LA RIFORMA NORDIO PASSA IN AULA. IL VERO BERSAGLIO È IL CONSIGLIO SUPERIORE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA RIFORMA NORDIO PASSA IN AULA. IL VERO BERSAGLIO È IL CONSIGLIO SUPERIORE da IL MANIFESTO

La riforma Nordio passa in Aula. Meloni già nel mood referendum

Magistratura dipendente 106 sì, 61 no e 11 astenuti. La separazione delle carriere completa la prima lettura

Kaspar Hauser   23/07/2025

Il Senato ha approvato ieri la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati, e lo ha fatto confermando il testo licenziato dalla Camera. I sì del centrodestra sono stati 106, i no di Pd, M5s e Avs sono stati 61 e le astensioni di Iv e Azione sono state 11. Si tratta di «un momento decisivo della legislatura» e non solo per questa riforma, come ha detto Maurizio Gasparri, ma perché questo secondo sì avvicina il referendum confermativo che inevitabilmente sarà un pronunciamento su tutto l’operato del governo Meloni. La premier si giocherà dunque l’osso del collo su una riforma non certo sua, e questo contribuisce a spiegare la sensazione di stranezza che si è respirata ieri a Palazzo Madama.

IL PRIMO ASPETTO di stranezza è arrivato dalla stessa seduta, in cui i toni non sono stati così alti come lo scontro politico e anche pubblico su tale riforma faceva presumere. Finalmente si è visto in Aula il ministro Carlo Nordio, per la prima volta da quando questo Ddl è arrivato a Palazzo Madama. Gli altri scranni del governo erano vuoti, con il solo ministro Luca Ciriani e il viceministro di Fi Francesco Paolo Sisto accanto al guardasigilli a rappresentare il governo per una riforma uscita dal Consiglio dei ministri e nemmeno sfiorata in una virgola dal Parlamento. Dopo l’approvazione Giorgia Meloni si è limitata ad un post sui social (seguito da un video), con parole di circostanza: L’approvazione «segna un passo importante verso un impegno che avevamo preso con gli italiani e che stiamo portando avanti con decisione. Il percorso non è ancora concluso, ma oggi confermiamo la nostra determinazione nel dare all’Italia un sistema giudiziario sempre più efficiente, equo e trasparente». Ma per avere «un sistema giudiziario più efficiente» bastavano leggi ordinarie sui nodi noti della giustizia, senza aprire una guerra civile che porta, come ha detto Dario Franceschini, «in terreni ignoti». Il Ddl, infatti, prevede due Csm, uno per i magistrati giudicanti ed uno per quelli requirenti; ma questi ultimi, autogestiti, staccati dalla cultura giurisdizionale, «rischiano di diventare dei superpoliziotti». Rischio paventato anche da Alfredo Bazoli del Pd.

TRA LE OPPOSIZIONI Avs, con Peppe De Cristofaro, M5s, con Roberto Scarpinato e anche il Pd con Francesco Boccia temono un altro scenario: quello di una subordinazione al governo dei Pm dell’intera magistratura, con la fine della separazione dei poteri. Questo attraverso le leggi attuative che potrebbero attenuare l’obbligatorietà dell’azione penale e attraverso l’Alta Corte disciplinare. Infatti il potere disciplinare verrà sottratto ai due Csm e verrà attribuito a una apposita Alta Corte. Nel ridisegnare il sistema disciplinare – è il timore delle opposizioni – il centrodestra potrebbe introdurre meccanismi ricattatori verso le toghe.

Non a caso al momento del voto sono scattate le proteste: i senatori del Pd hanno esposto il frontespizio della Costituzione capovolta, mentre M5s ha mostrato le foto di Falcone e Borsellino con la scritta «non nel loro nome».

NEL CENTRODESTRA a esultare sono gli esponenti di Fi. Nella dichiarazione di voto Pier Antonio Zanettin ha parlato dal seggio che era stato di Berlusconi, mentre prima del voto sono giunti in Aula Antonio Tajani e altri due ministri di Fi. Il ministro degli Esteri, come anche Gasparri e tutti gli esponenti di Fi hanno dedicato la riforma a Berlusconi. «Ci guarderà dal cielo e sorriderà ai suoi allievi», ha detto Zanettin.

DELLE TRE RIFORME che formavano il patto di potere del centrodestra, la separazione delle carriere era la più arretrata dal punto di vista dell’iter parlamentare, rispetto al premierato e all’Autonomia differenziata, tanto è vero che un anno fa i forzisti protestavano per questo. Poi la Corte costituzionale ha cancellato la legge Calderoli e Meloni ha messo in frigorifero «la madre di tutte le riforme», il premierato.

Ora tra settembre e dicembre Camera e Senato procederanno alla seconda lettura conforme della separazione delle carriere, dopo di che arriverà il referendum nella primavera 2026. «Ora andiamo spediti verso il referendum nel 2026», ha detto il ministro Ciriani, ed anche il Guardasigilli Nordio si è detto favorevole a che i «cittadini si pronuncino su una materia importante e delicata».

Però Franceschini ha ricordato qualcosa che anche la maggioranza sa: «Il referendum nell’ultimo anno di legislatura sarà una consultazione inevitabilmente politica, contro il governo», come fu quello del 2016 sulla riforma Boschi-Renzi. Meloni, dunque, si giocherà tutto su una riforma di Berlusconi. Uno scenario da preparare.

Fdi fa buon viso a cattivo gioco: ha difeso la bontà della riforma con Alberto Balboni e con il capogruppo Lucio Malan. L’ex berlusconiana Maria Stella Gelmini, oggi con Noi Moderati, ha colto il rischio che un eccesso di assertività del centrodestra può implicare: «L’opposizione proverà a trasformare quel referendum in un sì o in un no a una riforma del Governo Meloni. Ma il rischio è che quel referendum si trasformi, proprio per la narrazione che è stata costruita contro la riforma, in una proposta contro la magistratura».

Il vero bersaglio di Nordio è il Consiglio superiore

Separazione delle carriere La riforma non riguarda la giustizia come servizio ai cittadini ma i rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. Per coglierne la portata bisogna guardare la Storia

Antonello Cosentino*  23/07/2025

Caro direttore,

il vero bersaglio della riforma della magistratura approvata ieri dal Senato è il Csm: per formalizzare la separazione delle carriere, che di fatto c’è già, non sarebbe necessario modificare la Costituzione. Con la riforma il Csm verrà sdoppiato, e ciascuno dei due Consigli avrà minor peso istituzionale, verrà privato della potestà disciplinare, verrà composto da magistrati sorteggiati e non più eletti. Quest’ultimo punto è cruciale: spezzare il nesso di rappresentatività tra la magistratura e il proprio governo autonomo significa sottrarre a quest’ultimo il contributo derivante dalla dialettica di idee, visioni e valori che si sviluppano all’interno della magistratura e privarlo del portato della riflessione collettiva che emerge dal pluralismo degli orientamenti associativi dei magistrati.

La riforma non riguarda la giustizia come servizio ai cittadini ma i rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. Per coglierne la portata è necessario tenere presente la storia della Repubblica. Fino al 1948 la magistratura era totalmente immersa nell’ambiente giuridico e culturale dello Stato liberale, prima, e totalitario, poi. I magistrati provenivano dalla ristretta élite che dirigeva il paese, di cui condividevano interamente valori e prospettive. Nell’Italia repubblicana, proprio per effetto dei mutamenti generati dalla Carta costituzionale, la magistratura cambia: vi accedono le donne e vi accedono fasce sociali che fino ad allora ne erano rimaste escluse. La magistratura, dopo il ventennio fascista, riscopre l’associazionismo, non come strumento di tutela di interessi sindacali, bensì come sede di costruzione della propria identità culturale, che viene centrata sulla Costituzione repubblicana. È dal dibattito culturale che si sviluppa dentro l’Anm che discende la capacità della magistratura di farsi agente attivo, attraverso il ricorso alla Corte costituzionale e l’interpretazione conforme alla Costituzione, della «costituzionalizzazione» dell’ordinamento giuridico nazionale, innervando il principio di uguaglianza nelle pieghe della società italiana.

All’inizio degli anni ‘80 dello scorso secolo i rapporti tra la magistratura, specialmente inquirente, e la politica entrano in una fase di tensione che si protrae fino ad oggi. Le inchieste che si susseguono, con esiti alterni, a carico dei «colletti bianchi» se, da un lato, danno corpo ai principi costituzionali di eguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, arrivando talvolta a lambire centri di potere di grandissima forza (per tutte, le inchieste sui banchieri Sindona e Calvi), dall’altro espongono i pubblici ministeri ad accuse di protagonismo e di politicizzazione (ovvio il riferimento a Mani pulite, o alle inchieste sui legami tra mafia e politica). Nelle tensioni che, a partire dalla fine della Prima Repubblica, segnano la crescente difficoltà della politica nell’interpretare e governare la società italiana, la magistratura finisce con l’essere gravata da funzioni di supplenza della politica (si ricordano, tra i tanti possibili esempi, il caso Englaro e la vicenda dell’Ilva di Taranto) e la magistratura inquirente, in particolare, finisce con l’essere percepita, tutte le volte che la sua azione vada a toccare interessi politici o economici significativi, come un player politico che gioca partite in proprio, o di sponda con altri player.

Nella concretezza storica della vicenda italiana, in sostanza, la magistratura ha assunto un ruolo di controllo particolarmente penetrante rispetto al potere politico ed economico, portando la propria azione in ambiti nei quali il sindacato di legalità impatta su assetti e temi politici. Tale sviluppo storico è stato possibile in quanto un ceto professionale variegato nella sua composizione sociale e nei suoi orientamenti culturali ha potuto operare in condizioni da assoluta indipendenza non soltanto esterna ma anche interna (quella dei singoli magistrati dai loro dirigenti). Lo scudo di questa indipendenza è stato il Csm, la cui forza deriva dal fatto di essere un organo rappresentativo (perché a composizione elettiva) dell’intera magistratura, giudicante e requirente.

Depotenziare il Csm realizza le premesse il ritorno della magistratura verso il modello pre-costituzionale di ceto funzionariale, coordinato e sintonico con i titolari del potere politico. Nel delicato meccanismo di pesi e contrappesi che regola i rapporti tra poteri di governo e poteri di garanzia, la magistratura italiana è così destinata a perdere la connotazione antimaggioritaria – naturale riflesso della incomprimibilità dei diritti fondamentali – che l’ha caratterizzata nell’ultimo mezzo secolo. Non è un problema dei magistrati, è un problema dei cittadini.

*Consigliere di Cassazione e membro del Csm

L’ultimo anello nella catena dell’obbedienza

Leggi e ordini La riforma tra mille aporie fa il passo decisivo nella direzione della trasformazione del pubblico ministero in un anello della catena governativa

Andrea Fabozzi  23/07/2025

Può sembrare un paradosso che il più goffo ministro di Meloni, quello che imparruccato da garantista ha gonfiato il codice penale fino a farne il vero programma di governo, quello che nel frattempo garantiva impunità e servaggio ai trafficanti libici tanto da essere costretto a nascondersi dalla Corte internazionale, quello che resta immobile davanti al disastro delle carceri o pensa di affrontarlo comprando mille congelatori, sia proprio il ministro che sta riuscendo a portare a casa l’unica riforma tra le mille annunciate dalla destra.

Se ciò accade è perché Nordio si è dimostrato capace di sostenere un principio e il suo contrario e qui mette giusto la firma su un progetto contrattato da altri e portato avanti come unica mediazione raggiungibile dalle forze di maggioranza – e infatti non è modificabile di una virgola dal parlamento, una oscenità trattandosi di riforma costituzionale.

Ma che il ministro più incapace si prenda i riflettori del riformatore non è un paradosso perché questa riscrittura della Costituzione è come lui maldestra, bugiarda rispetto agli annunci, pericolosa negli esiti e rivelatrice delle reali pulsioni della maggioranza.

La riforma tra mille aporie fa il passo decisivo nella direzione della trasformazione del pubblico ministero in un anello della catena governativa. Uno strumento, dunque, dell’azione politica che ha come obiettivo tutelare ricchi e potenti e perseguire marginali e dissenzienti. L’indipendenza della magistratura presuppone la libertà di pensiero che qui è ridicolizzata dal sorteggio per l’elezione dei rappresentanti nel Csm, ed è invece l’unica possibilità perché un cittadino possa continuare a sperare di restare uguale davanti alla legge. Garanzia chiaramente non sufficiente visto che già oggi raccontano la realtà dei tribunali italiani molto più i tempi biblici (che con Nordio peggiorano), i minori ingabbiati a getto continuo in solerte applicazione del decreto Caivano, le misure alternative al carcere negate in via automatica, gli attivisti perseguiti adeguandosi alla lettera al decreto Sicurezza, i migranti accusati di “scafismo” (e qui l’appello dell’assoluzione non scandalizza il ministro), i provvedimenti di espulsione e i sequestri delle imbarcazioni che salvano vite in mare convalidati senza battere ciglio, molto più che i casi di decisioni contrarie alle aspettative della maggioranza. Quelli che, quando ci sono, puntualmente provocano gli attacchi scomposti della destra alla magistratura che altro non rappresentano se non bruschi inviti al conformismo. Il genere di intimidazione che quando va a segno lo fa senza che si noti troppo. La riforma serve a completare l’opera, a fare dell’invito all’obbedienza un sistema.

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