“QUANTE SONO LE DIVISIONI DEL PAPA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“QUANTE SONO LE DIVISIONI DEL PAPA” da IL MANIFESTO

Quante sono le divisioni del papa?

Crisi Ucraina. È questa la domanda sarcastica che si dice abbia fatto Stalin durante i colloqui di Yalta a chi gli suggeriva di tener conto anche delle opinioni del papa nel definire gli assetti geostrategici del dopoguerra. Un sarcasmo spiegabile in parte con il fatto che si usciva da sei anni di guerra mondiale in cui la parola era stata lasciata esclusivamente alle armi; in parte con il fatto della collocazione del papa di allora

Guido Viale  23.03.2022

È questa la domanda sarcastica che si dice abbia fatto Stalin durante i colloqui di Yalta a chi gli suggeriva di tener conto anche delle opinioni del papa nel definire gli assetti geostrategici del dopoguerra. Un sarcasmo spiegabile in parte con il fatto che si usciva da sei anni di guerra mondiale in cui la parola era stata lasciata esclusivamente alle armi; in parte con il fatto della collocazione del papa di allora.

Il suo anticomunismo destava non dubbi, ma certezze.
Oggi, anche se la terza guerra mondiale (non più solo “a pezzi”) non è ancora cominciata, e le parti in causa sono già in campo: la Federazione russa, con la feroce aggressione e invasione dell’Ucraina; la Nato, per interposta nazione, con il riarmo del paese, che non è certo cominciato dopo l’aggressione russa, ma – per esplicita ammissione, o vanteria, di Biden – da almeno sette anni, con la consegna di ingenti armamenti e migliaia di istruttori non solo al governo ucraino, ma anche alle sue numerose milizie, più o meno ufficializzate, in campo da anni nella guerra contro le regioni autonome del Donbass.

Non solo il battaglione Azov, dichiaratamente nazista, ma molti altri corpi di analogo sentire, ma meno pubblicizzati (d’altronde i nazisti sono presenti anche dall’altra parte, e sono purtoppo ormai numerosi in tutto il mondo, Italia compresa, come ha notato Edith Bruch).
Quanto al papa, non è più quello di allora, poi accusato, se non di connivenza, certamente di un colpevole silenzio sulla persecuzione degli ebrei – per la cui salvezza molte istituzioni cattoliche si erano invece spese a fondo – e di un impegno, istituzionale ancorché segreto, nell’organizzare “vie di fuga” per numerosi gerarchi nazisti.

Quello di oggi, Francesco, è invece sicuramente un papa al di sopra delle parti, non solo perché non sospettabile di connivenza con uno degli avversari in campo, ma perché si è posto fin dall’inizio del suo apostolato “dalla parte di Gaia”, della Terra; per cercare di rendere tutti consapevoli che la guerra non è solo un massacro crudele, inutile e sempre più pericoloso, ma anche un acceleratore della corsa verso il precipizio ambientale e climatico, che i “Grandi della Terra” hanno fatto presto a dimenticare, ma da cui, a partire dall’enciclica Laudato sì, papa Francesco ha cercato di mettere l’umanità al riparo.

Nella ricerca di una soluzione pacifica al conflitto in corso papa Francesco è da tempo in campo anche se per vie necessariamente coperte. Ma ora, dopo la visita inconsueta all’ambasciata russa e la telefonata, altrettanto inconsueta, di ieri a Zelensky, un suo possibile ruolo di pacificatore è emerso con forza. Poi, dopo l’invito di Alex Zanotelli e di Luca Casarini a costituire un corpo di interposizione che si rechi sul “teatro di guerra” (che anch’io avevo prospettato su queste pagine il 15.3), dopo molte altre proposte di missioni di pace in Ucraina, è arrivato l’invito esplicito di Domenico Quirico al papa (La Stampa) a recarsi personalmente in Ucraina, con quanti sono disposti ad accompagnarlo.

Ecco le divisioni del papa! Una missione del genere potrebbe essere l’occasione non per un gesto solo simbolico, per quanto importante, ma per una vera iniziativa di mediazione. Che non può esserci se non c’è un mediatore: che potrebbe, sì, fare riferimento al corpo di interposizione che si offre di accompagnare il papa o, in alternativa, di avvalersi di un suo mandato. Ma, ovviamente, solo se ufficialmente tutelata da un riconoscimento ufficiale di Governi che si candidino allo stesso ruolo.

E che per essere mediatori non possono essere le parti in causa, ma solo chi si metta in una posizione di terzietà, pur essendo più o meno direttamente coinvolto. Quindi non Turchia, Israele o Cina, solo indirettamente coinvolte (ben vengano comunque!), bensì L’Unione Europea o almeno alcuni governi dei suoi Stati membri. In questo contesto, accelerare le procedure di associazione dell’Ucraina all’Unione rischia di esseree visto solo come un passo verso l’ingresso nella Nato. Candidarsi al ruolo di mediatore invece vuol dire prendere le distanze dalla Nato con una proposta che, come tutte le mediazioni, non può che comportare delle concessioni sostanziali da entrambe le parti: con il vantaggio, però, di offrire sia a Putin che a Zelensky una via di uscita da un’impasse destinata, se no, a protrarsi nel sangue, forse per anni.

Le uniche alternative a una vera mediazione sono esigere la “resa” dell’Ucraina, proposta di cui vengono accusati i “pacifisti”, senza che nessuno di loro l’abbia mai formulata (una cosa è inviare armi perché la guerra continui; un’altra promuovere una mediazione perché finisca al più presto); oppure la sconfitta irreversibile delle forze armate russe, il disarcionamento di Putin, o la dissoluzione stessa della Federazione russa: obiettivo destinato a protrarre la guerra fino allo sbocco in un conflitto aperto, e forse nucleare, tra le vere parti in causa.

La guerra in Ucraina vista dai Territori occupati palestinesi

Crisi Ucraina. Alcuni fastidiosi critici in Israele notano che Bennett, se è stato così volenteroso da recarsi a Mosca per mediare, potrebbe saggiamente iniziare a negoziare con l’Anp

Zvi Schuldiner  23.03.2022

Nella sede de il manifesto, a Roma nel 1983, incontrai per la prima volta Aldo Natoli. Tra le sue iniziative, c’era anche l’impegno per la pace israelo-palestinese. Da allora, per me arrivare a Roma e sentire il bisogno di incontrare Aldo, fu tutt’uno. Potevo parlare con un maestro brillante e caloroso la cui analisi della realtà e dei problemi era priva di dogmatismo. Nel tempo, partecipammo insieme ad alcune riunioni e grazie a lui mi fu più facile e più chiaro capire che la pace è seriamente collegata alla necessità di una «Europa senza Nato né Patto di Varsavia».

La guerra del macellaio di Mosca Putin e della sua banda di plutocrati è criminale. L’occupazione dell’Ucraina, totale o con un obiettivo ristretto solo ad alcune regioni, va condannata senza tentennamenti, e tuttavia senza dimenticare alcune questioni profonde che ancora contano in Europa. Questioni che minacciano il mondo intero, influenzando e pesando anche su altri conflitti, come il «nostro»: la pace dimenticata, la guerra israelo-palestinese.

Il docente statunitense George Breslauer, esperto di affari europei, non risparmia le critiche a Putin ma sottolinea che nell’ultimo anno la necessità di una trattativa fra Russia e Stati uniti era evidente e avrebbe potuto evitare l’attuale guerra.
Vista da Israele, la guerra è una faccenda piena di complicazioni. La dipendenza dagli Stati Uniti è chiara ed è diventata più evidente qualche settimana fa, quando gli statunitensi hanno approvato ulteriori aiuti, destinati quest’anno ad arrivare a quasi 5 miliardi di dollari. Il governo israeliano è molto soddisfatto dell’enorme sostegno di Washington, ma ha anche avanzato critiche a Biden per l’imminente accordo sul nucleare iraniano.

Ma l’Iran è visto come il grande nemico, lo slogan è sempre lo stesso: «Vogliono liquidarci, sponsorizzano il terrorismo» e così quasi quotidiani sono gli attacchi aerei israeliani sulle forze iraniane (e di Hezbollah) in Siria. Questo appare possibile grazie ad accordi segreti con Putin (il quale ugualmente vorrebbe mandare via dalla Siria le forze dell’Iran). Le versioni ufficiali israeliane non nascondono che l’accordo con i russi garantisce a Tel Aviv libertà d’azione.

La mossa del primo ministro Naftali Bennett il quale, violando la santità del sabato (per chi è religioso), è andato a Mosca per mediare tra russi e ucraini, è stata considerata un enorme risultato diplomatico anche se probabilmente non porterà a nulla; le fonti diplomatiche israeliane si sono affrettate a sottolineare che gli statunitensi sapevano e non si sono opposti.
Alcuni fastidiosi critici in Israele hanno fatto notare che Bennett, se è stato così volenteroso da recarsi a Mosca per mediare, potrebbe saggiamente iniziare a negoziare con i palestinesi. Ricordiamo che, entrando in carica, aveva annunciato che il suo governo non si sarebbe occupato di questioni di pace e guerra.

In Israele la maggioranza dell’opinione pubblica condanna la guerra criminale di Putin ed è solidale con il popolo ucraino. Parlando con un farmacista palestinese, gli ho detto che la maggioranza degli israeliani sono contro l’occupazione… mi ha guardato molto preoccupato per la presenza degli altri clienti, finché non ho chiarito che mi riferivo all’Ucraina e allora tutti si sono calmati.
I confronti sono sempre impropri, certamente. Ma quando vedo l’enorme e criminale distruzione di città, ospedali, edifici, queste immagini mi ricordano il disastro di Gaza… Certo, non vanno dimenticati i missili di Hamas, ma le vittime civili, i bambini palestinesi non mi sembrano necessariamente diversi dagli ucraini che vengono uccisi in questi giorni.

L’Europa apre le porte a coloro che fuggono dalla guerra, si parla già di oltre tre milioni di rifugiati. «Fortunatamente» non sono neri e questo sembra facilitare l’enorme, umana accoglienza.
Sì, le lezioni dell’Olocausto non devono essere dimenticate… e l’antisemitismo va condannato senza attenuanti. Ma ricordare significa anche adottare valori fondamentali. Valori che dovrebbero essere validi per tutti, compresi gli israeliani e gli ebrei.
Arrivano rifugiati in Israele. «Per fortuna non sono di colore»; questi ultimi sono discriminati, vivono in condizioni molto precarie – non si applicano le convenzioni internazionali. Ora stanno arrivando rifugiati dall’Ucraina… benvenuti ebrei! Ci aiuteranno a rafforzare il progetto nazionale.

Attenzione, attenzione! grida il ministro dell’interno che sorveglia le nostre frontiere. Nessun ebreo snaturerà il progetto nazionale. Le critiche violente di non pochi – soprattutto dei sopravvissuti all’Olocausto -, la reazione in Israele e all’estero ha portato a un ammorbidimento delle norme razziste e rigide del ministro di ultradestra.

Profughi non ebrei? «Grazie» alla guerra è stato anche possibile riprendere i regolamenti che impediscono ai palestinesi di Israele o dei territori occupati di riunire legalmente le loro famiglie. Fino a poco tempo fa la giustificazione era la sicurezza: ci sarebbero 40 casi di palestinesi che hanno usato questo status legale per partecipare ad azioni legate – oppure no – al «terrorismo». Ora la ministra e i suoi compari hanno detto che questa è anche una necessità demografica.

Il razzismo imperante, i negoziati che vengono evitati – parlo di quelli tra israeliani e palestinesi -, la violenza continua dell’occupazione israeliana nei territori, il popolo palestinese quasi dimenticato, rendono urgente un cambiamento di rotta. In Israele la lotta deve essere contro il razzismo, e contro l’occupazione militare qui, non solo in Ucraina.

Quanto all’Europa, non deve solo ricordare il premier Kreisky che fu capace di affermare la neutralità dell’Austria, senza scontrarsi con la Nato. Gli europei dovranno anche chiedersi se una posizione politica forte come quella che hanno oggi nel caso dell’Ucraina non sia necessaria anche quando la guerra riprenderà qui e la forza militare di Israele colpirà ancora una volta migliaia di palestinesi.

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