LE CREPE DELL’EUROPA SOTTO LE PROMESSE DEL “PIANO MARSHALL” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE CREPE DELL’EUROPA SOTTO LE PROMESSE DEL “PIANO MARSHALL” da IL MANIFESTO

Le crepe dell’Europa sotto le promesse del «Piano Marshall»

Conto Aperto Conferenza per ricostruire l’Ucraina, tra gli auspici di «vittoria definitiva» e di «multilateralismo» si raccolgono solo 10 miliardi

Francesco Brusa  11/07/2025

All’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina l’impressione è che i diversi leader europei e statunitensi parlino rivolti alla platea, pensando però al proprio “pubblico di casa”. Tutti si dicono concordi sulla visione di fondo: siamo pronti a sostenere Kiev fino alla fine e grazie a una tale unità sarà possibile risollevare il paese dalle devastazioni della guerra, anzi si potrà sperare in un vero e proprio «miracolo economico e sociale». Abbondano a questo proposito i riferimenti al piano Marshall, quasi a tradire, forse, l’investimento emozionale delle cancellerie europee affinché, attraverso gli affari post-bellici, si verifichi una rifondazione anche “ideologica” del continente. A citarlo è innanzitutto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accolto da un lungo applauso, così come l’inviato speciale della Casa Bianca Keith Kellogg, che addirittura si spinge in paragoni con Afghanistan e Iraq.

MA, APPUNTO, sotto la retorica della coesione (condita da altisonanti parallelismi storici) si intravedono sfumature e divergenze, a riflettere le titubanze dei differenti paesi: se per il ministro capo dell’Estonia Kristen Michal quella da perseguire con il sostegno all’Ucraina è una «vittoria definitiva» sulla Russia («non esiste alcun piano b», ammonisce), altri rappresentanti preferiscono usare formule meno nette, e già sentite in numerose occasioni al punto da risultare oramai molto vaghe, come un «cessate il fuoco giusto» (il premier greco Mitsotakis) o una «pace attraverso il multilateralismo» (il primo ministro spagnolo Sánchez), o comunque «finché non si riesce a portare Vladimir Putin a un tavolo negoziale» (il cancelliere tedesco Merz).

È PROPRIO MERZ a mettere sul piatto il problema delle fratture interne alla coalizione europea. Nel suo intervento, infatti, redarguisce la Slovacchia per l’ostruzionismo in tema di sanzioni contro Mosca (il 18esimo pacchetto è ancora in attesa di approvazione). Dall’altro lato, lusinga Washington: «Cari americani, siate con noi!», afferma nel tentativo di ingraziarsi l’imprevedibile leadership a stelle e strisce. Ed ecco che arriva la risposta, sul filo dello sdolcinato, di Kellogg (della cui presenza si vanta Giorgia Meloni): «Siamo qui con voi», dice passando per un attimo alla lingua tedesca. Ma è lecito chiedersi in che senso, soprattutto nel momento in cui a migliaia di chilometri di distanza da Roma il segretario di stato Usa Marco Rubio incontra il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Al netto dei quotidiani ripensamenti è ormai chiaro che rispetto al dossier ucraino la Casa Bianca va per la propria strada, cercando anzi di usarlo come “banco di prova” per ridisegnare i rapporti col resto del mondo.

L’INVIATO statunitense è esplicito: secondo lui la ricostruzione dell’Ucraina è un’occasione per abbordare un «nuovo tipo di governance» e un «nuovo modello di capitalismo» a livello globale, ripensati attraverso lo spirito d’impresa coi suoi tre pilastri Esg (gestione, società e ambiente). Su questo, in effetti, tutti sono davvero concordi: i soli investimenti pubblici non sono sufficienti, il punto è mettere Kiev nelle condizioni di attrarre capitale privato (in una «combinazione bilanciata di partnership multilaterali e bilaterali», sostiene il ministro Giorgetti). La stessa ministra dell’economia ucraina Julija Svyrydenko annuncia perentoriamente «privatizzazioni su larga scala» che interesseranno il paese e che gli permetteranno di procedere verso l’integrazione nell’Unione europea.

A QUESTO PROPOSITO, un’ulteriore ambiguità: se i leader riuniti presso la Nuvola di Fuksas snocciolano con orgoglio cifre a sei zeri per progetti di assistenza umanitaria e ricostituzione infrastrutturale, allo stesso tempo non fanno mistero del fatto che il tutto si intreccia a uno sviluppo della difesa e del settore militare, ormai individuato come principale volano di crescita industriale per il continente. Ma con quale direzione politica? Alcuni dei presenti provano, timidamente, a menzionare lo «stato di diritto» come bussola che dovrebbe orientare il massiccio investimento di denaro; altri, in perfetta sintonia con l’atmosfera da “guerra fredda” che pervade molti discorsi, riesumano il concetto di un «mondo libero» da proteggere contro le minacce esterne. D’altronde, il tanto evocato piano Marshall arrivava sulle macerie di un conflitto già concluso, ieri si immaginava una ricostruzione mentre Mosca lancia gli attacchi più feroci dall’inizio dell’invasione.

PERCIÒ è probabile che Zelensky sia a Roma ma abbia la testa a Londra, dove si sono riuniti i Volenterosi che da lontano salutano, promettendo passi concreti per «mettere in sicurezza» i cieli ucraini.

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