SINODO, LA SFIDA DELLA CHIESA NELLA “GUERRA MONDIALE A PEZZI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SINODO, LA SFIDA DELLA CHIESA NELLA “GUERRA MONDIALE A PEZZI” da IL FATTO

Sinodo, la sfida della Chiesa nella guerra mondiale a pezzi

DOPO L’APPROVAZIONE DEL DOCUMENTO – Non esiste un’altra organizzazione che tenga insieme gli opposti, superando la polarizzazione emersa alle Nazioni Unite

 ANTONIO SPADARO  30 OTTOBRE 2023

Ho saputo dell’attacco di Hamas in Israele mentre ero seduto al mio tavolo durante il Sinodo in Vaticano. L’ho saputo da una signora di Haifa, nata in Israele in una famiglia cattolica araba. Accanto a lei ascoltavano le sue parole smarrite l’arcivescovo cattolico di Mosca e l’arcivescovo maggiore di Kiev. Dall’altra parte del tavolo una suora irachena di Mosul. Le trincee del mondo si sono intrecciate sui tavoli sinodali fatti a cerchio. Tutti ci siamo guardati in faccia e tutti eravamo dalla stessa parte, quella della pace e del dolore. Al di là di ogni riflessione di carattere ecclesiale e teologico, questo ci ha messo davanti l’Assemblea sinodale voluta da Francesco: il mondo spezzato, fratturato, diviso. E noi eravamo lì uniti, sodali e sinodali.

Venerdì 27 ho visto una mappa del mondo basata sulla votazione dei Paesi dell’Assemblea dell’Onu circa la tregua a Gaza. Poi l’ho sovrapposta alla mappa dei Paesi che hanno appoggiato le sanzioni alla Russia per la sua invasione dell’Ucraina. E poi ho guardato l’Aula sinodale. Un capogiro: ho capito che quel che stavamo vivendo era sconvolgente. Davanti a un ordine mondiale ribaltato, per il quale non c’è ancora un logos, una ragione comune che tenga uniti i pezzi, i membri del Sinodo coprivano tutta la mappa dell’Onu in una conversazione senza veti. Non esiste una organizzazione internazionale come la Chiesa cattolica che possa tenere insieme gli opposti in un dialogo che ha richiesto la libera parola di ciascuno, ma anche l’ascolto e la risonanza. E non sulle proprie idee, ma su quelle espresse dagli altri. Nei nostri tavoli era scomparso l’io megafonico proprio del discorso politico dei nostri giorni. Non c’era più lo schieramento, ma lo schiarimento. L’altro è sempre rimasto altro e mai “avversario”.

L’esigenza ai tavoli di discussione non è mai stata quella di esprimere il punto di compromesso, il più alto livello di condivisione possibile, no. Ma con chiarezza dire le convergenze, sì, ma anche quali fossero i punti controversi e le proposte di approfondimento. Essere liberi dalla diplomazia, ha permesso di capire davvero i nodi e di farli emergere con pace, rispetto, armonia. Questo è stato il “metodo sinodale” che resta tutto da studiare, da capire: la sua radice è spirituale, non tecnica. La polarizzazione, in definitiva, è figlia di un pensiero tecnico on/off che considera superflue le motivazioni di ciò che accade, e annulla la dialettica che serve per provare ad affrontare le radici dei problemi. Il Sinodo è una sfida politica aperta alla visione manageriale della società che ha ridotto il consenso a tecnica di potere. Mentre stiamo perdendo l’orizzonte della trascendenza, fondamento dei valori che contano, oggi questa esperienza sinodale si rivela una profezia.

E così siamo andati avanti. La vera lotta è stata contro il terrorismo teologico alimentato prima e durante il Sinodo da milizie che hanno paventato minacce alla dottrina, alla tradizione, alla sopravvivenza stessa della Chiesa: una vera strategia delle tensione. Nel leggere il Documento di sintesi finale una cosa è apparsa chiara: la sua approvazione ad amplissima maggioranza. La gestione del conflitto è stata motivata dal volere andare avanti insieme, uniti, pur con tutte le differenze culturali possibili, senza usare la strategia dello struzzo davanti a temi polarizzanti come la poligamia o l’identità di genere e l’orientamento sessuale o davanti al tema del ruolo della donna nella Chiesa. Ben più che «nazioni unite», dunque. L’immagine della Chiesa emersa è quella di un transatlantico che solca il mare in tempesta. O, meglio ancora, quella di una rompighiaccio che è capace di non arenarsi davanti agli iceberg.

E così il Sinodo è diventato cassa di risonanza del mondo con le sue melodie e la sua eco di piombo. Il dramma e la speranza hanno percorso i tavoli ricomponendo il puzzle dei pezzi della attuale guerra. Forse la Chiesa, con la sua tradizione che si aggiorna, può aiutare a trovare le parole per poter articolare un ordine mondiale? Ci aiuterà a salvarci dall’afasia della rabbia e del pianto? Ci pensavo ascoltando nella messa finale la preghiera per i governanti risuonare a San Pietro in lingua araba, e quella per i migranti in cinese.

E, infine, il mio sguardo sull’Aula sinodale si è posato sui volti: c’erano tra noi uomini e donne, certo, ma anche anziani e giovani. E i tavoli hanno realizzato una combinatoria rara, unica anche per il fatto che erano commensali cardinali e ventenni, scarpe nere lucide dentro calze viola o porpora e sneackers su calzini corti. E mi ha colpito che i giovani avessero la pazienza di ascoltare i loro autorevoli vicini, e che i prelati fossero tutto orecchi ad ascoltare posizioni e proposte dei ragazzi. E tutti avessero diritto di voto, oltre che di parola. Questo ha realizzato uno scambio biologico di universi paralleli, una utopia. Forse a questo è chiamata oggi ad essere veramente la Chiesa cattolica sinodale: custode del fuoco di una utopia che sembra smarrita, sepolta dalla polvere da sparo o dalla muffa.

Emergenze. Sono 114 milioni oggi gli sfollati per le guerre

 FABIO SCUTO  30 OTTOBRE 2023

“Il numero di persone sfollate a causa di guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani a livello globale ha superato i 114 milioni alla fine di settembre”, scrive nel suo rapporto semestrale l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

I principali fattori trainanti di questa gravissima situazione, nella prima metà del 2023, sono stati i conflitti in Ucraina, Sudan, Myanmar e Repubblica Democratica del Congo; una prolungata crisi umanitaria in Afghanistan; e una combinazione di siccità, inondazioni e insicurezza in Somalia. “L’attenzione del mondo ora è, giustamente, sulla catastrofe umanitaria di Gaza, ma a livello globale, troppi conflitti stanno proliferando o intensificandosi, distruggendo vite innocenti e sradicando persone”, è il commento di Filippo Grandi, direttore dell’UNHCR. “L’incapacità della comunità internazionale di risolvere i conflitti o prevenirne di nuovi sta provocando sfollamenti e miseria. Dobbiamo guardarci dentro, lavorare insieme per porre fine ai conflitti e consentire ai rifugiati e agli altri sfollati di tornare a casa o ricominciare la propria vita”, ha scritto il commissario Onu in una nota.

Nel suo Mid-Year Trends Report, che analizza gli sfollamenti forzati durante i primi sei mesi del 2023, l’UNHCR spiega che. alla fine del giugno scorso, 110 milioni di persone erano state sfollate con la forza in tutto il mondo. Questa cifra è aumentata di 1,6 milioni rispetto alla fine del 2022, mentre 114 milioni costituisce un record da quando l’agenzia ha iniziato a raccogliere dati nel 1975.

Dopo la strage di Hamas del 7 ottobre e la rappresaglia israeliana su Gaza, il numero di sfollati interni alla Striscia è arrivato a circa 1,4 milioni, secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite OCHA. Più della metà di tutte le persone costrette a fuggire dalle proprie case non attraversano mai un confine internazionale, valuta l’UNHCR. Nel suo rapporto di metà anno stima che quasi un terzo di tutte le persone costrette a fuggire provenisse da soli tre Paesi: Afghanistan, Siria e Ucraina.

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