STATI UNITI, PROCESSO ALLE UNIVERSITÀ E ALLA LIBERTÀ DI PAROLA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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STATI UNITI, PROCESSO ALLE UNIVERSITÀ E ALLA LIBERTÀ DI PAROLA da IL MANIFESTO

Stati uniti, processo alle università e alla libertà di parola

Usa La «commissione parlamentare contro l’antisemitismo» chiama sul banco degli imputati Cuny, Berkeley e Georgetown

Luca Celada  16/07/2025

LOS ANGELES

Davanti alla «commissione parlamentare contro l’antisemitismo» questa volta sono stati convocati i rettori di Georgetown University, Berkeley e Cuny (l’università pubblica di New York). Presieduta oggi da membri della maggioranza repubblicana, la commissione rappresenta in realtà un elemento di continuità con Biden, sotto la cui amministrazione era stata istituita, una sorta di alto tribunale politico sostenuto da lobby pro-Israele per la criminalizzazione del movimento studentesco contro la strage di Gaza.

CON IL REGIME Trump, la commissione è stata assorbita nella più generale crociata contro le università, dipinte come crogiolo di elitismo di sinistra la cui umiliazione viene esibita alla base politica come trofeo di un risorgente egemonismo conservatore. La campagna ha preso la forma di una persecuzione coordinata contro studenti e docenti stranieri e la sottrazione di fondi a campus come Harvard e Columbia.

LE UDIENZE formano ora parte integrante dell’intimidazione degli atenei da parte del governo ed una rete di facoltosi fiancheggiatori. Solo la scorsa settimana i miliardario tech Marc Andreesen ribadiva che le università avrebbero «pagato caro il Dei» (le politiche di diversità, equità e inclusione), una delle prescrizioni anche del Project 2025. Lunedì la stessa Corte suprema ha avvallato l’abrogazione del ministero per la pubblica istruzione.

E la colpevolizzazione degli amministratori «imputati» era insita già nel titolo dell’udienza di ieri sul «ruolo di docenti, finanziamenti ed ideologia» nella promozione dell’antisemitismo.
Le audizioni hanno seguito lo sperimentato copione fatto di requisitorie di parlamentari repubblicani inalberati in ostentata indignazione per la discriminazione filoterrorista tollerata ed anzi fomentata dagli amministratori. “L’inchiesta” è stata dunque fondata sulla familiare falsa equivalenza fra antisemitismo e critiche ad Israele e fra opposizione alla strage palestinese e filo terrorismo – la doppia fallacia prescritta da Project Esther (il dossier della Heritage Society per «sopprimere il movimento pro palestinese»).

ECCO QUINDI puntuale l’oratoria di Elise Stefanik, parlamentare trumpista di New York, contro l’assunzione a Cuny di Abd Alla, già membro di Cair(associazione per diritti civili musulmani) e quindi «filo terrorista» (nel 2023 Stefanik aveva ottenuto le dimissioni delle rettrici di Harvard e U Penn con simili insinuazioni). Ha fatto seguito Rick Allen che ha giudicato una dimostrazione di tendenze «pro Hamas» della prestigiosa università di Georgetown il fatto di avere ospitato per un ciclo di lezioni la relatrice Onu Francesca Albanese, sanzionata la scorsa settimana dal governo Trump come «filo terrorista e anti americana». Altra prova inequivocabile dell’antisemitismo propagato da quell’ateneo, secondo Allen, uno dei professori della facoltà di legge ha avuto l’ardire di contribuire alla difesa di Mahmoud Khailil, l’attivista palestinese della Columbia University, recentemente scarcerato dopo tre mesi di detenzione politica.

È PREVALSO insomma il tenore neo maccartista ormai normalizzato dal governo e dal Congresso degli Stati uniti, come hanno denunciato i membri democratici della commissione. Ilhan Omar, ad esempio, ha ricordato come pochi giorni fa siano stati resi noti atti relativi all’uso del sito anonimo di dossieraggio Canary Mission per l’arresto e l’espulsione di numerosi docenti e studenti stranieri designati come «sovversivi» dal governo.

Quasi del tutto assente dai discorsi è stato invece l’eccidio che prosegue quotidianamente, ora con la partecipazione diretta di contractor americani nelle “zone umanitarie” dove da maggio sono morte oltre 800 persone in attesa di ricevere razioni alimentari. La ferocia dei crimini di guerra documentati ha indotto persino storici della Shoah a definire «genocidio» la campagna di pulizia etnica ad opera di Israele – il caso di Omer Bartov, studioso ebreo dell’olocausto che domenica sul New York Times ha scritto «So riconoscere (un genocidio) quando lo vedo».

MALGRADO le lettere di sostegno alle università firmate da numerosi docenti ebrei, chi sperava in una accesa difesa della libertà intellettuale da parte degli “imputati” è rimasto deluso. Vi è semmai stata una nuova prova di inefficace acquiescenza da parte degli amministratori che hanno saputo fare poco più di balbettare i regolamenti sulla libertà di parola assicurando comunque massima severità per i “trasgressori” (ognuno ha assicurato che tende ed accampamenti per la pace non verranno più tollerati).
Anche se non vi fossero nuove dimissioni, le audizioni hanno restituito la fotografia di una società profondamente compromessa nei suoi fondamentali meccanismi democratici.

Docenti internazionali contro lo scolasticidio

Solidarietà I sindacati dell’istruzione si sono mobilitati contro il genocidio in corso a Gaza

Redazione  16/07/2025

I  sindacati dell’istruzione si sono mobilitati contro il genocidio in corso a Gaza. La Flc Gcil, con l’Unione Generale degli Insegnanti Palestinesi, Education International, Feccoo e Stes (Spagna), Fenprof (Portogallo), Neu (Regno Unito), Sadtu (Sud Africa), hanno ideato il progetto “Palestinian Teachers Support” che mira a salvaguardare la formazione di studenti e docenti e «rappresenta, contro lo scolasticidio in corso, un atto di resistenza dei palestinesi, tenaci nella difesa della propria identità», hanno scritto.

«Per studenti e insegnanti il supporto psicologico è necessario, anche la situazione economica è difficile perché gli insegnanti non ricevono lo stipendio da tre anni a causa del blocco delle finanze da parte di Israele».

Università israeliane, una lunga complicità

Tempi presenti Il nuovo libro di Maya Wind «Torri d’avorio e d’acciaio», edito da Alegre, spiega le ragioni del boicottaggio degli atenei

Paola Rivetti  24/10/2024

Il libro di Maya Wind Torri d’avorio e d’acciaio, (Alegre, pp. 320, euro 18) viene pubblicato in italiano in un momento tragico che, paradossalmente, è però il migliore visto il dibattito che suscita la richiesta di sospendere le collaborazioni istituzionali con le università israeliane, arrivata in questo ultimo anno ancora più forte da studenti, da lavoratrici e lavoratori di tutto il settore della ricerca in Italia e nel mondo. Perché proprio le università? L’accademia è il luogo del libero dibattito per eccellenza e ricercatrici e ricercatori sono, da che mondo è mondo, una comunità professionale liberale e progressista. Perché, allora, «punirla» con un boicottaggio?

Maya Wind, studiosa israeliana presso l’Università della British Columbia, smonta i pregiudizi positivi che sottendono a queste domande. Dimostra che non solo gli accademici fornirono nel 1948 e forniscono tuttora giustificazioni morali e legali per le numerose violazioni del diritto internazionale commesse da Israele, ma anche che sono complici nel perpetrare atrocità, crimini di guerra e atti genocidari attraverso la teorizzazione di strategie militari e la produzione di armi e tecnologia bellica. La complicità, dice Wind, è connaturata al sistema accademico israeliano, sempre più indistinguibile dall’esercito e sempre meno indipendente dal potere politico. Infatti, le autorità accademiche hanno nel corso dei decenni cooperato con governi, servizi segreti ed esercito anche per eliminare le voci critiche interne, persino con arresti, come accaduto a Nadera Shalhoub-Kevorkian, collega internazionalmente conosciuta e rispettata.

IL LIBRO È DIVISO in due parti, intitolate «complicità» e «repressione», a loro volta divise in sei capitoli che dettagliano, con numerosi esempi desunti dal lavoro archivistico e di indagine storica dell’autrice, la centralità dell’accademia israeliana nel perpetrare un vero e proprio «epistemicidio» nei confronti dell’accademia e dei saperi indigeni palestinesi, nell’esproprio sistematico di terra e risorse palestinesi (non dimentichiamoci, infatti, che le università sono anche luoghi fisici che occupano spazio), come nel veicolare una sempre maggiore presenza dell’esercito nei campus. L’Idf è infatti investitore, riceve formazione e forma a sua volta studenti. Si tratta di un vero e proprio complesso universitario-militare-industriale, Wind sostiene, che reprime e silenzia ogni voce contraria.

La seconda parte del libro analizza come i saperi prodotti da colleghe e colleghi israeliani servano alla riproduzione di regimi di conoscenza vigilati, perimetrati, che sistematicamente delegittimano ogni critica anticoloniale, avvallando razzismi, islamofobia e suprematismo ebraico, e rimuovendo l’esistenza stessa di cittadini israeliani arabi e palestinesi. La repressione si abbatte contro gli studenti, soprattutto se palestinesi. Non solo per gli e le palestinesi il diritto all’istruzione superiore è continuamente messo in discussione perché inappropriato o addirittura pericoloso per la sicurezza nazionale, ma la stretta sorveglianza alla quale sono sottoposti è un vero e proprio laboratorio per simili regimi di controllo sulla popolazione più ampia. Questo capitolo sarà molto utile a chi pensa che i palestinesi cittadini di Israele abbiano gli stessi diritti dei cittadini ebrei di Israele e che la definizione di «apartheid» sia inappropriata nel caso israeliano.

IL CAPITOLO CHE CHIUDE il volume è dedicato allo strangolamento burocratico, militare, epistemico delle università palestinesi nei Territori palestinesi occupati da Israele. È bene ricordare che a Gaza non esistono università e scuole funzionanti dall’ottobre 2023, e che centinaia di migliaia di bambini e studenti sono deprivati del diritto allo studio, e da molto tempo. Non esistono infatti libertà accademica e diritto allo studio sotto occupazione; la loro mancanza garantisce il mantenimento del sistema accademico israeliano analizzato da Wind. Infatti, i benefici tratti dall’accademia israeliana in termini di fondi pubblici e privati, usati per mettere in sicurezza il regime di occupazione e apartheid dal punto di vista militare, architettonico, archeologico, giurisprudenziale, antropologico e quant’altro, non esisterebbero se non esistessero l’occupazione e l’apartheid. Per questo, Wind definisce l’accademia israeliana «contro la liberazione».

Il libro di Wind si basa su solide fonti storiche: ora che conosciamo la storia, Wind interroga le nostre responsabilità. Sostiene che l’adesione al pacbi (la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele) è necessaria non solo per spezzare un sistema internazionale di complicità e omertà, ma anche per spingere le università israeliane a non rendersi strumento della sistematica violazione dei diritti umani dei palestinesi e della libertà accademica dei colleghi e colleghe critiche delle politiche israeliane.

Come Ilan Pappé disse una volta, il boicottaggio serve anche a ridare dignità agli accademici israeliani, spingendo le università a diventare laboratori democratici di dibattito per tutta la comunità, studenti palestinesi inclusi, protetti da rettori che sono al servizio non del governo ma della popolazione.

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