Make America Great Again). Il Big Beautiful Bill punta a pagare con i dazi gli sgravi alla classe abbiente, mentre espande di 20 volte il budget di Ice, la macchina scagliata a deportare immigrati. Ice diventa la 13ma forza militare al mondo, subito dopo Israele, di 7 miliardi più ricca dell’intera Difesa dell’Italia. Quanto al carburante per l’egemonia, mentre la Cina investe sempre più sulle rinnovabili, Trump detta la linea senza equivoci: «Puntiamo sul carbone. Non voglio pale eoliche che deturpano i nostri paesaggi, questi aggeggi solari che coprono mezza montagna e sono brutti come l’inferno».

Non siamo davanti a una presidenza isolazionista. Donald Trump è il centro dell’agenda mediatica globale ora per ora: ogni strada, ogni affare devono passare dalle sue continue designazioni e indicazioni. Eppure, in questi primi sei mesi di presidenza, la continua esaltazione del protezionismo e di armi sempre più potenti ci parla di una fase politica in cui l’ambizione egemonica, in realtà, è degradata alle sue declinazioni hard – la dimensione coercitiva, la compellence – con un significativo indebolimento degli attributi soft – ovvero quelli più sottili, legati alla legittimità, alla desiderabilità e dunque al consenso. Le cronache recenti ci ripropongono continuamente uno scontro interno al mondo dell’istruzione e della ricerca. Il copione di leader mondiali preoccupati dal ‘come rivolgersi a Trump’ crea sketch teatrali in cui il consenso è ridotto a piaggeria e incensazione strumentale.

Non c’è dubbio che il gruppo Brics ponga una sfida all’egemonia americana, a cui sono ancorati incertamente l’Occidente e la comunità euro-atlantica, in un’era in cui le formazioni di destra crescono, nutrendo le reciproche vocazioni autoritarie. Con il summit di Rio, il Brasile di Lula inaugura una fase che lo vede alla presidenza dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), del Mercosur e del gruppo Brics.

Sarebbe sbagliato considerare i Brics come vero blocco politico. Ce lo ricorda anche la continua rivalità, anche militare, tra India e Cina. A differenza del passato, Russia e Cina non hanno inviato i propri leader supremi al vertice, che il Brasile ha organizzato sotto il motto «Rafforzare la cooperazione del Sud del mondo per una governance più inclusiva e sostenibile», dando anche voce alla società civile. Forse la recente espansione dei Brics ha ridotto il suo valore ideologico per i due membri fondatori.

Tuttavia, nell’agenda Brics è incarnata l’esplicita aspirazione a un ordine internazionale più giusto rispetto a quello odierno. Questa aspirazione respira anche in un dato strutturale: se proiettiamo al 2050 i trend odierni, le prime sette economie del pianeta (G7?) vedranno gli Usa superati da Cina e India, e seguiti da Indonesia, Brasile, Russia e Messico.

Probabilmente la Cina non è pronta per la leadership mondiale. Probabilmente non lo è nessuno, soprattutto se l’egemonia viene misurata sul metro tracciato dagli imperi del passato, Usa inclusi. Tuttavia, l’idea di blindare l’egemonia dell’Occidente rafforzandone la preponderanza militare e il dominio commerciale, disertando la produzione di beni comuni, con corollari di doppi standard (questione palestinese) e posizioni di privilegio (deroghe fiscali sulla minimum tax globale per le piattaforme digitali statunitensi) genera pulsioni autoritarie e alimenta un movimento regressivo che è foriero di nuovi spasmi e nuove guerre.

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