L’UOMO DEVE RICONOSCERE I LIMITI DEL PIANETA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’UOMO DEVE RICONOSCERE I LIMITI DEL PIANETA da IL MANIFESTO

Ora l’ambiente ha una tutela sulla Carta

Un passo avanti. La camera approva in via definitiva la modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione. «Un impegno per le future generazioni». Greenpeace, Wwf e Legambiente: «Adesso i fatti»

Luca Martinelli  09.02.2022

Quasi quarant’anni dopo l’Olanda (1983) e trenta dopo la Germania (1994), anche l’Italia fa un passo in avanti sulle tutela dell’ambiente, elevandola al rango di articolo fondamentale della Costituzione. Ieri la Camera dei deputati ha votato una modifica degli articoli 9 e 41 della Carta, con 468 voti a favore, un contrario e sei astenuti, mentre il Senato aveva approvato con la maggioranza dei due terzi lo scorso 3 novembre: di conseguenza, la riforma entra subito in vigore e non è sottoponibile a referendum.

L’ARTICOLO 9, CHE FA PARTE degli articoli «fondamentali» della Costituzione, già conteneva la tutela del patrimonio paesaggistico e del patrimonio storico e artistico della Nazione: con la riforma si attribuisce alla Repubblica anche la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi e viene specificato esplicitamente un principio di tutela per gli animali. La modifica all’articolo 41, invece, sancisce che la salute e l’ambiente siano paradigmi da tutelare da parte dell’economia, al pari della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Lo stesso articolo dopo la modifica sancisce anche come le istituzioni, attraverso le leggi, i programmi e i controlli, possano orientare l’iniziativa economica pubblica e privata non solo verso fini sociali ma anche verso quelli ambientali.

TRA I COMMENTI, quello del ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, presente in aula a Montecitorio al momento del voto: «Penso che sia una giornata epocale. È giusto che la tutela dell’ambiente, della biodiversita e degli ecosistemi diventi un valore fondante della nostra Repubblica, è un passaggio imprescindibile per un Paese come l’Italia che sta affrontando la propria transizione ecologica». Cingolani parla di conquista fondamentale per le prossime generazioni, che «ci permette di avere regole ben definite per proteggere il nostro pianeta».

NON È PROPRIO COSÌ, o almeno non del tutto, suggerisce il Wwf Italia. L’associazione accoglie con estrema soddisfazione la notizia, ma in una nota sottolinea che la nuova Costituzione debba adesso «essere il presupposto di un intervento organico per adeguare strumenti normativi vigenti a tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali». Per la presidente, Donatella Bianchi, «questa modifica costituzionale è un primo importantissimo passo che armonizza il nostro sistema con i principi formulati a livello europeo e internazionale e fatti propri dalla giurisprudenza costituzionale, di legittimità e di merito. Per dare concretezza a questi passaggi è ora necessario definire un sistema normativo organico e innovativo a tutela della natura d’Italia».

Per Greenpeace la modifica dell’articolo 9 è «un’evoluzione in linea con le attese dei cittadini che ora vogliono fatti concreti: una vera transizione ecologica, la tutela della biodiversità (la protezione di almeno il 30% del territorio, mare compreso) e una migliore qualità dell’ambiente in cui viviamo». Secondo l’associazione, tuttavia, adesso questi diritti vanno garantiti: sarà importante vedere come si comporterà la maggioranza parlamentare amplissima che ieri ha votato il provvedimento. «Molto importante a nostro avviso il riferimento alle generazioni future, quelle che vediamo scendere in piazza invocando a gran voce la tutela dell’ambiente» commenta ancora Greenpeace, ringraziando l’impegno dei più giovani che hanno compreso l’incredibile sfida che abbiamo davanti dovuta a decenni di sfruttamento delle risorse del Pianeta».

SECONDO LEGAMBIENTE la giornata dell’8 febbraio è da considerarsi epocale: «Il via libera definitivo arrivato dalla Camera alla proposta di legge che prevede l’inserimento nella Costituzione della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, rappresenta una bellissima e storica notizia per il nostro Paese» ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale dell’associazione ambientalista. «Stiamo parlando – ha continuato- di un tema cruciale legato al nostro Pianeta, al centro delle politiche mondiali, europee e delle mobilitazioni dei giovani, che non poteva mancare tra i principi fondamentali della nostra bellissima Carta. Ora l’auspicio è che il nostro Paese passi anche dalle parole ai fatti affrontando con più decisione e concretezza i grandi temi ambientali, a partire dalla lotta alla crisi climatica e dalla diffusione degli impianti a fonti rinnovabili, e i tanti problemi irrisolti con interventi, riforme – come l’introduzione dei delitti contro la flora e la fauna che ancora manca all’appello – e azioni che vadano nella direzione della sostenibilità ambientale, dell’innovazione e della giusta transizione ecologica ed energetica».

A COGLIERE L’ESSENZA della riforma è il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che nello spazio di un Tweet riesce a sintetizzare un potenziale programma politico (ovviamente tutto da vedere): «L’uomo, anche nella nostra Carta, riconosce che sono necessari limiti alla propria azione, pena la catastrofe. Poche lettere cambiano la gerarchia dei beni da tutelare. Un fatto importante, molto importante. Non un vincolo ma una condizione e insieme un obiettivo per la vita sociale ed economica». L’uomo deve riconoscere i limiti del Pianeta. A cinquant’anni dal rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo il suo partito (Pd) e la maggioranza di governo sapranno far tesoro di quell’intuizione?

Ambiente e disuguaglianze, la politica del gambero

Scenari. I governi subalterni agli interessi economici e militari si mostrano incapaci di affrontare le sfide attuali, a partire da quella ambientaleIgnazio Masulli  09.02.2022

I governi europei, siano coalizioni di centro-sinistra, centro, centro-destra, nettamente conservatori o nazionalisti, hanno un tratto in comune: si muovono entro i vincoli imposti dagli interessi economici, finanziari, politico-militari del blocco di potere dominante nell’area euro-atlantica e oltre. Questa pesante subalternità è ben evidente nel fatto che la loro azione, con poche varianti, è di mera compensazione a valle dei problemi. Comune e ricorrente è la rinuncia a correggere a monte le contraddizioni e squilibri di sistema che hanno provocato quei problemi e continuano ad aggravarli.

Il più incombente e minaccioso di essi è costituito dal riscaldamento climatico provocato dall’emissione di gas serra di origine antropica. Oggi siamo già a più 1,2° C e l’impegno tassativo è di non superare 1,5° entro i prossimi otto anni per non superare la soglia di non ritorno di 2° nel 2050, oltre la quale il riscaldamento globale diverrebbe incontrollabile.

Per fermare la catastrofe sono necessari mutamenti radicali nelle fonti di energia (con deciso passaggio dalle fossili alle rinnovabili), nelle tipologie produttive (agricole, industriali, terziarie), nonché nei sistemi di vita (abitativo, dei trasporti, comunicazioni, consumi).

Si tratta di mutamenti che incidono sugli interessi e modi di funzionamento del sistema economico-sociale dominante. Ma, a fronte della loro urgenza, i governi subalterni a tali interessi arretrano, dilazionano, prospettano provvedimenti affatto insufficienti se non diversivi.
L’ultimo esempio è l’indicazione, venuta dalla Commissione europea e caldeggiata da Francia, Italia ed altri, di considerare strumenti utili alla “transizione ecologica” l’uso di gas naturali o addirittura un rinnovato impiego di centrali nucleari.

Altri squilibri, pure insostenibili, come quello demografico tra le società più affluenti del Nord del Mondo e le grandi plaghe povere del Sud continuano ad essere ammessi solo a parole, ma senza serie iniziative per porvi rimedio. Eppure il vorticoso aumento della popolazione mondiale si sta concentrando nei Paesi più poveri fino al punto che in essi si assommerà il 97% del totale della crescita demografica previsto entro il 2050: una vera e propria esplosione dalle conseguenze imprevedibili.

Gravemente sottovalutati sono anche i perniciosi effetti del continuo allargamento a forbice delle diseguaglianze sociali, sia quelle tra i paesi più ricchi e più poveri, sia all’interno degli uni e degli altri. Anche in questo caso l’incapacità e non volontà d’intervenire condanna gli stessi Paesi più sviluppati ad una instabilità economica e difficoltà sociali ingravescenti; mentre in quelli meno o poco sviluppati vengono a mancare le condizioni minime di sussistenza.

Perfino la pandemia non è servita a correggere questa subalternità ed impotenza di governo. I Paesi dell’Europa occidentale e gli Usa hanno continuato ad obbedire alla logica privatista e neoliberista imperante, anzi vi si sono come rinchiusi, trascurando quanto avveniva nel resto del mondo, salvo scontare l’effetto boomerang del diffondersi incontrollato del virus, con le conseguenti varianti.

È del tutto chiaro che con tale subordinazione e miopia politica non c’è futuro. Ed è questo il limite di fondo delle politiche prevalenti nei Paesi tardo capitalisti. Al contrario, governare significa costruire il futuro di una società, aprire alle trasformazioni che ne garantiscono l’evoluzione.
Se questa soggezione e riduzione della politica la rende incapace di affrontare problemi incombenti e ineludibili, allora (come altre volte nella storia) diventa compito delle forze sociali e politiche che aspirano al cambiamento interpretare la necessità primaria di costruzione del futuro.

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