NO ALLA GUERRA, OLTRE IL “BENALTRISMO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NO ALLA GUERRA, OLTRE IL “BENALTRISMO” da IL MANIFESTO

No alla guerra, oltre il «benaltrismo»

Opinioni. Ribadiamo un punto decisivo: l’Ucraina, paese sovrano, non è tenuta a coordinare le sue politiche con la Russia. Tantopiù che Mosca non ha rispetto prima l’ accordo in Georgia

Lorenzo Kamel*  02.03.2022

Ciò che sta avvenendo nel contesto dell’illegale, sanguinosa invasione dell’Ucraina rappresenta un “precedente storico”? Quanti pongono questa domanda omettono o dimenticano i numerosi precedenti storici che non sembrano confarsi alla loro visione del mondo, o ai loro interessi. Ciò appare ancora più evidente se si prendono in considerazione contesti geografici come ad esempio le alture del Golan (annesse da Israele) o il Sahara Occidentale (inglobato dal Marocco): due unilaterali occupazioni legittimate dal recente riconoscimento diplomatico garantito da Washington.

Invadere un paese sovrano come l’Ucraina ed “esportare la democrazia” sono due facce (illegali e immorali) della stessa medaglia. La Russia sta oggi “esportando” ciò che gli Stati Uniti, in forme più o meno diverse, hanno “esportato” in molte aree del mondo da decenni, ovvero i loro interessi (strategici, politici, economici). Eppure tali nefaste strategie – talvolta ammantate da grandi e strumentali ideali – hanno suscitato reazioni assai differenti in larga parte delle classi politiche, nonché dell’opinione pubblica, dei paesi europei.

SI PENSI AD ESEMPIO alle reazioni seguite al primo aprile del 2003, quando l’organizzazione non governativa Human Rights Watch pubblicò un dettagliato resoconto sulla situazione in Iraq. In esso, così come in numerosi altri rapporti prodotti negli anni a seguire, venne fatta luce su un dramma dai tratti epocali. Nell’arco di una manciata di mesi gli Stati Uniti e i loro alleati sganciarono su una popolazione in larga parte composta di civili circa 250mila bombe: incluse bombe a grappolo, ordigni a frammentazione e testate all’uranio impoverito.

Sebbene la principale giustificazione all’intervento (il possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad) si basasse su dati fallaci, un’ampia percentuale delle istituzioni politiche europee continuarono ad appoggiare le operazioni militari, fornendo un concreto e fattivo supporto.

ALLA LUCE DI QUESTE considerazioni, oggi più che mai è importante sottolineare tanto l’immoralità dei bombardamenti quanto l’illegalità dell’invio di carri armati in paesi terzi: la guerra è infatti terribile a tutte le latitudini (e non è più inaccettabile solo perché accade in Europa).
Chiedere la ragione per la quale i funzionari statunitensi che hanno ingannato il mondo e invaso un paese sovrano nel 2003 non siano mai stati ritenuti responsabili delle loro azioni non dovrebbe essere semplicemente liquidato come una forma di whataboutism (“benaltrismo”).

A maggior ragione in considerazione del fatto che molti dei nostri paesi sembrano oggi improvvisamente non mostrare alcuna esitazione nell’accogliere centinaia di migliaia di profughi; da un giorno all’altro, l’Europa non sembra avere alcun problema a inviare armi e rifornimenti al Paese invaso, senza contare le proteste e i boicottaggi che, opportunamente e coraggiosamente, hanno seguito l’occupazione di parte dell’Ucraina. Ognuno di questi aspetti è parte integrante di un chiaro doppio standard, che merita una maggiore attenzione e comprensione.

Ribadiamo un punto decisivo: l’Ucraina, paese sovrano, non è tenuta a coordinare le sue politiche con la Russia. Questo è ancor più valido se si considera che Mosca non ha rispettato l’accordo firmato nell’ambito del conflitto in Georgia nel 2008 e non ha ritirato le sue forze da quel Paese.
Fatte salve queste considerazioni, negli ultimi anni tanto gli Stati Uniti quanto i loro alleati europei hanno inviato in Ucraina miliardi di dollari in armi. Tali dinamiche sono diventate sempre più evidenti a seguito del 2014, quando il corrotto ancorché democraticamente eletto governo guidato da Viktor Janukovyc è stato rovesciato in circostanze controverse. Queste ultime hanno coinvolto anche il Battaglione Azov, l’unità neonazista attualmente arruolata all’interno della Guardia Nazionale dell’Ucraina.

Tutto ciò ci ricorda che non esistono spiegazioni facili, né soluzioni semplici, come peraltro confermano anche le principali crisi globali registrate negli ultimi decenni, inclusa la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962.

Quali dunque le possibili soluzioni? L’incontro avvenuto lo scorso lunedì tra le delegazioni di Ucraina e Russia sul confine bielorusso, che dovrebbe riprendere oggi, rappresenta un primo passo, ma non basterà mentre l’aggressione dilaga. Inoltre, chiunque ritenga che inviare più armi rappresenti una soluzione dovrebbe soffermarsi sulle parole rilasciate ieri da Hillary Clinton a proposito della possibilità di dar vita a un’insurrezione armata, in Ucraina e nel cuore d’Europa, sul modello dell’Afghanistan degli anni Ottanta.

FRANCIA, GERMANIA e Italia – che, contrariamente ai lontani Stati Uniti, hanno molto da perdere dall’attuale crisi – dovrebbero farsi promotrici di un “dialogo sulla sicurezza”, finalizzato a confermare la “garanzia storica” (ricevuta da Mosca nell’ottobre del 1993) che la Nato non si allargherà fino all’Ucraina, in cambio di un chiaro impegno a sostegno della sovranità nazionale ucraina (includente anche la regione del Donbass) e di una smobilitazione completa delle truppe dislocate lungo tutto il confine che divide l’Ucraina dalla Russia.

500 anni fa Niccolò Macchiavelli, ispirato dal suo proverbiale cinismo, sottolineò che non si debba mai “umiliare nessuno che non si è sicuri di poter distruggere”. La comunità internazionale è tenuta ad agire in modo che nessuna delle parti in causa si senta priva di una via di uscita dall’attuale crisi. L’alternativa potrebbe essere la fine dell’umanità come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

* Professore, Università di Torino; direttore collane editoriali Dell’istituto Affari Internazionali (IAI)

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