L’OCCIDENTE VA ALLA GUERRA da PRESSENZA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’OCCIDENTE VA ALLA GUERRA da PRESSENZA

L’Occidente va alla guerra

Sandro Mezzadra 01.04.22 

Mentre la guerra non si ferma, vanno ridefinendosi gli schieramenti e gli equilibri su scala mondiale, nella prospettiva di un dopoguerra destinato a essere comunque segnato da dinamiche di militarizzazione e riarmo con cui dovremo fare i conti nei prossimi anni. Non formulo ipotesi sugli scenari bellici, ma certo una lunga durata della guerra in Ucraina (a bassa o alta intensità) non sembra sgradita ad alcuni dei più importanti attori globali. Questo vale per una parte almeno dell’establishment statunitense, come si è visto dal discorso di Joe Biden a Varsavia. Il logoramento della Russia in una sorta di Afghanistan europeo, senza curarsi del potenziale tracimare del conflitto verso ovest e verso est, costituirebbe infatti una straordinaria occasione per proseguire quel processo di ricostruzione dell’Occidente che l’amministrazione americana ha perseguito fin dal suo insediamento. L’Unione Europea, in particolare, accelererebbe la sua integrazione militare sotto la doppia pressione dei Paesi dell’Europa dell’est e della Nato, confermando quella funzione di guida degli Stati Uniti che a partire dalla Grande Guerra ha definito il concetto stesso di Occidente. E chi di quest’ultimo lamenta il “suicidio”, rinnovando un genere che ha ormai una lunga storia (cominciata proprio negli anni della Grande Guerra con opere come Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e The Passing of the Great Race di Madison Grant), altro non fa, coerentemente con il canone di quel genere, che chiamare l’Occidente alle armi.

È bene domandarsi quali sono le condizioni materiali in cui si colloca questa configurazione relativamente nuova dell’Occidente (che era stato decisamente marginalizzato negli anni di Trump), andando oltre l’obbligatorio allineamento che domina il discorso pubblico e la politica ufficiale in Italia e non solo. È bene aprire un cantiere di ricerca, a cui queste note intendono dare niente più che un primo contributo. Partiamo dalla “globalizzazione”, di cui durante la pandemia molte voci hanno celebrato la fine. La guerra, agganciandosi alla stessa pandemia, determina a questo proposito un salto di scala. È stato niente meno che Larry Fink, il fondatore di BlackRock, a dichiarare nella lettera annuale agli azionisti che “l’invasione russa dell’Ucraina ha posto fine alla globalizzazione come l’abbiamo sperimentata negli scorsi tre decenni”. Lo “sganciamento” (decoupling)dell’economia russa dai circuiti globali determinato dalle sanzioni viene evidentemente assunto da Fink come anticipazione di processi più ampi di riorganizzazione su base “regionale” dei mercati, mentre – come ha notato Adam Tooze – nell’intera, lunga lettera non è mai menzionata la Cina, dove BlackRock ha consistenti interessi.

Abbiamo sempre affermato l’irreversibilità della interdipendenza economica a livello mondiale, che la stessa guerra conferma con i suoi effetti asimmetrici ma pervasivi. Non credo che si debba modificare questa posizione, ma la si deve assumere come sfondo per valutare le prospettive di un decoupling che potrebbe rappresentare una nuova modalità di governo di quella interdipendenza, e dunque della globalizzazione (mentre solo in ultima istanza può rappresentare un’opzione di rottura, con costi che è difficile valutare). In questione può essere certamente una riorganizzazione delle “catene di fornitura” all’interno di spazi “regionali” (ovvero tendenzialmente continentali), con l’emergere di una nuova geografia globale della produzione che è stata più volte evocata durante la pandemia. L’affrontamento dell’inflazione è un altro tema essenziale. Ma le prospettive di “sganciamento” riguardano anche il terreno finanziario, bancario (con l’emergere e il consolidarsi di sistemi alternativi al circuito Swift) e monetario. Da quest’ultimo punto di vista, è uscito in questi giorni uno studio per il Fondo Monetario Internazionale di Serkan Arslanap, Barry Eichengreen e Chima Simpson-Bell, intitolato The Stealth Erosion of Dollar Dominance. È un lavoro molto interessante, perché documenta una progressiva perdita di centralità del dollaro come valuta di riserva a livello mondiale, essenzialmente a favore del renminbi cinese e di monete di altri Paesi (tra cui non figurano la sterlina e l’euro). La guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia possono indubbiamente costituire potenti acceleratori di questa tendenza, come mostrano gli attuali conflitti attorno alla valuta per il pagamento del gas. Un “nuovo disordine mondiale monetario” si profila all’orizzonte, come scrive Martin Wolf sul Financial Times, e le sanzioni alla Banca centrale russa potrebbero spingere verso il consolidamento di un asse con Pechino proprio su questo terreno.

Torno a sottolineare che il “decoupling” non rinvia necessariamente a una rottura della globalizzazione, delineando piuttosto prospettive per il suo governo che indubbiamente rappresentano cambiamenti molto significativi rispetto alla storia (tutt’altro che lineare, d’altro canto) degli ultimi trent’anni. È da questo punto di vista che occorre riprendere la domanda sulla posizione che oggi occupa l’Occidente, per cogliere il significato della sua bellicosa ricomposizione attorno agli Stati Uniti. E mi pare che si debba nuovamente ribadire che la tendenza di fondo che consente di comprendere quanto accade oggi attorno alla guerra in Ucraina sia il relativo declino degli Stati Uniti (e dunque dell’Occidente) come potenza egemonica a livello globale. Già i processi economici a cui si è accennato lo lasciano intendere chiaramente. Ma altri elementi si possono aggiungere. È ad esempio istruttiva un’intervista pubblicata sul sito indiano The Wire, dove le sanzioni contro la Russia vengono definite “armi economiche di distruzione di massa”, con un riferimento al loro impatto sulla popolazione russa (e non sulle élite) ma anche e soprattutto a livello globale, con crisi alimentari potenzialmente devastanti in molte parti del mondo. Il fatto è che a parlare è Raghuram Rajan, che tra le altre cose è stato Governatore della Banca Centrale Indiana dal 2013 al 2016 ed è attualmente Professore di Scienza delle Finanze all’Università di Chicago. In altre parole: possiamo ben immaginare che una simile valutazione delle sanzioni occidentali sia diffusa a livello popolare e tra le forze di sinistra in un Paese come l’India. Il fatto che venga formulata con tanta forza dall’interno delle élite di un Paese emergente e comunque di grande importanza per la stessa strategia delle alleanze degli USA in un’area critica del mondo mi pare segnali smottamenti di altra natura.

È da questo punto di vista che dobbiamo valutare il fatto che tra i dieci Paesi più popolosi del mondo soltanto uno, non sorprendentemente gli Stati Uniti, abbia espresso pieno sostegno alle sanzioni contro la Russia e che trenta Paesi africani su cinquantaquattro si siano per ben due volte astenuti alle votazioni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sono dati che indicano un evidente scollamento tra la realtà della politica mondiale e la pretesa dell’Occidente di rappresentare – una volta di più – l’“umanità”. Certo, è ancora vivo l’eco delle parole di Fanon sull’Europa, “che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo ovunque lo incontra”, vividamente esemplificate dalle infinite guerre “occidentali” e dalla politica del “doppio standard” (la Cina, per fare un esempio, non dimentica il bombardamento della sua ambasciata a Belgrado, nel 1999). Ma il punto qui è più generale, e riguarda una serie di sviluppi che stanno materialmente facendo dell’Occidente soltanto una parte (per quanto ancora potente) in un mondo ormai multipolare. Per essere chiari: nessun “terzomondismo” dietro a questa affermazione, le tendenze in atto non delineano necessariamente un mondo migliore di quello che ha avuto per centro l’Occidente – e certo non conducono al di là del capitalismo. Ma sono appunto tendenze in atto, che è buona cosa “non deridere, non compiangere, non disprezzare, ma comprendere”.

È sullo sfondo di queste tendenze che dobbiamo porre il problema di una politica contro la guerra in Europa, capace di contrastare la ricomposizione aggressiva e militarista dell’Occidente sviluppando al tempo stesso quanto nella storia di quest’ultimo l’ha sempre contrastata – così come ha contrastato i dispositivi di sfruttamento e dominio che hanno legato insieme il capitale, gli Imperi e lo Stato. All’inizio del Novecento, prima che prendessero forma i lamenti razzisti sulla fine dell’Occidente di Spengler e Grant, il grande intellettuale afroamericano W.E.B. Du Bois, invitato da Max Weber a scrivere per una prestigiosa rivista tedesca, così concludeva il suo saggio: “ricordate soprattutto una cosa: il giorno delle razze di colore sta sorgendo. È una follia fermare questo sviluppo, è grande saggezza promuovere ciò che quest’alba promette in termini di luce e speranza per il futuro”.

Mutato quel che v’è da mutare, queste righe indicano in modo piuttosto preciso il nostro compito nel presente: fare dell’Europa una piattaforma che possa consentire una transizione pacifica verso una diversa architettura e distribuzione dei poteri su scala globale. Sappiamo che transizioni di questo tipo raramente sono pacifiche, e la guerra in Ucraina non è di buon auspicio. È solo combinando la lotta contro la guerra con una mobilitazione permanente sui temi sociali ed economici, con una nuova lotta di classe, che possiamo puntare a costruire in Europa una configurazione di forze capace di sostenere una politica mondiale di pace. Senza nessuna nostalgia per elmetti e cannoni, orientali o occidentali che siano.

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