LA CONDIZIONE UMANA DURANTE LA GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
7794
post-template-default,single,single-post,postid-7794,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

LA CONDIZIONE UMANA DURANTE LA GUERRA da IL MANIFESTO

Lorenzo Renzi, la condizione umana durante la guerra

Documenti storici. Per la prima volta analizzate le missive dei soldati di ogni paese, milioni di individui dislocati su tutti i fronti: a cura di Lorenzo Renzi, le «Lettere della Grande Guerra», dal Saggiatore

Corrado Bologna  13.03.2022

Già le cifre sono esorbitanti: durante la Grande Guerra i soldati dei molti paesi che vi parteciparono scambiarono con le famiglie rimaste a casa più di 40 miliardi di lettere. Per la precisione 28,7 miliardi ne scrissero i tedeschi, 10 miliardi i francesi, 5 miliardi gli italiani. Se si calcolano gli inglesi, anche con le loro truppe indiane, e i russi, i romeni, i turchi, la massa cartacea diventa ancora più incredibile. Ma non è soltanto il numero delle lettere a sbalordirci, immersi come siamo nell’universo digitale in cui ogni giorno vengono inviati miliardi di messaggi «virtuali» e quasi sempre «fatici»: senza emozioni, pure notificazioni di esistenza in vita. Ciò che colpisce è l’immagine di quello sforzo fisico disumano, così diffuso e per di più in un ambiente ostile, ai limiti della barbarie. Quel niagara di pagine ripescate negli Archivi di guerra di tante nazioni conserva un’eco minima, resistente tuttavia al gorgo dell’immemoriale: lo scricchiolìo di innumerevoli penne su fogli laceri, consunti, ma duraturi verbali del dolore, della solitudine, dei desideri, delle fantasie in mezzo alle bombe, come in questi giorni a un passo dallo schianto.

Subito dopo la fine del conflitto, nel 1921, il grande filologo austriaco Leo Spitzer, a cui il governo di Vienna aveva affidato il compito di censurare le missive italiane, con «studio amoroso» pubblicò le Lettere di prigionieri di guerra italiani, 1915-1918 (Il Saggiatore le propose nel 1976 e poi nel 2016 a cura di Lorenzo Renzi, con la traduzione di Renato Solmi, facendole seguire nel 2019 da un altro fondamentale studio spitzeriano uscito nel 1920, Perifrasi del concetto di fame a cura di Claudia Caffi e Silvia Albesano).

Oltre un secolo dopo

L’interprete raffinato di testi letterari romanzi antichi e moderni aveva lavorato come un detective per svelare i miseri messaggi balbettanti dei soldati italiani piombati nell’inferno del «campo» da ogni angolo di una nazione appena unificata, straziata dalle conflittualità. L’idea di fondo di Spitzer era umanistica; intendeva riscattare la scrittura come cultura di fronte alla violenza e alla morte: «L’ultima parola della guerra non può essere la guerra stessa».

Un secolo dopo, sulla scia di quelle ricerche inaugurali, esce un libro importante di Lorenzo Renzi: Lettere della Grande Guerra Messaggi, diari e memorie dall’Italia e dal mondo (con la collaborazione di Enrico Benella, Dan Octavian Cepraga, Silvia Rossi, Il Saggiatore, pp. 424 di cui 15 di illustrazioni, € 43,00). È una ricchissima mappa antropologica e politico-sentimentale dell’Europa, che congiunge lingue e emozioni molto diverse: un arazzo tessuto con fili poveri, ma variegato, colmo di testi in originale e in traduzione, perché si possa finalmente guardarli come un caleidoscopio.

L’umanesimo profondamente spitzeriano di Renzi consiste in questo suo orizzonte-arcobaleno, nella costellazione di lingue, nella polifonia di un canto dolente che, quasi fosse il coro di una tragedia greca, attraversa la Guerra per salvare la Memoria grande riflessa nelle piccole memorie. Attraverso le trincee, quella voce si scopre «europea», babelica. Perché babelica era la guerra, che opponeva culture e modi di pensare, di parlare, di provare sentimenti. Quello scontro forsennato apriva finestre per l’incontro con l’Altro, nemico ma «uomo» nella condivisione di una stessa finitudine.

È la prima volta che vengono pubblicate e analizzate in raffronto ravvicinato le lettere dei soldati di tutti i paesi, milioni di individui diversissimi, di ogni livello sociale, strappati alle loro piccole patrie e dislocati su tutti i fronti per garantire i confini dei Grandi Paesi. Spitzer si era proposto, come ricorda Renzi, «di studiare attraverso le lettere degli italiani prigionieri di guerra l’italiano in sé, l’uomo italiano nella sua natura». Renzi intende indagare «il soldato in sé», e forse perfino «l’uomo in sé», nelle reazioni che accomunano qualsiasi individuo di fronte al terrore, alla solitudine, alla disperazione, le stesse che in questi giorni le immagini dell’Ucraina invasa ci restituiscono.

Già nella raccolta di Spitzer del 1921 di fronte all’apocalisse del Vecchio Mondo emergeva, umana e profetica insieme, la fiducia in una nuova solidarietà dei popoli e degli individui, nel nome di un’Europa impensata, la stessa che stiamo ancora cercando un secolo più tardi: «In questi tempi calamitosi ove tutto si sconvolge ove nulla si comprende… un desiderio solo, nutriamo e invochiamo che prima della totale distruzione di questa decrepita Europa potessimo per pochi istanti stringersi la mano come veri amici senza fini reconditi».

Nel libro di Renzi parlano voci europee, e le tonalità, i temi, i sentimenti espressi nelle diverse lingue danno corpo a una molteplicità di tradizioni, costumi, visioni del mondo. Un esempio mirabile sono le lettere in versi dei soldati-contadini romeni, costruite in quadernetti improvvisati secondo la metrica e le strutture della poesia orale tradizionale. «La lettera parla (vorbeste), pronuncia parole dolci (vorbeste vorbe dulci), racconta (povesteste)», spiega in un bel capitolo inserito nel libro di Renzi il suo allievo Dan Octavian Cepraga, il quale traduce e illumina fra l’altro l’incredibile erotismo dei versi imparati sui Carpazi, in questi messaggi scritti sulle Alpi, colmi di un amor de lonh carnalissimo: «Fino a quando non amavo, / dove mi sdraiavo, mi addormentavo. / Ma da quando ti amo, / non trovo più riposo…, / la notte in sogno ti vedo, / allungo la mano, non ti trovo. / Stringo tra le braccia la coperta, / credendo di stringere i tuoi fianchi, / stringo tra le braccia i guanciali, / credendo di stringerti le tette, / stringo tra le braccia, non ho nulla da / stringere, il mio povero cuore piange».

Chi è stato una volta al Museo della Guerra di Salisburgo sarà rimasto stupefatto dinanzi al «mondo alla rovescia», là dentro congelato per la memoria patriottica dei posteri: l’Italia ribelle, l’Italia nemica, e poi la «vittoria di Caporetto», e insomma il rovescio di tutte le convenzioni-verità con cui la retorica della Quarta Guerra d’Indipendenza contro l’Impero austroungarico ha marchiato per cent’anni la formazione dei giovani italiani. È un po’ come guardare certe mappe del mondo «viste dall’altro emisfero», con l’Australia e l’Africa e l’Argentina ribaltate verso l’alto: un’esperienza dell’Alterità davvero perturbante, unheimlich.

Una generale reticenza

Così lo è leggere, proprio in questi giorni, le lettere che incrociano nell’orizzonte e nel vento, dagli Urali ai Carpazi alle Alpi al Massiccio centrale, un comune sentire, un’identica compassione per «quelli là», dall’altra parte della trincea, che «come noi» scrivono anche loro alla madre, alla moglie, alla fidanzata, e contro i quali occorre sparare, gettare gas, attaccare alla baionetta. Un punto di contatto fra le lettere dei soldati europei, secondo Renzi, «è la generale reticenza a descrivere la guerra. Perché? Vi è certamente del pudore, per riservatezza o per il desiderio di risparmiare al corrispondente, che è quasi sempre la famiglia, le proprie esperienze più crude. C’è anche la coscienza di non poter comunicare l’incomunicabile, un senso di impotenza che sanno talvolta superare certi scrittori di guerra, e non i semplici scriventi di lettere e cartoline (per di più diffidati dalla censura)».

«Mia moglie / ti dico che sto bene sono vivo / e vedo morire e morire e ogne / giorno. Spero voi bene tutti. Sono contento ca sibastiano cresce / spierto e voglio ca Dio mi possa / vedere Carminuccia ca e nata / e la penso e no la conosco», scrive Donato da San Michele del Carso il 5 di gennaio, forse del 1916. E chiude la sua lettera con una frase in cui la Morte torna ad essere un legame di memoria e non di violenza subìta e inflitta: «no ti scordare i miei morti».

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.