“OSCURITÀ ETERNA” SU BEIRUT, ESPLODE LA RABBIA ISRAELIANA da IL MANIFESTO
«Oscurità eterna» su Beirut, esplode la rabbia israeliana
Michele Giorgio 09/04/2026
Nient’altro che guerra Netanyahu si dice in sintonia con Trump, ma teme la tregua con Teheran. L’attacco devastante al Libano è un modo per compensare gli esiti deludenti della guerra che Israele ha lanciato all’Iran
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L’inaudita pioggia di fuoco, bombe e missili che l’aviazione israeliana ha scatenato ieri sul Libano, facendo a pezzi case, strade e vite umane, ha manifestato nella sua forma più brutale la rabbia immensa provata dai vertici politici e militari israeliani dopo l’annuncio del cessate il fuoco con l’Iran giunto dall’amministrazione Usa.
Un colpo basso quando era tutto pronto: in Israele attendevano le 3 di notte, la scadenza dell’ultimatum lanciato a Teheran da Donald Trump per la riapertura dello Stretto di Hormuz, per far decollare centinaia di aerei e trasformare in macerie, polvere e fumo giacimenti petroliferi, infrastrutture civili, centrali elettriche e molto altro dell’Iran. Invece è saltato tutto, senza o quasi preavviso per Israele, se si dà credito a quanto riportato dal Wall Street Journal. Prima lo stupore, poi la delusione profonda. Infine, l’ira, accresciuta dalle notizie che la fine dei combattimenti avrebbe riguardato anche Hezbollah e il Libano. Secondo indiscrezioni, Netanyahu, prima di accettare la tregua, avrebbe strappato agli americani il via libera al proseguimento della guerra nel sud del Paese dei cedri, dove l’esercito sta creando una zona cuscinetto a sud del fiume Litani.
La prospettiva di un accordo tra Usa e Iran tiene in forte agitazione Netanyahu e il suo governo. L’esecutivo israeliano spera nel fallimento del negoziato in Pakistan e nella ripresa della guerra. Non è un azzardo immaginare che farà ogni cosa in suo potere per favorire quell’esito. Il Libano è, in questo momento, il palcoscenico migliore dove uccidere la trattativa che sta per aprirsi. Rivolgendosi alla stampa, ieri sera Netanyahu ha parlato di vittoria che ha «minato le fondamenta del regime iraniano» e ha avvertito che il suo dito resta sul grilletto, pronto a fare fuoco. E, per smentire le voci di dissapori con gli Usa, ha insistito a lungo sull’alleanza e sulla cooperazione totale tra Israele e Stati uniti in Medio Oriente.
Come Netanyahu, anche Trump parla di «vittoria» sull’Iran, ma gli israeliani sanno che non è vero. Sono consapevoli che un mese di bombardamenti incessanti ha causato danni gravi all’Iran e decapitato parte della sua leadership, senza però bloccare il funzionamento del sistema. Il «nemico» non è crollato, non ha ceduto; al contrario, ha dato il via libera a un cessate il fuoco che racchiude un profondo significato politico. «Riconoscendo il controllo dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, gli Stati uniti hanno contribuito a consolidare questa realtà», scriveva ieri Danny Citrinowicz, analista di punta dell’Istituto per la sicurezza nazionale (INSS) di Tel Aviv. Sebbene il cessate il fuoco sia temporaneo, ha aggiunto, «i costi della guerra e la crescente consapevolezza a Washington che il cambio di regime (a Teheran) non è realizzabile e che l’uranio arricchito non può essere eliminato attraverso mezzi militari, potrebbero ammorbidire la posizione negoziale degli Stati Uniti… Uno dei successi più significativi dell’Iran… è l’apparente disponibilità degli Stati Uniti a impegnarsi in negoziati basati sul quadro dei dieci punti dell’Iran».
La domanda centrale che si pongono in Israele è se Washington sia disposta ad avvicinarsi alle posizioni di Teheran, in particolare sull’arricchimento dell’uranio e sulle capacità missilistiche. Questioni che Netanyahu ha venduto per anni come minacce all’esistenza stessa di Israele. La disfatta diplomatica per il primo ministro sarà totale se Washington, in un eventuale accordo, permetterà all’Iran di conservare l’uranio per le centrali atomiche sul proprio territorio e di mantenere il suo programma missilistico.
L’attacco spietato al Libano, perciò, consente al governo Netanyahu di contenere le ricadute della marginalizzazione subita al momento di decidere la tregua e di compensare i risultati insufficienti sul fronte iraniano. Israele ha reso evidente la sua superiorità militare, ma non ha imposto il suo dominio nella regione. Il divario tra gli obiettivi annunciati da Netanyahu, tra cui anche il «cambio di regime» a Teheran e la sollevazione della popolazione iraniana, e gli esiti ottenuti è al centro delle critiche interne. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha parlato di «disastro diplomatico di proporzioni che non ricordo di aver mai visto prima» e ha accusato Netanyahu di aver condotto Israele a una «debacle strategica». Per Lapid la tregua segna il fallimento di «una vergognosa combinazione di arroganza, irresponsabilità, mancanza di pianificazione e menzogne raccontate agli americani, che hanno danneggiato la fiducia tra i nostri due Paesi (Israele e Usa)».
Sullo sfondo ci sono le elezioni politiche. Gli ultimi sondaggi indicano che lo scontro con l’Iran non ha rafforzato il consenso per Netanyahu, mantenendo un equilibrio sostanziale tra maggioranza e opposizione. Continuare la guerra in Libano permette al premier di proiettare un’immagine di forza. Ma resta il nodo dei costi. La guerra ha avuto un impatto economico pesante per Israele: fino a 1,7 miliardi di shekel al giorno (circa 470 milioni di euro), a cui si aggiungono le perdite nelle aree industriali del nord e l’aumento vertiginoso della spesa pubblica.
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