LA POLIZIA MANGANELLA GLI STUDENTI ANTI-MELONI: “BASTA, CI HANNO ROTTO” DA il fatto
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA POLIZIA MANGANELLA GLI STUDENTI ANTI-MELONI: “BASTA, CI HANNO ROTTO” DA il fatto

La Polizia manganella gli studenti anti-Meloni: “Basta, ci hanno rotto”

CARICHE CONTRO GLI ATTIVISTI – Cinque ragazzi all’ospedale. Manifestanti per lo più giovani e giovanissimi scesi in strada contro il caro-affitti e per il diritto allo studio

 LUDOVICA LOPETTI  4 OTTOBRE 2023

C’è un video, tra quelli girati a Torino, che ha catturato le parole di un poliziotto prima dell’ultima carica contro gli studenti. Dice: “Basta, hanno rotto il cazzo”; e pochi secondi dopo partono le manganellate contro giovani disarmati e senza caschi.

Si è chiusa così, con almeno 5 studenti mandati al pronto soccorso, 4 agenti feriti e 60 persone identificate dalla Digos, la visita di Giorgia Meloni a Torino, dove ieri è intervenuta al Festival delle Regioni. Mentre la premier era attesa al Teatro Carignano, fuori circa 300 persone tra studenti universitari, attivisti e (pochi) esponenti dei centri sociali scandivano slogan di protesta in un centro storico blindato. Manifestanti per lo più giovani e giovanissimi scesi in strada contro il caro-affitti e per il diritto allo studio: tra loro c’erano studenti universitari e delle superiori, gli attivisti di Cambiare Rotta, alcuni esponenti di Potere al Popolo e del centro sociale Askatasuna. Presente anche chi nell’ultima settimana ha dormito nelle tende montate davanti al Campus Einaudi o si è incatenato in cima alla Mole per chiedere un incontro con Meloni, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e gli enti regionali per il diritto allo studio. Ai dimostranti però l’accesso in piazza Carignano è stato precluso da uno spiegamento massiccio di forze dell’ordine, che sbarravano tutte le vie d’accesso al centro sin dalla prima mattina.

Il corteo con in testa lo striscione “Meloni a Torino non sei la benvenuta” è partito intorno alle 10, ma quasi subito i manifestanti sono stati bloccati dagli agenti in assetto antisommossa e dopo il lancio di alcune uova è partita la prima carica, con uno studente ferito alla testa. Altre sono seguite davanti alla Prefettura, quando i poliziotti hanno bloccato in un vicolo cieco un centinaio di studenti per oltre un’ora. Dopo l’intervento della premier, la tensione si è allentata e uno spezzone ha fatto il percorso a ritroso prima di essere bloccato sotto la Mole: qui c’è stata un’altra carica in cui è rimasta ferita un’attivista.

Informata di quel che accadeva fuori, la premier ha liquidato le proteste: “Se a contestarmi sono quelli che insultano le forze dell’ordine e organizzano il racket delle occupazioni abusive, mi ricordano che sono dalla parte giusta della storia”. A fine giornata la Digos ha fatto sapere che diversi militanti di Askatasuna sono stati denunciati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, lancio di oggetti pericolosi e manifestazione non autorizzata.

Tortura, il governo cambia il reato: “Tutelare gli agenti”

A NOVEMBRE – Si va verso la modifica del 613 bis: nel prossimo pacchetto di riforme previsti “interventi sui crimini contro i pubblici ufficiali”

 VALERIA PACELLI E GIACOMO SALVINI   4 OTTOBRE 2023

Intervenire sul reato di tortura, nei fatti alleggerendolo. Non abrogarlo come proposto in passato da Fratelli d’Italia, ma modificarlo. Il rischio? Renderlo più difficile da contestare in quei casi di forze di polizia denunciati – come a volte è capitato – per i soprusi subiti da alcuni detenuti in carcere, ma non solo. Non si fa di tutta l’erba un fascio, ma ci sono stati episodi in cui l’abuso di potere si è tradotto in botte, schiaffi, umiliazioni. E poi torture. Alcune qualificate fonti di governo la definiscono un’ulteriore “svolta securitaria” che sarà accompagnata da “interventi sui reati contro i pubblici ufficiali per mettere in sicurezza le forze dell’ordine”. Tra le altre cose, la maggioranza sta lavorando anche per inserire la modifica del reato di tortura nel pacchetto di riforme che dovrebbe arrivare tra novembre e dicembre. L’obiettivo è intervenire sull’articolo 613 bis del codice penale. Questo è stato introdotto in Italia nel 2017, con la legge 110. È una disciplina nata per recepire quanto previsto dall’articolo 1 della Convenzione Onu del 1984 in cui si indica con il termine di tortura qualunque atto “mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti… al fine segnatamente di ottenere” una confessione o al fine di punire o intimorire.

L’articolo 613 bis del codice penale italiano è però meno specifico: viene contestato a chiunque “con violenze o minacce gravi cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla custodia…” dello Stato. Pena prevista: da quattro a dieci anni e può essere inflitta “se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante” della persona. Se il reato è commesso da un pubblico ufficiale, come possono essere ad esempio agenti di polizia penitenziaria, la pena è da 5 a 12 ani.

Questo il quadro normativo. In passato è stato proprio Fratelli d’Italia a chiedere l’abrogazione dell’articolo 613 bis con una proposta di legge, prima firmataria Imma Vietri. Per i deputati del partito di Giorgia Meloni il rischio era che potevano “finire nelle maglie del reato comportamenti chiaramente estranei al suo ambito d’applicazione classico, tra cui un rigoroso uso della forza da parte della polizia durante un arresto o in operazioni di ordine pubblico particolarmente delicate o la collocazione di un detenuto in una cella sovraffollata”. “Ad esempio, – spiegavano – gli appartenenti alla polizia penitenziaria rischierebbero denunce per tale reato a causa delle condizioni di invivibilità delle carceri”.

La proposta di legge di FdI – già allora contestata – arrivava a marzo 2023 in un momento peraltro in cui venivano sospesi dal servizio 23 agenti della polizia penitenziaria di Biella, accusati di tortura verso tre detenuti. Casi simili si sono verificati (secondo le accuse dei pm) anche nel carcere di Torino come in quello di San Gimignano (Siena).

La vecchia idea di FdI però non è stata del tutto abbandonata. Perché se pure non si parli più di abrogare il reato di tortura, ora si ragiona su come modificarlo. In vista del prossimo pacchetto di riforme, che arriverà in autunno, si starebbero limando gli ultimi aspetti, consapevoli di dover trovare una soluzione che non incontri ostilità nella maggioranza, come Forza Italia che già in passato si era detta contraria. “Il reato di tortura non si tocca”, aveva detto a luglio il senatore azzurro Pierantonio Zanettin.

Era stato poi lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio, a marzo scorso, ad assicurare: “Il governo Meloni non ha alcuna intenzione di abrogare il reato di tortura”. In aula il Guardasigilli aveva poi spiegato che una delle criticità del reato, così come scritto, riguardava la mancanza del dolo specifico, invece previsto dalla Convenzione di New York: “Il dolo specifico è quando una condotta viene tenuta al fine di ottenere un risultato ulteriore, in questo caso la confessione. Il nostro legislatore, invece, optando per una figura criminosa contrassegnata dal dolo generico, quindi senza l’intenzione ulteriore di ottenere un determinato risultato, ha eliminato il tratto distintivo della tortura rispetto agli altri maltrattamenti, rendendo concreto il rischio (…) di vedere applicata la disposizione nei casi di sofferenze provocate durante operazioni di ordine pubblico e polizia”. Su come verrà modificato il 613 bis, nessuno in maggioranza oggi si spinge oltre, certi delle polemiche che ne deriverebbero. Il rischio è che le modifiche tecniche finiscano per svuotare il reato. Con la scusa della svolta “securitaria”.

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