OLTRE LE DENUNCE. VERTENZE SU OBIETTIVI CONCRETI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8989
post-template-default,single,single-post,postid-8989,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

OLTRE LE DENUNCE. VERTENZE SU OBIETTIVI CONCRETI da IL MANIFESTO

La terra brucia e la resilienza ci annienterà

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica settimanale a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos   30/07/2022

La terra brucia letteralmente, il cambiamento climatico non è più da tempo una prospettiva fondata su previsioni ragionevoli. Prende sempre di più la forma di una catastrofe che già annunciata da mille evidenze, si presenta davanti alla nostra porta di casa, anticipando con la siccità carestie e una sequenza di pandemie nuove (oltre a devastanti crisi economiche: già si annusa in aria la deflazione). I super vertici mondiali non hanno prodotto nessuna misura realmente condivisa in grado di contenere il disastro ambientale (invertire la situazione è ormai impossibile), il “capitalismo verde” si è sciolto come ghiaccio in un bicchiere d’acqua e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha pensato fosse suo compito primario opporsi all’impegno americano, colpevolmente tardivo, di ridurre le fonti del surriscaldamento del pianeta.

Nulla di questo è degno di nota. Ciò che è davvero degno di mota è il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale della situazione ambientale catastrofica non se ne importa niente. E di coloro che se ne importano, la maggior parte sono rassegnati al peggio, immersi in un pessimismo vissuto come virtù redimente. Sorge spontanea la domanda: di cosa si importano realmente gli esseri umani del nostro tempo? Questo non è chiaro a nessuno e ne dobbiamo essere consapevoli.
La cosa sicura è che la tendenza collettiva dominante è il diniego della realtà, diventata estremamente precaria e largamente invivibile per “errore umano”: la concatenazione di errori preterintenzionali nella forma -poiché si compiono allegramente azioni nefaste senza determinarne le implicazioni-, ma assolutamente non privi di cattiva fede. Chi si ricorda oggi Berlusconi quando affermava che le previsioni sul peggioramento climatico da parte degli scienziati erano pregiudiziali e sbagliate? Promosso ultimamente a statista, perché si pensa che la vecchiaia porta consiglio (come la notte), mentre di solito aggrava i difetti già presenti, è stato il vero artefice della caduta di un governo rappresentante, in un momento confuso, un equilibrio democratico tra forze opposte, in gran parte populiste e avventuriere.

Il risorgere dell’estrema destra non salverà il pianeta, l’affosserà definitivamente, ma dove sono i cittadini in grado di resistere a questa deriva? Il grande sconfitto della regressione culturale e politica a partire dagli anni di Thatcher e Reagan, è stata la società civile in tutto il mondo.
La concentrazione selvaggia della ricchezza, la robotizzazione della forza lavoro e la digitalizzazione non dell’apparato logistico dell’esperienza, ma dell’esperienza stessa, hanno prodotto una precarietà occupazionale mai vista, hanno dissolto le relazioni private e sociali, hanno fatto evaporare il tempo libero e hanno fatto confluire il tempo di lavoro nel tempo folle dell’accelerazione continua, scandita dall’azione performante. Si vive al presente continuo, di conseguenza il futuro (le sue minacce e le sue potenzialità) non esiste, dal passato non si apprende niente e il lutto (il travaglio connesso alla trasformazione) è una parola brutta.

La maggioranza degli umani vivono allo stato dell’indifferenza, giorno per giorno. La domanda che più rapidamente si diffonde, e determina ormai il mercato, è quella dei dispositivi di eccitazione e scarica; la creazione di una neo-realtà che aiuti a dimenticare la realtà vera, a fuggire in un mondo di fantasia pura, necessariamente autistico, autoerotico. Ciechi come talpe ci scaviamo la fossa.
Questo è il mondo della “resilienza”: l’adattamento costante al peggio (a cui dà mano forte il diniego del mondo reale), il rifiuto di trasformarci per trasformare le condizioni della nostra esistenza, lo stoicismo di fronte alle catastrofi che deriva da uno stato perenne di auto-ipnosi (l’effetto vero di ogni tipo di droga). Se non facciamo uno sforzo per combattere l’indifferenza, la realtà ignorata ci castigherà in modo severo.

Clima: quanto ci costa vivere male

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica a cura di Nuova finanza pubblica

Marco Bersani  30/07/2022

Giovedì 28 luglio è stato l’Earth Overshoot Day 2022, ovvero il giorno dell’anno in cui la popolazione globale esaurisce tutte le risorse che la Terra riesce a generare. Cade ben 156 giorni prima della fine dell’anno, il che vuol dire che a fine dicembre avremo utilizzato il 74% in più di quanto gli ecosistemi riescono a rigenerare.

Il dato, tremendo in sé, assume caratteristiche ancor più drammatiche se lo consideriamo nelle sue disparità interne: paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Russia hanno iniziato l’anno già in debito ecologico, mentre il nostro Paese ha raggiunto l’apice il 15 maggio scorso (che ne dice, ministro Cingolani?). E, naturalmente, il dato per Paese omette di leggere le stratificazioni interne, dalle quali ormai sappiamo con certezza matematica come il debito ecologico sia causato in gran parte dalla classe dei ricchi e ricchissimi (“Climate change & the global inequality of carbon emissions, 1990-2020”).

Quindi viviamo male e mettiamo a repentaglio la sopravvivenza della vita umana sul pianeta quasi solo per permettere ad una infima fascia di persone di spendere, spandere e naturalmente comandare. Il paradosso è che tutto questo ci costa infinitamente di più, sottraendo ricchezza collettiva che potrebbe essere destinata alla giustizia sociale e climatica.

Sono gli stessi analisti finanziari a dirlo a chiare lettere. Secondo il “Global Turning Point Report 2022”, studio effettuato dalla società di consulenza finanziaria Deloitte, l’inazione contro il cambiamento climatico potrebbe costare all’economia globale 178 trilioni di dollari da qui al 2070. Risultati analoghi riscontriamo dagli indicatori dell’”Osservatorio Climate Finance, School of Management” del Politecnico di Milano, secondo i quali, analizzando le attività di un 1,1 milioni di imprese in termini di operatività in relazione ai cambiamenti climatici, si è rilevata una diretta rispondenza fra l’aumento di un grado della temperatura e il crollo a -5,8% del fatturato e a -3,4% della redditività. Ma già nel 2019 (ben prima di pandemia, guerra e crisi climatica attuale), il rapporto “The Lancet Countdown” lanciava l’allarme e prevedeva, per quanto riguarda l’Italia, un calo dll’8,5% del Pil nei prossimi decenni, con una perdita di produttività del 13,3% nel settore agricolo e dell’11,5 per cento del settore industriale.

Parliamo di conti perché la politica pare interessata solo a quelli, ma si tratta di vite, persone, affetti, comunità, relazioni sociali e psicologiche.
Il fatto è che nell’economia liberista i costi globali non sono un fattore da tenere in conto, essendo la narrazione tutta basata sull’individuo indipendente, autonomo e tutto d’un pezzo, sull’imprenditore di se stesso artefice del proprio destino, sull’uomo ‘che non deve chiedere mai’, meglio se ‘maschio-bianco-proprietario’.

Per un sistema siffatto, non esistono costi globali che non siano scaricabili sulla collettività, siano questi le risorse naturali, delle quali si presuppone la disponibilità e la predazione, siano questi gli effetti sanitari e sociali di un modello di vita e di produzione.
In queste giornate, una nuova generazione ecologista di migliaia di ragazze e di ragazzi è riunita a Torino: reclamano il diritto al futuro e chiedono un’inversione radicale di rotta prima che sia troppo tardi. Affermano un noi contro l’ipertrofia dell’io.

Può darsi che vi troviate imbottigliati sull’asfalto perché, per farsi sentire, hanno bloccato l’autostrada. Non è detto che le urgenze delle vostre vite vi consentano di condividere quello che stanno facendo. Basterebbe sapeste che loro non sono il problema, semmai la soluzione.

Oltre le denunce, vertenze su obiettivi concreti

MOVIMENTI. In questi bui giorni di crisi di governo, finalmente un bella cosa: il secondo raduno europeo dei Friday for Future, a Torino, che ho avuto l’onore di aprire insieme al segretario della Fiom Michele Di Palma e a Carlo Petrini, inventore e leader di Slow Food. Una boccata d’aria: migliaia di ragazze e ragazzi pieni di voglia di politica, ma che temo siano, in Italia quasi certamente ma credo altrettanto negli altri paesi fra quelli che – una cifra enorme, 60 % da noi, 57% in Francia, e cosi via – al partito di chi si astiene

Luciana Castellina  30/07/2022

In questi bui giorni di crisi di governo, finalmente un bella cosa: il secondo raduno europeo dei Friday for Future, convocato a Torino e i cui lavori ho avuto l’onore di aprire insieme al segretario della Fiom Michele Di Palma e a Carlo Petrini, inventore e leader di Slow Food. Una boccata d’aria: migliaia di ragazze e ragazzi pieni di voglia di politica, ma che temo appartenganosi, in Italia quasi certamente ma credo altrettanto negli altri paesi fra quelli che – una cifra enorme, 60 % da noi, 57% in Francia, e cosi via – al partito di chi si astiene.

Vorrei che non fosse così, ma capisco: nonostante l’impegno di validi movimenti ambientalisti e di qualche pezzo di sinistra, del disastro che incombe sulla terra non solo non c’è riflesso nel dibattito istituzionale, ma sembra che non ci sia neppure consapevolezza. (E questa è solo una delle sottovalutazioni gravi, cui va aggiunta la guerra e l’ineguaglianza).
Dico queste cose perché non vorrei più sentire ripetere che «i giovani non si interessano alla politica», come se la politica legittima fosse solo quella che vive nelle aule del parlamento. Quello di cui si è discusso in questi 4 giorni nel camping lungo il fiume Dora, nell’Aula magna dell’Università statale, lungo il corteo che ieri ha percorso le vie di Torino a conclusione dell’evento, cosa era?

Da quando Greta Thunberg ha cominciato a sedersi tutti i venerdì davanti al parlamento del suo paese per richiamare l’attenzione dei governi sulla gravità dei fenomeni climatici sempre crescenti, il movimento da lei ispirato si è diffuso in tutto il mondo, è cresciuto e maturato.
Gli FFF ora non protestano solo, anche se va loro dato il merito grande di avere scosso con le loro manifestazioni di strada un’opinione pubblica distratta e ingannata. Oggi hanno acquisito competenze che pochi hanno, ed è molto significativo che proprio a Torino si sia costituito uno dei gruppi più attivi del movimento: in una città dove l’identità operaia è stata più devastata senza che si sia ricostruita una prospettiva alternativa a quella del modello industriale dello sviluppo non più sostenibile. E dove dunque più amara e difficile appare l’assenza di una vera strategia di transizione che preveda investimenti in settori non nocivi ma indispensabili a una vita più equa, chiamiamola pure «diversamente felice»: meno consumo individuale di beni merci superflui più servizi collettivi per l’istruzione (lungo l’arco di tutta la vita, ormai, se non si vuole che le nuove tecnologie riducano l’occupazione, come è altrimenti previsto, del 75 %): per la salute, per le città da rendere abitabili sì da sollevare dal peso del lavoro di cura le donne su cui tuttora grava questo enorme fardello che impedisce di rendere concreto il diritto alla parità formalmente strappato.

Le ragazze e i ragazzi di FFF hanno fretta, e hanno ragione di averla. Non ci aspetta lo status quo: i felici (sempre relativamente ) anni post bellici del miracolo socialdemocratico sono stati possibile perché la continua espansione della produzione industriale offriva i margini necessari al compromesso sociale che ha consentito di strappare significative riforme. Oggi l’ecologia ci dice che quel modello non sarà più possibile e dunque l’alternativa che si offre è molto più radicale: o cambiamo questo modello e prendiamo sul serio i temi che il movimento ecologico ci pone o andremo ad uno scontro sociale violento.

Come avviare questa vera «rivoluzione necessaria»? Questo è l’interrogativo che emerge dal raduno di Torino, perché gli interventi dei giovani nella aula magna dell’Università, dimostravano tutti la consapevolezza di non potersi più limitarsi alle denunce, ma di dover mettere meglio i piedi sul territorio per aprire specifiche vertenze su specifici, concreti, urgenti obiettivi. Anche perché qualche volta bisogna portare a casa una vittoria anche se settoriale. Se ogni tanto non si vince, poi ci si avvilisce e si lascia perdere – ho detto nel mio intervento a Torino. Ed è la frase che è piaciuta di più.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.