L’EGITTO VUOLE UNA NATO ARABA. NETANYAHU SE LA RIDE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’EGITTO VUOLE UNA NATO ARABA. NETANYAHU SE LA RIDE da IL MANIFESTO e IL FATTO

L’Egitto vuole una Nato araba, stavolta contro i raid israeliani

Terra rimossa Rispolverata la proposta di al-Sisi di dieci anni fa. Un ballon d’essai per testare Netanyahu. Israele ammette indirettamente che i leader di Hamas sono ancora vivi. Domani il vertice arabo-islamico che deciderà una risposta unitaria al raid aereo su Doha

Michele Giorgio  14/09/2025

GERUSALEMME

Dare pieno credito a dichiarazioni e indiscrezioni diffuse ad arte dai regimi arabi richiede una dose significativa di buona volontà, specialmente se riguardano i rapporti, sempre avvolti nell’ambiguità, tra certe capitali arabe e Israele. Ma se è vero, almeno in parte, quanto ha dichiarato alla stampa del suo paese Samir Farag, alto ufficiale vicino alla presidenza egiziana ed esperto militare, il premier Benyamin Netanyahu potrebbe pagare un prezzo alto per la sua guerra senza fine contro tutto e tutti in Medio Oriente e per l’attacco aereo di martedì in Qatar contro la leadership di Hamas, per giunta quasi certamente fallito.

Farag ha ricordato che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, nel 2015, chiese alla Lega araba di «formare una forza in stile Nato». Quell’idea potrebbe essere ripresa con l’obiettivo di proteggere i Paesi arabi. Dieci anni fa la “Nato araba” venne concepita contro l’Iran. Ora, con Netanyahu che lancia i cacciabombardieri fino a duemila chilometri di distanza per imporre le sue condizioni all’intera regione, l’alleanza si profilerebbe anche come un muro di fronte a Israele. Sul modello Nato, in caso di attacco a uno dei paesi membri, la forza si mobiliterebbe per difenderlo. «Ci auguriamo che la formazione di una forza araba congiunta venga approvata. L’aggressione israeliana contro il Qatar ha rivelato quanto sia importante. La speranza dell’Egitto e degli arabi risiede nell’unità e nel non fare affidamento sugli Stati Uniti o su qualsiasi altra potenza», ha affermato Farag, che poi ha ammonito Israele dal tentare di colpire le organizzazioni palestinesi in territorio egiziano.

Attraverso Samir Farag, l’Egitto con ogni probabilità ha lanciato un ballon d’essai, per valutare la replica di Netanyahu e, allo stesso tempo, ammonirlo dal fare tutto ciò che pensa e vuole. Per ora ha reagito Yair Lapid, centrista e capo dell’opposizione israeliana, che ha descritto la proposta egiziana di creare una forza araba congiunta per contrastare gli attacchi israeliani come un «duro colpo agli accordi di pace». Ha sottolineato che questo colpo «è stato seguito dal voto favorevole all’Assemblea generale Onu sulla creazione di uno Stato palestinese da parte della stragrande maggioranza dei Paesi alleati di Israele». Netanyahu, ha notato Lapid, «ha distrutto la nostra posizione internazionale. Una combinazione letale di irresponsabilità, dilettantismo e arroganza ci sta distruggendo agli occhi del mondo». Vacillano anche gli Accordi di Abramo.

Da Doha per Israele arrivano altre cattive notizie. Il blitz ordinato per decapitare i vertici politici di Hamas ora viene descritto apertamente come un «fallimento» dai media israeliani. Il portale Ynet ieri riportava che non solo non sarebbe rimasto ucciso nessuno dei leader di Hamas riuniti in Qatar, ma l’intelligence israeliana avrebbe commesso un errore molto grave. I leader del movimento islamico erano infatti riuniti in un altro edificio, vicino ma non in quello preso di mira. Da qui le conseguenze in apparenza non gravi subite dal capo dell’ufficio politico Khalil al Hayya e da altre due figure di spicco. Da parte sua Netanyahu non fa un passo indietro, anzi rincara la dose di fronte alle critiche. «I leader di Hamas che vivono in Qatar non si preoccupano della popolazione di Gaza e liberarsene eliminerà il principale ostacolo al rilascio di tutti i nostri ostaggi e alla fine della guerra» ha scritto su X. E ribadendo l’intenzione di colpirli ancora, il premier israeliano ha indirettamente confermato che sono vivi.

Il Qatar continua a ricevere messaggi di solidarietà e sostegno da ogni parte del mondo, anche dal leader ungherese Orban, stretto alleato di Netanyahu, e si prepara a ospitare domani, non più oggi, il vertice di emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica e della Lega araba per formulare una risposta unitaria all’attacco israeliano. Si prevede un’ampia partecipazione al vertice. A Tel Aviv è invece volato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che discuterà in Israele delle priorità statunitensi a Gaza e di questioni relative alla sicurezza in Medio Oriente, ossia il coordinamento militare tra Israele e Usa.

Netanyahu se la ride dell’Europa

 Antonio Padellaro  14 Settembre 2025

Chissà le risate tra Netanyahu e i caporioni della destra religiosa se, tra una strage e l’altra, hanno avuto modo di informarsi sul kamasutra del dico e non dico, no meglio che non dico, andato in scena giovedì scorso al Parlamento di Strasburgo. Chiamato a condannare Israele per il genocidio del popolo palestinese ma che di genocidio non si azzarda neppure a parlare. Non si riesce a capire cosa diavolo dovrebbero temere i massacratori con la stella di David dal momento che nei contorcimenti linguistici del sinedrio Ue (poche ore prima che a stragrande maggioranza l’assemblea dell’Onu approvasse la risoluzione sui due Stati senza Hamas) la frase più dura ed esplicita invita “a valutare la possibilità di riconoscere lo Stato di Palestina nell’intento di realizzare la soluzione dei due Stati”. Brrr che paura, avranno pensato Bibi (un nome che profuma di violetta) e la sua band di criminali di guerra davanti a tanta faccia feroce, mentre va steso il classico velo pietoso sulle divisioni nello schieramento cosiddetto progressista, come sempre indeciso a tutto. In attesa che “si valuti la possibilità nell’intento” eccetera, i cari dirigenti di centrosinistra avrebbero dovuto ascoltare con attenzione la voce di chi subisce la pulizia etnica dei coloni in Cisgiordania, là dove sostengono che “riconoscere la Palestina non cambia niente”. Ne scrive Alaa Salama per “+972 Magazine” (il testo integrale è su “Internazionale” del 5 settembre), un sito indipendente dove lavorano giornalisti israeliani e palestinesi, affermando che con questi ipotetici riconoscimenti “si rischia di sprecare altri trent’anni di vite palestinesi visto che Israele da tempo ha messo in chiaro che non accetterà mai uno Stato palestinese”. Insomma, la soluzione dei due Stati sarebbe una “ennesima mistificazione” che non fa altro che sviare l’attenzione dalla vera soluzione: “denunciare il regime di apartheid di Israele, agire per sanzionarlo e dare spazio alla volontà dei palestinesi”. Afferma Salama che “riconoscere ufficialmente che il sistema israeliano si basa sull’apartheid, anche solo lo facesse una manciata di Stati renderebbe legalmente e politicamente indifendibile continuare a sostenere militarmente ed economicamente Israele”. E, soprattutto, “aprirebbe la porta alle sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e ai divieti di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema”. Si metterebbe in questo modo “pressione sulle aziende, con la minaccia di boicottaggio e con la condanna pubblica nei confronti degli azionisti se non rivedranno le loro operazioni in Israele”. Un precedente esiste: nel caso dell’apartheid in Sudafrica l’attivismo e le condanne internazionali costrinsero gradualmente le aziende a disinvestire, anche se molte resistettero per anni. Mentre sembra evidente che adesso più che mai i gesti simbolici fanno guadagnare tempo a un regime che commette crimini, è lecito però chiedersi quale autorità internazionale sarebbe in grado di imporre una qualsiasi sanzione nei confronti di Gerusalemme (e figuriamoci l’apartheid)? Visto e considerato che i cosiddetti “buoni” si nascondono tremanti perfino dietro le virgole.

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