IRAN: LA FALSA MORALE TRA RIVOLTA, IMPER E CAPITALE da IL FATTO e IL MANIFESTO
IRAN: LA FALSA MORALE TRA RIVOLTA, IMPERO E CAPITALE
Pasquale Liguori 16/01/2026
Un ritornello affascina certa accademia, avvezza a scrutare le convulsioni del mondo dalla distanza di sicurezza garantita dalle proprie cattedre europee. È la melodia seducente di chi ci invita a uscire dalla logica dei “blocchi” e a vedere nelle rivolte colorate – nello specifico, nei tumulti che attraversano oggi l’Iran – solo l’espressione pura e molecolare del desiderio. Secondo questa narrazione, chiunque osi parlare di Stati, di sovranità o di ingerenza imperiale rispetto a ciò che accade a Teheran sarebbe affetto da un riduzionismo nostalgico, incapace di comprendere la complessità reticolare del capitalismo contemporaneo. È una visione elegante, colta, perfetta per i salotti progressisti. Ed è, nella sua essenza materiale, la più sofisticata forma di fiancheggiamento dell’imperialismo oggi esistente.
Si ripete spesso che la vera libertà inizi quando si smette di scegliere tra due menzogne, tra l’autoritarismo domestico e l’ingerenza esterna. Questa postura, che si ammanta di nobiltà morale (“né con gli uni, né con gli altri”), nasconde una falsificazione della realtà. In un conflitto asimmetrico, dove una parte detiene il monopolio della valuta di riserva, il controllo dei circuiti finanziari globali e la più grande macchina militare della storia, dichiararsi neutrali o “terzisti” significa semplicemente avallare la legge del più forte. Liquidare la brutale gerarchia di potenza tra le nazioni come un’ossessione novecentesca significa ignorare, come se fosse un dettaglio trascurabile, che la guerra non si combatte solo con le idee, ma con i flussi del capitale globale. Chi oggi invita a guardare oltre la sovranità, fingendo che il vincolo esterno non esista, sta chiedendo alla vittima di abbassare l’unico scudo rimasto mentre il predatore economico è alla porta.
L’accusa ricorrente è che difendere l’autonomia statuale in paesi come l’Iran significhi cadere in una deriva reazionaria. Si sostiene che il capitale oggi sia fluido, senza patria, e che dunque i confini siano solo gabbie per i popoli. Questa è un’analisi cieca davanti all’economia politica. In un paese dalla civiltà millenaria, assediato dalle sanzioni, lo Stato nazionale – con tutte le sue contraddizioni – non è un feticcio identitario: è un’infrastruttura materiale di sopravvivenza. Senza quella capacità di tenuta, non c’è la “liberazione dei corpi” o il “divenire moltitudine”: c’è solo il mercato deregolamentato. C’è lo spazio vuoto pronto per essere riempito non dai diritti, ma dai capitali speculativi che necessitano di ridefinire il perimetro egemonico per scaricare le proprie crisi di accumulazione. La sovranità è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, affinché il conflitto sociale resti politico e non diventi mera amministrazione coloniale. Chi attacca questa diga in nome di un internazionalismo astratto sta lavorando, consapevolmente o meno, per il ceto compratore che attende solo il crollo delle istituzioni per svendere gli asset nazionali al miglior offerente.
Mentre ci si commuove per l’estetica delle piazze, si rimuove sistematicamente la causa strutturale che rende quelle piazze esplosive. Non si tratta solo di sete di libertà contro oscurantismo, come piace alla narrazione liberal. Si tratta di una guerra economica spietata. Le sanzioni non sono punizioni morali contro i dittatori; sono armi di distruzione di massa del tessuto sociale. Esse ristrutturano i rapporti di classe, impoveriscono il lavoro organizzato e creano quella disperazione che poi viene canalizzata strumentalmente contro lo Stato. Ignorare questo nesso materiale, concentrandosi solo sulla repressione della polizia e mai sulla violenza dell’embargo, non è umanesimo: è complicità. È guardare l’effetto e assolvere la causa. È trasformare la protesta legittima in un “varco” per la penetrazione esterna.
C’è infine un banco di prova ineludibile che sbriciola la retorica dell’equidistanza: la Palestina. È grottesco che settori del progressismo occidentale si sentano autorizzati a dare lezioni morali a Teheran ignorando un dato di fatto gigantesco. Nonostante l’angustia economica imposta dall’imperialismo, gli agguati, i sabotaggi e le costanti pressioni militari e di sangue a cui è sottoposto, lo Stato iraniano è stato l’unico attore globale a sostenere materialmente l’autodeterminazione palestinese. Mentre l’Occidente “democratico” forniva le bombe per il massacro o si limitava a sterili appelli umanitari, l’Iran ha opposto alla crudeltà sionista risposte efficaci, pagando un prezzo altissimo in termini di sicurezza e vite umane. C’è chi chiacchiera di diritti mentre finanzia il genocidio, e c’è chi, pur nelle sue contraddizioni interne, fornisce alla resistenza gli strumenti concreti per non essere cancellata dalla storia. Si sente spesso ripetere che il supporto alle rivolte debba essere incondizionato e che porsi il problema delle ricadute sugli equilibri mondiali sia un tradimento dei giovani in piazza. Al contrario: il vero tradimento è vendere illusioni. La realtà materiale ci dice che l’Impero non interviene per portare “Donna, Vita, Libertà”, ma per trasformare nazioni sovrane in mercati da saccheggiare. La realtà ci dice che i diritti umani sono diventati una tecnologia politica per legittimare l’aggressione laddove i marines non possono arrivare. Non servono mappe colorate o grandi strategie da tavolo per capirlo: basta seguire i soldi. Smettetela di raccontarci che la guerra è finita o che è solo un vecchio incubo novecentesco. La guerra è qui, è sporca, è fatta di debito, di sanzioni e di sabotaggi. E in questa guerra, chi si rifiuta di nominare il nemico imperiale non sta praticando una forma superiore di pensiero critico. Sta semplicemente scegliendo la forma più ipocrita di diserzione.
Cuba, l’inviata dell’Onu: sanzioni Usa devastanti, ma per la popolazione
Roberto Livi 12/09/2026
Embargo La missione dell’inviata del consiglio per i diritti umani, Alena Dohuan. Una smentita della tesi di Rubio su come «colpire una dittatura»: i colpiti sono i cubani
Gran parte dei mass media internazionali (Italia compresa) ha riportato i dati forniti dal ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez sull’impatto dello strangolamento finanziario-economico e commerciale unilateralmente attuato dagli Usa contro Cuba. Secondo il ministro, dal 1° marzo dello scorso anno al fine febbraio di quest’anno, i danni causati a Cuba sono valutati a circa 8 miliardi di dollari. Con un incremento del 7% relativo agli anni precedenti. I danni totali subiti da Cuba dall’inizio dell’”embargo “ (1962) sono valutati in 178,7 miliardi di dollari.
L’incremento denunciato da Rodríguez non comprende però l’Over Compliance, le raffiche di sanzioni e misure punitive (quasi 200 dalla fine di febbraio) adottate dal segretario di Stato Marco Rubio. Né il loro devastante impatto non solo sull’economia dell’isola quanto sulla vita dei circa 9,5 milioni di abitanti di Cuba. Impatto che già fa intravvedere una «crisi umanitaria».
È quanto ha denunciato l’inviata del Consiglio per i Diritti umani dell’Onu Alena Dohuan dopo una sua missione in Cuba: le sanzioni e le restrizioni finanziarie degli Usa – anche secondarie, ovvero con effetti su paesi terzi – incidono direttamente e principalmente sulla vita di milioni di cubani de a pie. Dohan ha denunciato che gli strumenti finanziari usati (dagli Usa) come mezzi di pressione geopolitica portano a un deterioramento del multilateralismo, ovvero di relazioni internazionali basate su regole condivise e colpiscono in modo devastante i diritti umani.
È una netta smentita delle tesi di Marco Rubio, secondo il quale le sanzioni Usa sono dirette a colpire uno «stato dittatoriale che viola i diritti umani della popolazione». Una narrazione che inverte le responsabilità, come quella ripetuta da Trump che Cuba è uno Stato fallito. Quando sono le sanzioni Usa che violano i diritti dell’uomo e provocano il collasso economico in Cuba.
Le sanzioni – ha informato Dohan – colpiscono con effetto a cascata l’accesso a medicinali e apparecchiature mediche, carburanti, produzione industriale, operazioni bancarie, beni di prima necessità e persino aiuti umanitari. L’economia di Cuba, come pure la vita della maggioranza della popolazione, sono costrette a (dis)funzionare in perenne stato di emergenza, con tempi di programmazione sempre più corti e incerti.
Cuba diventa così un caso paradigmatico delle pericolose azioni delle sanzioni come mezzo di pressione geopolitica. È infatti possibile un ordine internazionale fondato su norme comuni quando gli strumenti economici vengono usati per isolare Stati sovrani dal sistema finanziario, economico e tecnologico internazionale? Dunque violando la sovranità e l’indipendenza di uno Stato e i diritti umani?
È la questione posta alla 63° sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu (iniziata il 7 settembre) dalla relatrice (sui “mezzi coercitivi unilaterali”) Zaina Allad, direttrice del Palestine Land Studies Center dell’Università americana di Beirut. Questioni alle quali soprattutto l’Ue deve rispondere per cercare di evitare che dopo Gaza anche Cuba sia teatro di una crisi umanitaria.
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