NELLA PAR CONDICIO DELLE MEMORIE CELATI I CRIMINI FASCISTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NELLA PAR CONDICIO DELLE MEMORIE CELATI I CRIMINI FASCISTI da IL MANIFESTO

Nella par condicio delle memorie celati i crimini fascisti

Giorno del Ricordo. L’uso spregiudicato degli infoibamenti, non solo di italiani, e dell’esilio istriano-dalmata prescinde dal contesto storico. Quella che è in atto è una sfida in nome delle «condivisione» alla matrice sociale, e perciò conflittualista della nostra Costituzione. Il datario laico, in Italia come nel resto d’Europa si fonda oggi su una simmetria antitotalitaria che unisce vinti e vittime, sconfitti ed esiliati, prescindendo dalle responsabilità politiche nei singoli drammi

Claudio Vercelli  09.02.2022

Le questioni sollevate dalle iniziative pubbliche riguardanti il Giorno del Ricordo, in quanto ricorrenza del calendario civile nazionale, vanno al di là del merito storico (e storiografico) di ciò che ne costituisce l’oggetto, così come del fatto stesso che da subito esso sia divenuto il prevedibile terreno sul quale la destra populista e post-costituzionale ha costruito una sua specifica narrazione di merito. Poiché dal momento stesso in cui, negli anni ’90 le maggiori cariche dello Stato, da Ciampi a Violante, hanno iniziato a professare la necessità di dare corpo a memorie simmetriche e compatibili, entrando nel campo scivolosissimo di una non meglio precisata «condivisione», che è la declinazione laica della precettistica neofascista sulla «pacificazione» (e parificazione politica), di fatto i giochi erano già stati risolti una volta per sempre.

OGNI DEMOCRAZIA contemporanea si fonda su «una gerarchia retrospettiva della memoria, cioè su scelte che definiscono la sua identità» (Sergio Luzzatto). In una tale dialettica, le liturgie pubbliche hanno un preciso significato, indicando che cosa sia compatibile con la fisionomia repubblicana e costituzionale e cosa, invece, pur esistendo non ne costituisca parte. Non almeno a pieno titolo, non essendone legittimata nel medesimo modo. Altro discorso è invece la riflessione storica, che non a caso si era già soffermata sui drammatici fatti del confine orientale comprendendo l’insieme degli eventi dentro un arco di tempo che va dallo sfaldamento degli Imperi centrali fino all’eresia titoista.

Su quanto la selettività delle memorie repubblicane possa essere in sé discutibile, non c’è bisogno di soffermarsi più di tanto. Mentre il fuoco della riflessione deve collocarsi all’interno di quel complesso e tortuoso processo culturale che a cavallo tra due decenni, all’atto del declino della cosiddetta «Prima repubblica», ha portato con sé la crisi dell’antifascismo così come lo sfaldamento di ciò che residuava dell’arco costituzionale, ovvero dell’accordo sui fondamenti istituzionali della reciprocità civile. Ad un tale mutamento, infatti, si è accompagnato il ritorno di ciò che era stato invece rimosso dallo spazio pubblico: sia del fascismo, progressivamente rilegittimato come parte di un più generale discorso sul «carattere nazionale», segmento discutibile ma non più politicamente inaccettabile della storia italiana, sia di ciò che una parte della pubblicistica continua a identificare come vero punto di non ritorno, l’8 settembre del 1943, quando si verificò la «morte della patria».

A fare da battistrada a questa ricostruzione del passato sono stati autori e intellettuali non di estrazione neofascista bensì di solido ancoraggio liberale. E non a caso la parola di riferimento, poi recuperata dal medesimo dibattito politico, è stata per l’appunto «patria». Da una repubblica fondata sulla matrice sociale, e pertanto conflittualista, della sua Costituzione, si è quindi transitati ad un discorso istituzionale fondato su un fittizio consensualismo dettato da una sorta di par condicio delle memorie, in un rapporto di equivalenze acritiche. Il datario laico, non solo italiano ma anche europeo, è oggi fondato su una vera e propria simmetria antitotalitaria, che raccoglie e unisce sentimentalmente, in un unico contenitore, vinti e vittime, sconfitti ed esiliati, prescindendo tuttavia da qualsiasi riferimento alle responsabilità politiche nei singoli drammi.

Ad un tale costrutto ideologico si accompagna, riproducendosi da sé, la dissimmetria delle memorie nazionali, invece estremamente selettive. Nel nostro caso, l’oblio sulla fascistizzazione delle terre orientali è fatto a tutt’oggi comune. In Italia così come in una parte dell’Europa, il fulcro della mistificazione è tuttavia costituito dal recupero di un veteronazionalismo, variamente declinato ma basato sul ritorno di antichi motivi che trovano nell’etnicismo razzistico la loro matrice più forte.

LA VICENDA DELLA MEMORIA degli infoibamenti (non solo di italiani) e dell’esilio degli istriano-dalmati diventa quindi il paradossale suggello di questo cambio di passo collettivo. Poiché dal costituire, nella sua concreta origine, il racconto di una traiettoria collettiva posta all’indice della consapevolezza nazionale postbellica, in quanto riscontro e denuncia delle responsabilità italiane nella catastrofe della guerra mondiale, è invece divenuta per una parte dello schieramento politico il trampolino di lancio di un discorso pubblico fondato sulla rivendicazione del proprio diritto all’esercizio della rivalsa. L’uso spregiudicato di quel passato, trasformato in una specie di laboratorio del radicalismo di destra, prescinde dal dato storico in quanto tale per ripresentarsi, ancora una volta, come pura mitografia. In un tale modo di fare, le stesse vicende umane che hanno concretamente accompagnato quegli eventi, si perdono in una sorta di sfondo senza tempo, dove tutto si fa intercambiabile e quindi manipolabile.

IL BERLUSCONISMO, velocemente archiviato negli ultimi anni, ha costituito il contenitore di queste spinte, facendole maturare all’interno di un brodo di coltura dove l’anticomunismo in assenza di comunisti è stato l’ingrediente più importante per cementare una coalizione di consensi che ha condizionato l’evoluzione della politica negli ultimi tre decenni.

Il paradigma dell’antitotalitarismo parla di «crimini del comunismo» poiché denuncia il comunismo storico come esclusiva impresa criminale. La medesima cosa fa del nazionalsocialismo. Ma non del fascismo, al quale invece sembra accordare una sorta di diritto d’appello, sia pure in un ruolo residuale. Ciò che allora torna, nei rigurgiti di una destra non solo post-costituzionale ma parassitariamente antidemocratica, è non solo la capacità di piegare a proprio favore le aporie e la contraddittorietà di ogni retorica pubblica del «superamento delle divisioni» ma anche, e soprattutto, la pericolosa rilettura della storia in una chiave puramente etnicista, facendo aderire la nozione di «patria» con quella di comunità nazionalista.

 

Un antidoto alle scorie della propaganda che non dimentica le vittime

Giorno del Ricordo. «Dossier foibe» di Giacomo Scotti, ripubblicato da Manni ed impreziosito dalla prefazione del compianto Enzo Collotti e dalla postfazione di Tommaso Di Francesco. Nel volume, il quadro delle violenze perpetrate nell’area dall’alba del 900 alla Guerra mondiale e oltre. Sulle tragiche vicende del confine orientale trovano nuova linfa retoriche revisioniste del nostro passato

Davide Conti  09.02.2022

L’uso pubblico e politico della storia finalizzato al «governo del presente» è, da sempre, tentazione e prassi irrinunciabile per ogni assetto egemonico di potere, specie se attraversato da momenti di difficoltà e crisi di credibilità. Per questo non stupisce l’accanimento con cui il Parlamento italiano nel corso degli anni ha legiferato in materia storica attraverso scelte contrastate e spesso contraddittorie, figlie della fine della Guerra Fredda; della crisi dei partiti di massa; del loro indebolimento strutturale nella società.

TRA LE DATE «DISCORDI» di questo riformulato calendario neomemoriale bipartisan (che per quasi tutto l’anno accompagna celebrazioni e cerimonie dove spesso la retorica è l’elemento prevalente) quella del 10 febbraio, come giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo, è senza dubbio quella più critica e discussa. Non solo per l’indicazione di una ricorrenza che confligge a livello internazionale con l’anniversario della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947 (ovvero la conclusione diplomatica della Seconda Guerra Mondiale scatenata da Germania, Italia e Giappone) ma anche perché le violenze sul confine italo-jugoslavo, che genericamente vanno tutte indistintamente sotto il nome di foibe, si manifestarono nel settembre-ottobre 1943 e poi nel maggio 1945. Quindi date storicamente assai lontane dal 10 febbraio.

Attorno al giorno del Ricordo, grazie ad una destra identitariamente estranea alla radice fondativa antifascista della Repubblica, hanno trovato nuova linfa retoriche distorsive e revisioniste del nostro passato recente imperniate su un paradigma composto da caratteri specifici del nostro modo di leggere la storia patria.

COSÌ VITTIMISMO nazionalista; malcelate istanze regressive di «rivincita antiresistenziale»; mito degli «italiani brava gente» hanno composto una retorica foriera di tensioni e scontri (che non sono mancati tra le più alte cariche dello Stato italiano, sloveno e croato a proposito di una mai esistita «pulizia etnica» anti-italiana) che allontana tanto la conoscenza storica dei fatti quanto la formazione di una coscienza critica incentrata sull’amicizia tra i popoli.
Per queste ragioni un efficace antidoto alle scorie della propaganda è rappresentato dal volume scritto da Giacomo Scotti, Dossier foibe (Manni, pp. 208, euro 18), appena ripubblicato ed impreziosito dalla prefazione del compianto Enzo Collotti e dalla postfazione di Tommaso Di Francesco.

Scotti non solo ricostruisce il contesto che caratterizzò il confine italo-jugoslavo a partire dall’alba del Novecento fino alla fine del secondo conflitto mondiale ed alle foibe ma, attraversa quel tempo della storia, ricostruendo la nascita di quel «fascismo di frontiera» e di quell’uso della violenza che, ancor prima della cosiddetta «marcia su Roma», fece delle milizie di Mussolini «non una promessa – scrisse il futuro duce su Il Popolo d’Italia nel 1920 – ma l’elemento preponderante della situazione politica nella Venezia Giulia».

L’autore restituisce in questo modo le politiche di snazionalizzazione praticate dal fascismo negli anni della dittatura e poi della guerra; racconta, con documenti e testimonianze, delle stragi, delle deportazioni, degli internamenti e delle razzie compiute dal regio esercito e dalle camicie nere a partire dal 6 aprile 1941, giorno dell’invasione nazifascista della Jugoslavia; giunge a raccontare le violenze del 1943 e del 1945 subite dagli italiani, vissuti dalla popolazione civile jugoslava come occupatori.

SCOTTI SCRIVE E RACCONTA con lo sguardo peculiare di chi, come lui, si sente cittadino del mondo e rifugge ogni revanscismo nazionalista. Nato a Napoli nel 1947, dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi, emigra in Jugoslavia e vive la sua doppia cittadinanza come una risorsa indispensabile alla figurazione di un futuro di pace, cooperazione tra i popoli e lotta antifascista.

Il suo libro resta un punto di osservazione insieme esemplare ed esemplificativo che consente di comprendere anche i meccanismi distorsivi della propaganda: «Non era difficile – scrive Collotti nella sua prefazione – prevedere che collocare la Giornata del ricordo a quindici giorni dal Giorno della memoria avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili».

Il volume di Scotti ricostruisce e spiega la complessità dei fatti della storia e contestualmente, nel rispetto assoluto delle vittime, «non omologa né condivide – sottolinea Di Francesco – ossia non dimentica la sostanziale differenza tra i massacratori nazifascisti e chi, giustamente, prese la parola e le armi per combatterli».

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