NON ESISTE UN IMPERIALISMO BUONO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NON ESISTE UN IMPERIALISMO BUONO da IL MANIFESTO

Non esiste un imperialismo buono

Guerra ucraina. Il percorso che porterà alla scomparsa degli stati nazionali e, conseguentemente, al crollo di tutti gli imperi è ancora molto lungo ma non vi sono alternative se l’umanità riuscirà a sopravvivere alle tante emergenze che la sua stessa insipienza ha sin qui provocato.

Pino Ippolito Armino  25.03.2022

Pare che non vi siano orrori, non importa se in diretta televisiva, che possano farci smettere i panni dell’opinionista con radicate e pregiudiziali convinzioni ideologiche. Così almeno viene da pensare scorrendo i commenti che quotidianamente accompagnano i terribili fatti d’Ucraina. Con rare eccezioni, tra le quali è doveroso annoverare questo giornale, l’informazione ha messo tenda in un campo o nell’altro dei due partiti ghibellini, quello americano e quello russo, in guerra tra di loro sulla pelle degli ucraini.

C’è chi condanna l’aggressione dell’Ucraina ideata dalla Federazione Russa “soltanto” per impedirle l’accesso al salotto buono e innocente del pianeta; e c’è chi, pur provando ad allargare il campo e la profondità della visuale, individua negli Usa e nella Nato i responsabili di una catastrofe che sarebbe stata evitata se “soltanto” fosse stata riconosciuta e non umiliata la volontà di potenza dei russi dopo il disfacimento dell’Urss nel 1991. I primi hanno memoria corta; i secondi, al contrario, dimenticano i passaggi storici più recenti; entrambi sono vittime della disinformazione organizzata.

I falsi meglio confezionati contengono sempre delle verità ma la “mezza messa”, per citare Andrea Camilleri, resta pur sempre una penosa bugia. Non meno imbarazzante è il cinismo con il quale alcuni autorevoli maître à penser ci illustrano come il mondo sia da sempre diviso in zone di influenza alle quali i popoli non possono, e probabilmente a loro avviso neppure devono, tentare di sfuggire.

Una concezione imperiale della storia che mummificherebbe la realtà e renderebbe vana ogni idea di progresso e di libertà; e tuttavia spiega bene perché neppure all’orizzonte di queste analisi si riesca a intravedere traccia della volontà del popolo ucraino. All’interesse generale del pianeta, ma forse soltanto al nostro particolare interesse, gli ucraini dovrebbero infatti sacrificare il loro desiderio di indipendenza o, se si vuole, di trasloco da un impero all’altro.

Il percorso che porterà alla scomparsa degli stati nazionali e, conseguentemente, al crollo di tutti gli imperi è ancora molto lungo ma non vi sono alternative se l’umanità riuscirà a sopravvivere alle tante emergenze che la sua stessa insipienza ha sin qui provocato.

Noi europei non abbiamo saputo cogliere la straordinaria occasione di abbattere, dopo quello di Berlino, ogni altro muro eretto sul continente ma non possiamo dimenticare che alcuni dei padri nobili di questa Repubblica, dal loro esilio a Ventotene, mentre impazzava la seconda e auspicabilmente ultima guerra mondiale, già ci avevano ammonito: “La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo spazio vitale territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno”.

La Federazione della Terra, la nazione nella quale tutti dovremo un giorno riconoscerci, è la sola risposta al pericolo di un conflitto nucleare, la sola per bandire ogni guerra, la sola per affrontare con serietà e concreta possibilità di successo i problemi globali generati dalla crisi climatica e dalle crescenti diseguaglianze sociali e territoriali.

Riflessione sulla guerra in diretta

Divano. La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  25.03.2022

Accendo la televisione. Le riprese degli inviati nei teatri di guerra lasciano vedere campi devastati, brulli in una primavera ghiaccia. Nelle città, sotto il fuoco dei bombardamenti, mostrano palazzi che crollano. Il fumo nero degli incendi sale al cielo. Mezzi blindati e automobili sono lamiere contorte. Scorrono i volti degli scampati alle quotidiane distruzioni. Il terrore si è posato sui loro sguardi in un abbaglio che resta. Increduli si aggirano tra le rovine, attoniti davanti ai corpi dei morti che giacciono ancora insepolti a terra. L’incerto passo di madri che stringono al seno i figli con gesto di raccapriccio, senza sapere dove andare.

Raggelati gli uomini: quanto è appena accaduto loro, essi non sono in condizione di comprendere. Nello stordimento incredulo ogni giudizio, ogni racconto si sgretola in frasi rotte, muoiono anch’esse prima d’essere compiutamente pronunciate. La guerra, quando «la ragione viene a scontrarsi con i sentimenti» dice Erasmo ne Il lamento della Pace, e «gli affetti si scontrano con gli affetti». La guerra che penetra dentro e dentro scava, dilania ciascuno nell’animo: «idem homo secum pugnat».

Accendiamo i nostri televisori e assistiamo ai disastri della guerra. In diretta, si dice. In diretta, cioè faccia a faccia, senza mediazione alcuna, la guerra nella sua pura realtà, ci dicono. Eccola allora la guerra in televisione, sotto i nostri occhi, a che ci si ritrovi noi pure in mezzo al mitragliamento, ecco udiamo il crepitare repentino e ripetuto dei colpi che, vediamo, abbattono sul lungomare di Mariupol un uomo in cerca di riparo oltre l’angolo d’una via laterale, e non ce l’ha fatta.

La realtà della guerra è documentata da un mezzo, dunque la diretta è una mediazione che mette capo non alla realtà della guerra, ma a una rappresentazione della realtà della guerra. La diretta televisiva è taglio, montaggio, combinazione: costruzione.

È una raffigurazione della guerra né più né meno di Guernica di Picasso o di Los desastres de la guerra di Francisco Goya. La guerra in diretta e della diretta chiede dunque non una ingenua e passiva recezione, ma la medesima rigorosa riflessione e l’interpretazione critica, l’impegno ad un accrescimento di consapevolezza al quale ci sfidano Guernica e le ottantadue incisioni dei Desastres. Los desastres, Guernica, la diretta. Dico la guerra raffigurata.

F.T. Marinetti pubblica Zang Tumb Tumb nel 1914. Intende rappresentare l’assedio della città turca di Adrianopoli e la sua capitolazione, il 3 dicembre del 1912, sotto le armi dei bulgari. Ho davanti una pagina dove le lettere M U T O H D R A L sono altrettante schegge d’una bomba esplosa, fermate dal poeta sulla pagina bianca, a mezz’aria, grazie alla valentia tipografica di Cesare Cavanna. Quale terribile figura della guerra!
La guerra in essere è distruzione di luoghi e di opere, di corpi e di sentimenti: amicizia, amore, tenerezza, affezione. La guerra è distruzione di pensiero, di ragione, di intelligenza, di riflessione. Con essa deflagrano la logica e il giudizio.

La guerra in essere sloga e disarticola il linguaggio, lo sconnette mentre iberna la parola, ne uccide, di ciascuna, le molteplici verità. Nei termini della guerra si scompone in maniera casuale la sintassi delle proposizioni formulate. Marinetti raffigura una detonazione abnorme nel bianco silenzio della pagina. Le parole prima restano in sospensione e, sciolte da ogni vincolo di senso, ristagnano inerti ciascuna a sé.

E poi, velocemente, si decompongono fino a che ogni singola lettera, pronunciata o scritta, affiora in superfice, quasi spina lentamente espulsa, e si colloca per proprio conto. Sospinge così la guerra ad alfabeti insensati e incongrui. Lettere maiuscole e lettere minuscole si frangono sparse, abbattute dalle raffiche di venti contrari: M U T O H D R A L.

«Cartabianca», stop Rai al contratto con Orsini

Derby in tv. Protesta del Pd contro il sociologo, che è stato assegnato alla «curva Putin» ed è diventato quasi una star

Micaela Bongi  25.03.2022

Per qualche strana ragione nel campo dell’informazione il Partito democratico, invece di dedicarsi alle questioni serie – che certo non mancano – ha deciso di giocare a fare la parodia di Putin, conficcando paletti e innalzando steccati.

Il deputato Andrea Romano in quanto esponente della commissione di vigilanza Rai, dopo aver preso di mira il corrispondente Rai da Mosca Marc Innaro (prima che l’azienda decidesse di sospendere i servizi dalla Russia a causa della legge che punisce pesantemente l’informazione non allineata), ha lanciato il nuovo l’ukase del Nazareno (stavolta andato a segno) contro Alessandro Orsini.

Il sociologo del terrorismo direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss (ma ultimamente la stessa università ha contestato le sue posizioni sull’invasione dell’Ucraina), è diventato all’improvviso una mezza star della tv. In mancanza di meglio, i talk show gli hanno infatti assegnato un posto da protagonista nella «curva Putin» (Orsini ce l’ha con la Nato, sostiene che l’invio di armi in Ucraina provocherà più morti tra i bambini e che Zelensky dovrebbe arrendersi).

Lui, nella messa in scena mediatica, si è più che altro ritagliato il ruolo del fool. E lo ha messo a frutto. Il Fatto lo ha arruolato tra i suoi collaboratori e Bianca Berlinguer gli ha offerto un mini contratto come ospite di Cartabianca: 12 mila euro per sei puntate, ha rivelato Il Foglio. E così Andrea Romano ha tuonato e la Rai (l’ad Fuortes e a ruota la direzione di Raitre) hanno risposto: stop al contratto con Orsini. La conduttrice ovviamente non l’ha presa bene («non sono stata consultata»), il Pd si è complimentato con l’azienda (non Gianni Cuperlo), Giorgia Meloni, nientemeno, ha dovuto difendere la libertà di opinione (e forse si è anche sentita in imbarazzo per l’«amico» Letta).

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