NUOVA STRAGE DI SFOLLATI A RAFAH, TEL AVIV NEGA, da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16393
post-template-default,single,single-post,postid-16393,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

NUOVA STRAGE DI SFOLLATI A RAFAH, TEL AVIV NEGA, da IL MANIFESTO e IL FATTO

Nuova strage di sfollati a Rafah, Tel Aviv nega

LO STATO DELLE COSE. Bombardamenti hanno ucciso 21 palestinesi, tra cui molte donne. I carri armati sono arrivati per la prima volta nel centro della città.

Michele Giorgio, GERUSALEMME  29/05/2024

In attesa che l’amministrazione Biden valuti se l’attacco aereo israeliano di domenica scorsa, che ha ucciso 45 sfollati in una tendopoli di Tel al Sultan, rappresenti una violazione della «linea rossa» fissata da Joe Biden, altri 21 civili palestinesi sono stati uccisi – tra cui 12 donne – e decine sono rimasti feriti in attacchi israeliani nell’area umanitaria di Mawasi, nella parte occidentale di Rafah. Una nuova strage 48 ore dopo quella di Tel al Sultan documentata da video in cui si vedono persone impegnate a coprire i corpi delle vittime.

Il portavoce militare israeliano, Daniel Hagari, inizialmente ha dichiarato: «Al momento non siamo a conoscenza di questo incidente». Poi ha negato che l’aviazione dello Stato ebraico abbia preso di mira l’accampamento di Mawasi.

HAGARI si è affannato ieri a ripetere che Israele non ha responsabilità nel massacro di domenica sera. La causa della strage, ha detto, va cercata nelle «munizioni o qualche sostanza combustibile» di Hamas che, colpite da schegge, hanno causato «un’esplosione secondaria e l’incendio» nella tendopoli di Tel al Sultan. Quindi Israele – che ammette di aver sparato «solo due piccoli missili» che hanno ucciso due alti dirigenti di Hamas, obiettivo dell’attacco aereo a Rafah – accusa il movimento islamico di aver di fatto provocato la morte di tante persone nascondendo nei pressi del campo di tende scorte di carburante e munizioni. Un resoconto non verificabile che però potrebbe offrire all’amministrazione Usa il pretesto per non intimare a Israele di interrompere l’attacco a Rafah, proclamando allo stesso tempo di essere contraria all’offensiva contro la città che da mesi è descritta come «l’ultimo bastione di Hamas a Gaza».

I carri armati ieri hanno raggiunto il centro di Rafah per la prima volta e la brigata Bislamach si è unita alle altre della 162ª divisione per dare più forza all’offensiva. Testimoni hanno raccontato di aver visto mezzi corazzati e truppe intorno alla centrale moschea Al Awda. I cingolati hanno poi preso posizione sulla collina Zurub. Gli abitanti hanno riferito anche di scontri a fuoco tra militari israeliani e combattenti di Hamas e dell’utilizzo da parte delle forze di occupazione di veicoli blindati in apparenza manovrati da remoto.

I bombardamenti dell’artiglieria hanno preso di mira obiettivi ad Haret Tabasi, Barika, Al-Zar e nei pressi dell’ospedale indonesiano e della clinica Tal Al-Sultan.

«LA SITUAZIONE è molto pericolosa – ha detto a giornalisti locali Faten Jouda, 30 anni, un abitante – Non abbiamo dormito tutta la notte. Ci sono stati bombardamenti da tutte le direzioni, di artiglieria e dal cielo». Jouda ha aggiunto che altre migliaia di persone sono scappate nelle ultime ore e che presto lo farà anche lui per dirigersi verso l’area di Mawasi, proclamata da Israele sicura e protetta per i civili e che ieri è stata ugualmente colpita.

L’ONU avverte che circa un milione di palestinesi hanno lasciato l’area di Rafah nelle ultime tre settimane sotto la pressione dell’avanzata israeliana. «Ciò è avvenuto senza un posto sicuro dove andare e in mezzo a bombardamenti, mancanza di cibo e acqua, cumuli di rifiuti e condizioni di vita inadeguate», ha spiegato l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni unite per i profughi palestinesi.

È INTERVENUTO anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha «condannato con la massima fermezza» i raid aerei su Rafah. «Ho il cuore spezzato dalle immagini delle persone uccise e ferite, tra cui molti bambini piccoli. L’orrore e la sofferenza devono cessare subito», ha esortato. Il capo dell’Onu insiste per un «cessate il fuoco immediato e il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi (israeliani)».
I combattimenti proseguono nel nord e nel centro di Gaza. L’esercito israeliano afferma di aver distrutto a Jabaliya depositi di armi, rampe di lancio di razzi, tunnel sotterranei, edifici «usati da Hamas» e di aver ucciso numerosi combattenti palestinesi durante scontri a fuoco tra i più intensi di questi ultimi mesi. Israele ha anche ampliato l’offensiva nell’area del Corridoio Netzarim, la strada lunga circa cinque chilometri da est a ovest che ha tagliato in due la Striscia. A est di Gaza City, tre palestinesi della famiglia Al Ghussein sono stati uccisi da una cannonata. Il bilancio totale di palestinesi morti dal 7 ottobre ha superato due giorni fa il numero di 36mila.

Ieri è riapparso in un video un ostaggio israeliano, preso dai militanti del Jihad islami a Nir Oz il 7 ottobre. Subito le famiglie degli oltre 120 israeliani prigionieri a Gaza hanno chiesto al governo di rilanciare una trattativa concreta con Hamas e altri gruppi palestinesi.

NEL NORD di Israele ieri non c’era solo il premier Netanyahu in visita alle truppe schierate a ridosso del confine con il Libano. Nei pressi della frontiera si aggirava anche l’ex candidata presidenziale Usa Nikki Haley. Accompagnata dall’ex ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, Haley che potrebbe essere nominata vicepresidente se Donald Trump sarà rieletto a fine anno, ha espresso un forte sostegno a Israele. Su alcuni dei proiettili di artiglieria che l’esercito di Tel Aviv spara sul Libano, ha scritto «Finiteli! L’America ama Israele!».

Gaza. La dura rappresaglia di Rafah come la “zona di interesse” di Israele

ALESSANDRO ROBECCHI  29 MAGGIO 2024

Il quadrante 2371 della striscia di Gaza si colloca, nelle cartine dell’esercito israeliano, appena a ovest di Rafah, una città con oltre un milione di profughi, famiglie, donne, bambini, civili. In un volantino diffuso tra la popolazione, l’esercito di Israele ha indicato il quadrante 2371 come “safe zone”, cioè zona sicura, o “zona umanitaria”. Insomma, un posto dove chi non ha più nulla – scacciato dalle sue case al nord di Gaza rase al suolo, spostato verso il centro della Striscia, poi spostato a sud quando è stato raso al suolo il centro – può piantare una tenda. Poi, la sera del 26 maggio 2024, la “zona sicura” è stata bombardata da aerei israeliani con proiettili incendiari, facendo della “zona sicura” un rogo spaventoso. Il conto dei morti, 45-50 vittime, è un numero stupido: la quantità di persone che avranno la loro vita cambiata per sempre dalla notte del 26 maggio non è calcolabile, tra feriti, ustionati, bambini rimasti orfani, che hanno perso madri, padri, fratelli.

Conosco i balletti della propaganda, e quindi non mi dilungo: chi ha visto qualche immagine – sui social, più che altro, perché le televisioni non gradiscono, minimizzano – sa di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema. Di una rappresaglia sulla popolazione civile innocente. La guerra è brutta, la guerra è una merda, è tutto quello che ci fa schifo, chiunque la faccia. Ma quella di Gaza non è una guerra, o per meglio dire non è solo una guerra, ma una deliberata distruzione di un territorio (scuole, moschee, case, ospedali, tendopoli, campi profughi) accompagnato dallo sterminio della popolazione civile. So che i sostenitori di Israele si offendono molto se qualcuno paragona l’attuale operazione israeliana alle gesta di quelle SS che compirono l’Olocausto, una macchia indelebile, incancellabile, sulla storia dell’umanità. Eppure, con le immagini e le notizie che ci vengono da Gaza, il paragone non sembra così assurdo. L’immagine del soldato israeliano che si fotografa mentre incendia la biblioteca di un’università ha fatto il giro del mondo. Qualche anima bella ha provato a gridare al fake, ma invece no: il soldato si chiama Tair Glisko, 424simo battaglione, Brigata Givati, ha pubblicato la foto sui suoi social.

Ne La zona di interesse, il bellissimo film del regista (ebreo) Jonathan Glazer (ha vinto due Oscar), si racconta la storia della famiglia Hoss, il capofamiglia Rudolf, comandante del campo di sterminio di Aushwitz, e la moglie che cura il suo bellissimo giardino e vive una vita agiata, felice della sua sistemazione. Accanto al giardino, l’inferno in terra del campo, che non si vede mai: si sentono i suoni, rumori, raffiche, lamenti, sterminio scientifico e pianificato. Quel che importa alla famiglia Hoss è il bel giardino, la loro “zona di interesse”. Una delle scene più agghiaccianti è quando la signora Hoss e le sue amiche si spartiscono i vestiti delle deportate ebree, cappotti, pellicce, biancheria. Da sei mesi, i social sono pieni di immagini di soldati israeliani che penetrano nelle case sventrate della popolazione palestinese uccisa o deportata e si fotografano ridendo con la biancheria delle donne palestinesi, o i giocattoli dei loro bambini, scherzando sul bottino di guerra, disumanizzando un intero popolo. Bisogna guardarle, quelle fotografie, guardarle bene. Si capirà che ciò che oggi fa Israele a Gaza non è diverso da quello che faceva la famiglia Hoss, nel bel giardino accanto ad Auschwitz.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.