LA KIPPAH NON C’ENTRA, PERÒ GLI EBREI SI DISTINGUANO DA ISRAELE da IL FATTO e ANTIDIPLOMATICO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA KIPPAH NON C’ENTRA, PERÒ GLI EBREI SI DISTINGUANO DA ISRAELE da IL FATTO e ANTIDIPLOMATICO

La Kippah non c’entra, gli ebrei però si distinguano da Israele

Tomaso Montanari  31 Luglio 2025

Comunque siano andati i fatti all’autogrill di Lainate, sarebbe gravissimo, intollerabile, se a qualcuno che è visibilmente ebreo (perché indossa la kippah) ci si rivolgesse gridando: “Palestina libera!”, o peggio. Perché qui agirebbe il presupposto razzistico (mostruoso, e foriero dei più grandi mali del nostro tempo) per cui si sarebbe responsabili, o nemici, o bersagli a causa di ciò che si è per via di sangue. Chi, come me, si batte per il popolo palestinese deve guardare con orrore atti come questo, e li deve pubblicamente condannare: senza alcuna reticenza. Con eguale forza, va rigettata anche la strumentalizzazione che addossa questa deriva antisemita a chi, appunto, difende i palestinesi. Per mesi, e tuttora accade, chi ha parlato di “genocidio” si è sentito dare dell’antisemita, con un’argomentazione che, fraudolentemente, confonde ebraismo e Israele. D’altra parte, questa totale sovrapposizione è continuamente proposta: solo pochi giorni fa, la presidente delle comunità israelitiche italiane ha attaccato frontalmente Macron per il riconoscimento dello Stato palestinese, e la comunità fiorentina difende a spada tratta la permanenza di Marco Carrai (non ebreo, ma console onorario di Israele) alla guida della Fondazione dell’Ospedale pediatrico Meyer. Da mesi, nel discorso pubblico, Israele e l’ebraismo sono stati resi indistinguibili e non c’è più traccia di quella tensione di cui parlava, per esempio, Primo Levi in una mirabile intervista data a Gad Lerner nel 1984: “Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori d’Israele, torni fra noi ebrei della Diaspora che abbiamo il compito di ricordare ai nostri amici israeliani il filone ebraico della tolleranza”. Quel baricentro è oggi tutto spostato a Tel Aviv: fino a far scattare l’equivalenza (falsa) ebreo = israeliano. Ovviamente, questo non giustifica in alcun modo l’oscena presunzione di correità degli ebrei nel genocidio dei palestinesi: ma indica quale benzina bisognerebbe smettere di gettare sul fuoco.

L’altra cosa che bisogna fare è riconoscere sempre il movente nazionale, etnico, razziale o religioso, quando c’è: come c’è oggi nell’Israele che stermina i palestinesi di Gaza, compiendo appunto un genocidio. Chi si rifiuta di usare la parola ‘genocidio’ (come per esempio Michele Serra, che preferisce parlare di ‘ecatombe’, in un editoriale in cui Israele non è neanche nominato) non dice la cosa essenziale, ormai certificata dalla scienza giuridica mondiale e da un numero impressionante di studiosi dell’Olocausto e, appunto, del genocidio: e cioè che i palestinesi di Gaza vengono massacrati in quanto palestinesi, esattamente come gli ebrei vengono aggrediti in quanto ebrei. L’eliminazione dei bambini, la distruzione del patrimonio culturale, l’annullamento del nesso con la terra, e i mostruosi episodi in cui lo sterminio viene spettacolarizzato e goduto dai coloni: tutto combacia con le dichiarazioni esplicite, e ripetute, dei ministri israeliani, con quel ‘o noi, o loro’ detto ormai in chiaro, che rende nitida anche la soluzione finale, la distruzione di un popolo intero. Sarebbe legittimo aspettarsi che proprio le comunità ebraiche, grazie a una saggezza maturata nell’orrore di un genocidio subìto, fossero le prime a condannare l’Israele genocida: e infatti questo succede negli Usa, nello stesso Israele e in giro per il mondo. Al contrario, in Italia le voci ebraiche di chi, come Anna Foa, ha pronunciato la parola ‘genocidio’ vengono isolate e liquidate come ‘tradimento’. Ma è il sistema mediatico italiano, quello mainstream, che ha la responsabilità enorme di aver bruciato, in pochi mesi, anni di educazione collettiva costruita nei Giorni della Memoria e a forza di ‘mai più’: perché se per i palestinesi non vale ciò che abbiamo detto per anni per gli ebrei, nessuno sdegno sarà più credibile, nessuna condanna condivisa. Perché sembreranno di parte, strumentali, falsi.

La Conferenza Ebraica Antisionista chiede l’espulsione di Israele dalle Nazioni Unite e la sua punizione

Enrico Vigna • 30 Luglio 2025 

Un incontro di oltre 1.000 antisionisti ebrei e non ebrei a Vienna, in Austria, ha rivolto un fermo appello a tutti gli Stati e le comunità ad adempiere ai loro obblighi ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e ad adottare tutte le misure necessarie per fermare il genocidio in corso a Gaza, comprese le sanzioni.

Questo primo evento del suo genere in Europa, ha già gettato le basi per la pianificazione di una seconda conferenza nel 2026. La dichiarazione finale adottata dalla conferenza (13-15 giugno) ha dichiarato: “Noi, relatori e organizzatori della conferenza, rilasciamo questo appello generale, che riflette le posizioni collettive raggiunte durante i tre giorni di deliberazioni”.

La conferenza era stata  organizzata da un piccolo comitato direttivo con sede a Vienna, è stato un incontro appassionato di attivisti per la solidarietà alla Palestina da tutto il mondo. C’era anche una delegazione dall’Indonesia. Il suo successo ha sorpreso gli stessi organizzatori, con centinaia di persone che hanno dovuto essere respinte. Persone ebraiche e non ebree di tutte le fedi o di nessuna, si sono unite nella determinazione di vedere la fine della velenosa ideologia del sionismo che ha motivato la creazione dello stato israeliano.

Tra i tantissimi oratori, hanno parlato Ilan Pappe, Ghada Karmi Francesca Albanese, Rahma Zein, Rima Hassan.

La Conferenza è stata aperta dal veterano antisionista israeliano Haim Bresheeth della Rete ebraica britannica per la Palestina. I relatori della prima sessione sono stati Ghada Karmi, Ilan Pappe, Rima HassaTn, l’eroina della flottiglia della libertà e Francesca Albanese, l’impavida relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina. Gli ultimi due sono apparsi per collegamento video. Rima aveva intenzione di partecipare di persona, ma a causa del suo rapimento e minacce da parte di Israele non era stata in grado di poterlo fare. La sessione è stata moderata da Haim Bresheeth.

Roger Waters ha inviato un video speciale, dove ha anche annunciato di aver contribuito con una donazione per finanziare la conferenza.

Le sessioni si sono articolate in questo modo:

  • Dall’orgoglio alla negazione: ebrei arabi e integrazione nel mondo arabo.
  • Rivendicare l’antifascismo e combattere la strumentalizzazione dell’antisemitismo
  • La decolonizzazione e la liberazione: la rilevanza dei modelli storici
  • Dell’impunità, le sanzioni in esecuzione cosa includeranno

Il Congresso ha rappresentato il primo segno visibile delle crepe nel sostegno precedentemente monolitico delle comunità ebraiche della diaspora per il sionismo e Israele. Gli ebrei in tutto il mondo si stanno rendendo conto del fatto che vengono utilizzati dalle élite imperialiste come alibi morale per il genocidio, l’omicidio di massa e l’apartheid di Israele. Un Israele che occupa il territorio libanese e siriano, che minaccerà in futuro l’Iraq, la Giordania e l’Egitto, che sta già attaccando l’Iran e lo Yemen. Israele ogni volta che attacca un paese è per “autodifesa”, proprio come i suoi ingannatori attacchi alle persone come “antisemiti”, questo mascheramento di continui attacchi contro i suoi vicini come “autodifesa” si sta riducendo, come mostrato da ogni sondaggio nei paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti.

Oggi abbiamo una situazione in cui le élite delle società privilegiate di tutto il mondo, sostengono lo Stato sionista di Israele, ma grandi parti delle popolazioni esprimono sempre più il rifiuto di uno stato il cui militarismo è ormai genocida e criminale.

Mentre Israele attaccava l’Iran, in nome della “autodifesa”, centinaia di delegati a Vienna, si sono riuniti come ebrei antisionisti e alleati contro il sionismo. Al termine della tre giorni  il Congresso ebraico antisionista ha dichiarato, attraverso un comunicato le su conclusioni: “… siamo con tutti i palestinesi, in Palestina come in esilio. Siamo contro il sionismo e i suoi crimini, tra cui genocidio, apartheid, pulizia etnica e occupazione. Affermiamo il diritto dei popoli sotto occupazione di resistere con tutti i mezzi, come riconosciuto in numerose risoluzioni dell’ONU…È essenziale che gli ebrei con una coscienza si uniscano ovunque in opposizione al sionismo, in cooperazione e solidarietà con il movimento globale per la liberazione della Palestina. Siamo impegnati ad espandere il nostro movimento oltre le sue radici europee per includere voci antisioniste da tutto il mondo, incluso il Sud del mondo. Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra commessi da Israele dal 7 ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica, l’apartheid militare, l’annientamento delle città, la distruzione di scuole, le uccisioni di medici e la fame di massa, come strumento per l’espulsione forzata di oltre due milioni di abitanti di Gaza, così come il genocidio in corso di centinaia di migliaia di civili, uno dei peggiori crimini di guerra del nostro tempo. Queste azioni sono già state riconosciute dalla Corte penale internazionale e dalla Corte internazionale di giustizia, anche se lo Stato di Israele ha categoricamente respinto le richieste di entrambi i tribunali. Ha anche respinto numerose richieste sia dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che dal Consiglio di sicurezza allo stesso modo. Di conseguenza, quasi due milioni di civili sono ora imprigionati in una piccola area della Striscia di Gaza, senza accesso a cibo, acqua, medicine, rifugi o cure mediche. I nuovi crimini sono solo le ultime aggiunte a una lunga storia di crimini simili, risalenti al 2007. Nonostante le ripetute violazioni delle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, nonché di estensioni e ampi rapporti emessi da relatori speciali delle Nazioni Unite, non sono state imposte sanzioni a Israele…Le sanzioni dovrebbero includere la sospensione dell’appartenenza di Israele all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, come è successo nel 1974 con il Sudafrica per aver praticato l’apartheid. I crimini di Israele sono chiaramente più orribili….Ma nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l’umanità avrebbe potuto essere commesso o continuato  senza il sostegno attivo ed infervorato delle potenze occidentali, attraverso aiuti militari, sostegno finanziario e copertura politica e diplomatica, guidato da Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, permettendo e armando uno stato criminale che commette un genocidio. Questi governi hanno la responsabilità legale e morale ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948. Mentre le Nazioni Unite hanno dispiegato le forze internazionali per decenni per separare i combattimenti tra Israele e Egitto, e Israele e Libano, non ha mai stabilito una forza di protezione per proteggere le vite palestinesi dall’oppressione sistematica e dal terrorismo perpetrato dallo Stato israeliano…Siamo determinati ad affermare che è giunto il momento di attuare una tale misura umanitaria. Senza di essa, Israele continuerà i suoi crimini di massa contro i palestinesi..”.

Parola di israeliani: “Genocidio a Gaza”. Trump: “C’è fame”

Giulia Marchina  29 Luglio 2025

Per la prima volta B’Tslem e Human Rights Israel usano la definizione: “Presi di mira i palestinesi solo a causa della loro identità”

Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Lo dicono per la prima volta due ong israeliane – B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel – in due rapporti distinti. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha spiegato che Israele ha preso di mira i civili di Gaza “solo a causa della loro identità di palestinesi nel corso di quasi due anni di guerra”. Non è solo negli ultimi mesi, dunque, è dall’inizio: è la sistematica “distruzione totale, la fame e lo sfollamento permanente dei palestinesi a Gaza”, insieme alle politiche attuate sul campo. Per le ong sono azioni “intenzionali”, e non la degenerazione improvvisa del conflitto.

Questa guerra ha causato “danni gravi e in alcuni casi irreparabili alla società palestinese”. Il direttore di Physicians for Human Rights Israel, Guy Shalev, sostiene che spesso la comunità ebraico-israeliana respinge le accuse di genocidio, tacciandole di antisemitismo. “Nulla ti prepara alla consapevolezza di far parte di una società che sta commettendo un genocidio. Questo è un momento profondamente doloroso per noi”, hanno detto al Guardian. L’offensiva non si ferma: le strutture ospedaliere nella Striscia registrano nuovi decessi. Gli attacchi dell’esercito israeliano hanno ucciso almeno 65 persone. Di queste, 23 sono state uccise ieri mentre cercavano aiuti a Gaza. Da ottobre 2023, almeno 59.921 persone sono state uccise e 145.233 sono rimaste ferite.

Domenica, all’apertura dei corridoi umanitari, il Coordinamento delle attività governative nei territori del ministero della Difesa israeliano ha fatto sapere che oltre 120 camion sono entrati a Gaza per distribuire viveri. Dopo aver definito la situazione un “disastro”, Trump è tornato sulla questione, addossando a Israele la responsabilità per i mancati aiuti. “Possiamo salvare molte persone, c’è una fame vera, non si può fingere” – smentendo di nuovo Netanyahu: “A Gaza non c’è fame” –, a margine di un incontro con il premier britannico Keir Starmer che ha rincarato la dose: “È una catastrofe assoluta”. Reazioni anche dalla Spagna: il primo ministro Pedro Sánchez ha descritto quella di Gaza come “una vergogna per tutta l’umanità”. Sull’apertura dei primi corridoi umanitari, l’Onu li definisce “una goccia nell’oceano”, come riferito dal responsabile umanitario Tom Fletcher. Ieri pomeriggio, nel corso della conferenza alle Nazioni Unite – che gli Stati Uniti hanno definito “trovata pubblicitaria” – sulla soluzione dei due Stati per il conflitto tra Israele e Palestina, è stato osservato un minuto di silenzio. La conferenza entra nel vivo oggi. Due Stati distinti è l’unica soluzione per il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin che durante un evento del Giubileo ha rilanciato la necessità di “un dialogo tra le parti”. Il Vaticano ha riconosciuto la Palestina nel 2015, nominandola come Stato per la prima volta in un trattato bilaterale. “Per noi quella è la soluzione. Due Stati che vivono vicino l’uno all’altro in autonomia e sicurezza”. Sull’attacco alla parrocchia di Gaza ha raccontato di aver preso per buone le ricostruzioni dell’esercito israeliano. “Non ho altri elementi per fare una valutazione differente. Non abbiamo potuto fare un’indagine indipendente. L’impressione è che tante volte questi errori si ripetano. Bisognerà porre una particolare attenzione per evitare che i luoghi di culto e le istituzioni umanitarie possano essere colpiti”. Ieri, in seguito all’attacco di Taybeh, vicino a Ramallah – in Cisgiordania –, di un villaggio cristiano, è intervenuto il ministro degli Esteri Antonio Tajani:

“Inaccettabile quello che è successo, veramente criminale. I cristiani sono una risorsa per l’intero Medio Oriente, sono un elemento di equilibrio e stabilità. Adesso basta morti: Hamas deve liberare gli ostaggi, ma Israele finire con gli attacchi. Bene l’apertura agli aiuti umanitari a Gaza, ma bisogna fare molto di più”, ha concluso.

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