LA MOSTRA PERDE UN’OCCASIONE, “NAZA” SOLO PREMIO SPECIALE da IL MANIFESTO
La Mostra perde un’occasione, «Naza» solo Premio speciale
Cristina Piccino 13/09/2026
Venezia 83 A Venezia delusione per il doc sulla disumanizzazione dell’Idf di Yuval Abraham e Rachel Szor. Sarebbe stato il miglior Leone d’oro possibile. La Sala Grande in standing ovation, il regista: «Durante il festival uccisi sei bambini a Gaza»
Anche stavolta la Mostra del cinema ha perso l’occasione di essere davvero «nella storia». Ed è accaduto nuovamente tramite la sua giuria, presieduta dall’attrice e regista Maggie Gyllenhaal – insieme a Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shaharbanoo Sadat, Johnnie To – che ha deciso di assegnare il Leone d’oro non a Naza ma a Woman Unknown, il solo film nella competizione diretto da una donna, May el-Toukhy, oltre alla co-regia proprio di Naza di Rachel Szor. Una decisione che appare prima di tutto simbolica, annunciata dalle dichiarazioni della presidente il primo giorno del festival sulla sproporzione clamorosa nella selezione – il film ha ottenuto anche la Coppa Volpi per la sua interprete, Mathilde Arcel – e sulla diseguaglianza di genere nel cinema in cui si riflette, in Italia forse più che altrove, lo stato della società. Ma proprio le lotte transfemministe delle giovani generazioni ci insegnano come la condizione delle donne, la battaglia contro il patriarcato non si separa da quelle contro ogni forma di razzismo, di colonizzazione, ciò che lo stato di Israele mette in pratica da sempre nella sua storia contro i palestinesi fino al genocidio a Gaza dopo il 7 ottobre e alla pulizia etnica in Cisgiordania.
«NAZA», realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor – nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre – per la prima volta smaschera le menzogne israeliane nel volersi vittima, ripetute dal suo premier, rivelando la macchina dello sterminio e il suo funzionamento, e lo fa attraverso le testimonianze di ventiquattro militari dei gruppi di élite dell’intelligence israeliana che ne sono ideatori e esecutori, e che ne spiegano il sistema. Schedature, classificazioni, sorveglianza, l’uso di tecnologie raffinate, l’IA, gli algoritmi, per un genocidio guidato da remoto. «Naza» sono le vittime collaterali ovvero tutti i palestinesi senza distinzione di età, anche i neonati di cui i militari sentono il pianto prima di colpire, anche i bambini che corrono a cercare cibo affamati, osservati morire sullo schermo come «in un videogame». È un racconto dell’orrore ma prima ancora è un progetto politico che in questi anni Israele ha negato con la complicità del resto del mondo, di paesi europei «democratici» dove il movimento contro il genocidio è stato censurato, accusato di antisemitismo, represso. Dove chi ha preso la parola è stato messo al bando – pensiamo a Susan Sarandon a Hollywood o a Adèle Haenel in Francia, la cui presenza è stata cancellata in un programma della tv pubblica per le sue posizioni sulla Palestina.
A differenza di La voce di Hind Rajab, lo scorso anno, che testimoniava con forza nell’archivio della voce della bimba palestinese massacrata dai soldati israeliani quanto accade, Naza ci porta dall’altra parte per voce degli israeliani che non cercano alibi, dicono i fatti per come sono. È un potente gesto di responsabilità a cui i due giovani registi, correndo molti rischi, chiamano non solo la società del loro Paese mettendone a nudo l’indifferenza ma tutte le altre con le loro complicità – Italia in primis che blocca le sanzioni.
DARGLI IL LEONE d’oro era dunque non solo simbolico, ma affermava una posizione sempre più necessaria, e senza mettere in secondo piano il cinema, perché Naza è un bel film, la sua forma tesa, essenziale nel confronto con tante atrocità non deraglia mai, non cede alla retorica aprendo la visione sulla realtà a cui le storie si riferiscono, cioè Gaza distrutta solo alla fine con le immagini dei giornalisti palestinesi uccisi a centinaia dagli israeliani.
La Sala Grande all’annuncio del Premio speciale della Giuria – il più piccolo – si è alzata in piedi con un lunghissimo applauso che i due registi hanno quasi con imbarazzo chiesto di fermare. Niente di simile per gli altri film, compreso il Leone d’oro Woman Unknown. «Penso alle persone, ai politici, ai media che attaccano il nostro film senza averlo visto, solo per evitare di guardare la realtà in cui siamo. In questi dieci giorni di festival i soldati israeliani hanno ucciso almeno sei bambini. Gli ufficiali dell’intelligence ci hanno parlato di attacchi sistemici, di politiche che sono volte all’eliminazione dei palestinesi che sono stati documentati e conosciuti grazie anche ai giornalisti palestinesi. A Gaza ne sono stati uccisi più di duecento, le loro voci messe a tacere è un altro crimine perpetrato dal governo israeliano, ecco perché per noi è importante che se parli» ha detto Yuval Abraham ritirando il premio.
QUALCHE GIORNO fa sbarcando al Lido, gli attivisti della Flotilla – riferendosi al rifiuto della Biennale di issare la bandiera palestinese fra le altre – hanno detto che la bandiera non è il punto, e che la resistenza contro il genocidio è un «laboratorio» contro i fascismi e gli autoritarismi che dilagano. Naza ci dice anche questo, obbliga a guardare dentro le nostre società e a interrogarsi.
Abbiamo amato Possible Love, la lotta di classe secondo il regista Lee Chang-dong, e anche John Malkovich è un grande attore, il concorso veneziano era un po’ ingabbiato, e se si parla di forma lo stesso Woman Unknown non è così innovativo. Ci piacerebbe anche sapere come ha fatto Maggie Gyllenhaal a mettere insieme nel suo palmarès Woman Unknown con il patriarcato facho del Leone d’argento al regista russo Khrzhanovsky per Dau. Forse le si dovrebbe spiegare che utilizzare le stesse dinamiche di umiliazione di ciò che si vorrebbe criticare finisce per giustificarle. La verità non ha bisogno di mostrare. In Naza è in quelle parole nel buio della notte di Tel Aviv che mai nessun militare o politico israeliano aveva pronunciato e nessun media o artista aveva cercato. Abraham e Szor lo hanno fatto, il miglior Leone d’oro umano e morale possibile.
Yuval Abraham e Rachel Szor, «abbiamo detto “mai più”, non può valere solo per gli israeliani»
Cristina Piccino 13/09/2026
VENEZIA
Film Intervista ai due registi di «Naza», vincitore del Premio della giuria. «La gente crede che ora ci sia il cessate il fuoco, ma nel frattempo Israele ha ucciso almeno 1000 persone di cui 300 bambini»
In Israele il film ha scatenato reazioni durissime. Non è la prima volta per Yuval Abraham e Rachel Szor, finiti sotto accusa già per il documentario premio Oscar No Other Land realizzato con gli attivisti e filmmaker palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal; dopo la vittoria alla Berlinale la casa della famiglia di Abraham venne presa d’assalto da estremisti israeliani e lui fu minacciato di morte.
L’Idf ha querelato Naza per «falsità», c’è anche qualcuno che ha parlato antisemitismo. «Non temiamo questi attacchi» ha detto James Wilson, uno dei produttori di Naza insieme al quotidiano britannico The Guardian e al regista Jonathan Glazer (La zona di interesse). «Sia io che Jonathan siamo ebrei e Yuval e Rachel sono ebrei e israeliani. Quanto alle fonti abbiamo lavorato a partire da alcune inchieste già pubblicate su Local Call e +972 Magazine e con The Guardian la verifica delle informazioni è stata capillare».
«Lavoriamo da anni nel giornalismo investigativo, abbiamo dato la parola a ventiquattro militari, anche se ne abbiamo contattati molti di più, dovevamo avere molte più testimonianze per poter capire il sistema dall’interno, e mettere in luce le responsabilità di Israele a Gaza» aggiunge Yuval Abraham che incontriamo al Lido insieme a Rachel Szor.
Il premier israeliano Netanyahu è stato accusato di non avere agito per impedire l’attacco del 7 ottobre pur essendone informato. Voi cosa ne pensate?
Non abbiamo abbastanza informazioni a riguardo, il 7 ottobre è stato un massacro terribile ma questo non può farci ignorare ciò che Israele ha fatto nei tre anni successivi, le migliaia di civili palestinesi uccisi a Gaza. I media israeliani tacciono, il muro della negazione è totale. Sentirlo dire da chi ha ucciso può forse aiutare a scalfirlo, portando alla luce un sistema basato sulla disumanizzazione che governo e militari negano. Rispondono accusando chi ha accettato di parlarci di dire il falso. Non è stato semplice convincerli, le inchieste in passato sono state sempre smentite dal portavoce dell’Idf ma ora che tutto è in ebraico e ripreso dalle telecamere, e se ne parla a Tel Aviv. Speriamo che sia un po’ più difficile ignorarlo.
Dalla terrazza dove Yuval parla con i militari vediamo la vita quotidiana di Tel Aviv che sembra indifferente alla guerra.
C’è un rito che è quello dei notiziari della sera: la gente guarda le news e si appiattisce sulla propaganda, anche se alcuni media continuano a lavorare onestamente. Gaza dista sessanta chilometri da Tel Aviv ma nella percezione collettiva è come se i palestinesi e il genocidio non esistessero. La società israeliana pensa che nessuno sia innocente a Gaza rispetto al 7 ottobre, è stata permeata dal processo di disumanizzazione. Uno degli ufficiali dice che fra i compiti della sua unità era impedire la pace, il sistema aveva già schedato ogni abitazione a Gaza, e i bombardamenti hanno lo scopo di distruggere tutti. La gente crede che ora ci sia il cessate il fuoco ma nel frattempo Israele ha ucciso almeno 1000 persone di cui 300 bambini.
Nelle frasi dei militari c’è spesso un riferimento al nazismo e all’Olocausto.
La Shoah è un trauma che fonda la società israeliana, che appartiene a ogni famiglia, ma il fatto che sia utilizzata per reprimere e censurare un processo di verità è inaccettabile. Israele a Gaza ha creato una macchina di sterminio, non voglio dire che il genocidio palestinese sia la stessa cosa dell’Olocausto ma riconosco meccanismi analoghi di contabilità e disumanizzazione. Abbiamo detto «mai più», non può valere solo per noi.
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