L’AUTORITÀ PALESTINESE SI CANDIDA ALL’ONU, TRUMP LA MINACCIA da IL MANIFESTO
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L’AUTORITÀ PALESTINESE SI CANDIDA ALL’ONU, TRUMP LA MINACCIA da IL MANIFESTO


L’Autorità palestinese si candida all’Onu, Trump la minaccia

Eliana Riva  22/05/2026

Palestina Per gli Stati uniti, l’Autorità nazionale palestinese deve rinunciare alla vicepresidenza dell’Assemblea. Intanto a Gaza si contano i morti ma al Palazzo di Vetro il Board of Peace parla di tregua

L’ambasciatore palestinese alle Nazioni unite, Riyad Mansour – Ap/Stefan Jeremiah

Gli Stati uniti minacciano di revocare i visti della delegazione palestinese all’Onu, a meno che l’ambasciatore non rinunci alla candidatura alla vicepresidenza. Non è la prima volta che la Casa bianca decide di impedire ai diplomatici di raggiungere il palazzo di vetro a New York, venendo meno ai propri obblighi internazionali.

Ad agosto 2025 il Dipartimento di stato guidato da Marco Rubio ha negato i visti a oltre 80 delegati dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), compreso il presidente Mahmoud Abbas. Questa volta Washington ha inviato un dispaccio riservato ai propri diplomatici di stanza a Gerusalemme, chiedendo loro di fare pressioni sull’Anp affinché l’ambasciatore palestinese Riyad Mansour rinunci alla corsa per la vicepresidenza dell’Assemblea generale Onu.

A FEBBRAIO di quest’anno Mansour aveva già ritirato la sua candidatura alla carica di presidente dell’Assemblea, in seguito a forti pressioni degli Stati uniti, suscitando dichiarazioni entusiaste da parte della delegazione israeliana. All’interno del telegramma – visionato dal quotidiano inglese The Guardian e dall’americana Npr – Washington incolpa Mansour di aver più volte accusato Israele di genocidio e dichiara che la sua nomina potrebbe minare il piano di cessate il fuoco del presidente Donald Trump.

«Dare a Mansour una tribuna di prestigio non migliorerebbe la vita dei palestinesi – si legge nel documento – e danneggerebbe gravemente le relazioni tra gli Stati uniti e l’Anp». In più occasioni, l’ambasciatore ha parlato in Assemblea delle enormi sofferenze del suo popolo a Gaza, raccontando, in lacrime, l’uccisione dei bambini nella Striscia.

Diverse volte, negli anni, gli Usa hanno fatto pressioni sull’Anp affinché rinunciasse alle proprie iniziative alle Nazioni unite. Il caso probabilmente più famoso è quello del «Rapporto Goldstone» del 2009. Redatto dopo l’operazione militare israeliana «Piombo fuso» a Gaza – che causò 1.400 morti palestinesi, di cui 300 bambini – la relazione della commissione Onu guidata da Richard Goldstone evidenziava gravi crimini di guerra.

Il Consiglio Onu per i diritti umani era pronto a trasformare il documento in una risoluzione per perseguire i responsabili, tra cui alti ufficiali israeliani, ma l’iniziativa venne bloccata proprio a causa delle pesanti pressioni degli Stati Uniti. L’Anp accettò di sottoscrivere un accordo segreto con Washington per rinunciare alle vie legali internazionali in cambio della sola promessa di riprendere i negoziati di pace con Tel Aviv.

OGGI LA CASA BIANCA non solo minaccia di impedire ai palestinesi di mettere piede nella sede Onu, ma pone l’Anp dinanzi a un preciso ricatto: se la candidatura non verrà ritirata e i palestinesi non smetteranno di «internazionalizzare» le proprie rivendicazioni, Israele potrebbe non restituire le tasse che ha sottratto all’Autorità di Abu Mazen. Si tratta del 60% di tutte le entrate fiscali palestinesi, senza le quali l’Anp non riesce a garantire stipendi e servizi pubblici.

Dal documento sembra che Washington sia particolarmente preoccupata del fatto che il rappresentante palestinese, se eletto per uno dei 21 ruoli di vicepresidenza previsti dalle Nazioni unite, potrebbe ritrovarsi a presiedere alcune delle sessioni Onu. A causa dei veti statunitensi all’interno del Consiglio di sicurezza, la Palestina prende parte ai lavori dell’Onu in qualità di Stato osservatore non membro. Le votazioni per la vicepresidenza sono previste per il prossimo 2 giugno.

Sempre alle Nazioni unite, ieri, il rappresentante del cosiddetto Board of peace (Bop), l’organismo istituito dal presidente Trump per gestire la Striscia di Gaza, ha consegnato la prima relazione semestrale sui progressi del proprio lavoro. Seppur Nicolay Mladenov abbia descritto il «cessate il fuoco» come «lontano dall’essere perfetto», ha dichiarato che le armi a Gaza «tacciono» per la prima volta in due anni.

Israele ha ucciso quasi 900 palestinesi dall’inizio del cessate il fuoco, ma il rapporto indica Hamas come la principale responsabile dello stallo in cui si trova il piano Trump, e chiede agli stati di fare pressione sul gruppo palestinese affinché disarmi. Anche l’ambasciatore israeliano ha sposato questa lettura, mentre quello palestinese ha dichiarato che «Niente può giustificare la punizione collettiva per oltre 2 milioni di palestinesi».

LA RUSSIA, che si era astenuta dal voto con cui il Consiglio di sicurezza ha adottato il piano del Bop, si è pronunciata in maniera particolarmente dura sulla posizione dell’organismo trumpiano il cui piano, secondo l’ambasciatore Vassily Nebenzia, rimane «lettera morta». Aggiungendo che i successi dichiarati servono da cortina fumogena per nascondere la dura realtà di Gaza e che nel rapporto il numero delle violazioni del cessate il fuoco «viene elegantemente eluso».

Intanto, Tel Aviv continua a bombardare la Striscia, lanciando ordini di sfollamento forzato mentre i carri armati avanzano oltre la cosiddetta «linea gialla». È successo anche ieri a Deir al-Balah, nell’area centrale di Gaza. Nel nord, a Beit Lahia, un drone ha colpito un gruppo di persone, causando la morte di Joud Dweik, un bambino di 13 anni.

La protezione civile è riuscita finalmente a recuperare i corpi di due persone uccise alcuni giorni fa ad al-Mawasi e quello di un’altra vittima a Khan Younis. Proprio le tende del campo profughi di Mawasi sono state prese di mira dai bombardamenti che hanno causato almeno un morto e diversi feriti ieri.

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