“SALVATECI ORA, O GAZA SARÀ SOLO UN ENORME CIMITERO” da IL MANIFESTO
«Salvateci ora, o Gaza sarà solo un enorme cimitero»
Gaza L’appello all’Italia del cooperante palestinese Sami Abu Omar: «Non ce la facciamo più. Avevamo una casa a Bani Suheila e un uliveto. Tutto distrutto dalle bombe. Siamo stati sfollati una quindicina di volte, forse di più, nemmeno me lo ricordo».
Michele Giorgio 26/08/2025
«Dichiaro il mio desiderio di lasciare Gaza, insieme alla mia famiglia. La mia casa, il mio uliveto e tutti i miei beni sono stati distrutti. Non posso vivere sotto una guerra di sterminio. Siamo stati affamati e ora siamo sull’orlo della morte a causa dei continui bombardamenti. Aiutateci a uscire da questo inferno». È l’appello lanciato all’Italia da Sami Abu Omar, 61 anni, uno dei oltre due milioni di palestinesi di Gaza sotto assedio. Sami soffre come tutti, condivide le paure di tanti, ha perduto tutto e vive un incubo quotidiano. È profondamente legato a Gaza e alla Palestina, ma sente di essere giunto a un bivio: deve scegliere tra la vita e la morte, tra salvare i suoi figli o vederli morire. I bombardamenti israeliani sono incessanti; la fame e le malattie, conseguenza di un’offensiva militare senza tregua voluta dal governo Netanyahu – che presto ridurrà in polvere anche Gaza City – stanno gettando nella disperazione l’intera popolazione della Striscia.
«Siamo terribilmente stanchi, la mia famiglia è sfinita – ci dice Sami via WhatsApp da Gaza – non ce la facciamo più. Avevamo una casa a Bani Suheila, a Khan Yunis, e un uliveto. Ora non c’è più nulla: tutto distrutto dalle bombe. Siamo stati sfollati una quindicina di volte, forse di più, nemmeno me lo ricordo. Ora siamo a Mawasi, dieci persone in una tenda di pochi metri, in un’area sovraffollata e priva di tutto. Le condizioni igieniche sono terribili e le cose peggiorano ogni giorno. Per questo vi chiedo di portarci via da questo inferno». Il suo appello è rivolto agli italiani. «L’Italia la mia seconda patria, dove ho studiato e vissuto a lungo. Per anni ho avuto la residenza italiana. Per questo (l’Italia) deve aiutarmi a salvare la vita dei miei figli, di mia moglie, dei miei nipoti» aggiunge, spiegando di aver inviato una richiesta di visto al Consolato generale d’Italia a Gerusalemme. «Ma non è stata accolta. Dicono che può entrare in Italia solo chi ha un parente o una residenza, ma qui c’è il genocidio, la sete, la fame. Non possono aggrapparsi a regole rigide e burocratiche in una situazione tanto grave. Ho già perduto amici, parenti, colleghi sotto le bombe». Tra le vittime del duplice attacco aereo di ieri sull’ospedale Nasser di Khan Yunis c’è anche un suo nipote.
Numerosi giornalisti e cooperanti italiani hanno conosciuto Sami, che spesso ha fatto da fixer per i reporter stranieri a Gaza oltre a lavorare come operatore umanitario. Tra i suoi tanti amici italiani vi era anche Vittorio Arrigoni; fino a due anni fa ha diretto il Centro di scambio culturale Gaza-Italia dedicato all’attivista e scrittore assassinato nel 2011. Dopo il 7 ottobre 2023 ha collaborato con diverse ong italiane, in particolare con l’Acs ed Emergency, per portare aiuti e soccorsi alla popolazione.
«La fame la prova chiunque, sia chi ha un po’ di soldi sia chi non ne ha affatto» spiega Sami. «Io, ad esempio, ho un piccolo reddito grazie al lavoro con le ong, ma serve a ben poco. Un po’ di cibo si trova solo al mercato nero, a prezzi proibitivi: 15-20 euro per un chilo di farina che per una famiglia di dieci persone basta appena un giorno. Lo stesso per i legumi. Lo zucchero costa ancora di più. Quando va bene mangiamo un po’ di pane e qualche lenticchia una volta al giorno. Tanti altri, inclusi i bambini, stanno anche peggio di noi. A Gaza la carestia è reale, eppure Israele la nega».
Sami ricorda i circa duemila palestinesi uccisi dal fuoco dei soldati israeliani mentre attendevano aiuti alimentari ai quattro centri di distribuzione della Ghf, la fondazione americana al servizio di Israele che boicotta le Nazioni unite. «Andare lì può costarti la vita e i centri sono troppo lontani – racconta – ho 60 anni e non posso percorrere ogni giorno sette chilometri con un sacco pesante sulle spalle. E come me tanti anziani e bambini. Non mando i miei figli a morire. Quei centri di distribuzione degli aiuti sono trappole di morte». Aggiunge che da quando c’è la Ghf, il mercato nero è fiorito. «Ci sono persone che prendono gli aiuti e li rivendono a prezzi esorbitanti. Ci dicono che hanno rischiato la vita per procurarseli, ed è vero, ma così chi vuole comprarli deve pagare cifre altissime».
Ammalarsi, a Gaza, è una delle peggiori condanne. «A Mawasi – riferisce Sami – ci sono solo ambulatori da campo, ma senza medicine e attrezzature sufficienti. Qualche giorno fa sono arrivati pochi farmaci e kit sanitari dell’Oms, una goccia in un mare di bisogno. I malati cronici, i diabetici gravi, i dializzati e gli oncologici muoiono ogni giorno perché gli ospedali hanno poco o nulla per curarli, e in più vengono bombardati». L’appello di Sami Abu Omar è, in fondo, quello di tutti i palestinesi di Gaza: «Salvateci, salvateci tutti. Ci uccidono in massa. Gaza diventerà un enorme cimitero se il mondo non fermerà Israele».
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