IL PdR RI-ELETTO: APPELLO ALLA POLITICA e AL PAESE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
7465
post-template-default,single,single-post,postid-7465,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

IL PdR RI-ELETTO: APPELLO ALLA POLITICA e AL PAESE da IL MANIFESTO

Da Mattarella un appello alla politica e al paese

Norma Rangeri  04.02.2022

Quando Sergio Mattarella, nel discorso davanti alle Camere riunite, pronuncia il nome di Lorenzo Parrelli – il ragazzo morto sul lavoro, perché anziché essere a scuola era in fabbrica – le sue parole giungono alla fine di una lunga, insistita ostinata declinazione di cosa significhi “dignità”.

Riferita in particolare a chi, come i giovani, ne sono brutalmente, ferocemente privati perché «malpagati e relegati nelle periferie esistenziali». Dignità e poi diritti: delle donne, degli anziani, dei disabili, dei carcerati, delle vittime della mafia e della criminalità. Il mondo infernale dei più deboli.

Dignità, diritti e, su tutto, le disuguaglianze che, secondo Mattarella non sono un prezzo necessario da pagare al Pil (come l’occupazione precaria prodotta da questo governo sembra ritenere), ma esattamente il contrario, ovvero «un impedimento alla crescita».

Può darsi che queste parole saranno presto dimenticate, con la stessa disinvoltura con la quale sono state forsennatamente applaudite dal Parlamento.

Tuttavia la nostra impressione è che questa volta sarà più difficile riporre in un cassetto un discorso, dai toni netti e assertivi, molto vicino a un programma di governo.

Sia sul piano specifico delle politiche nazionali (sui tre fronti: sanitario, economico e sociale), sia sul versante del ruolo internazionale dell’Italia. Perché, pur senza nominare la crisi dell’Ucraina, il Pluri-Presidente della Repubblica ha messo in chiaro la questione.

Ovvero come «sia inaccettabile che ora, senza neppure il pretesto della competizione tra sistemi politici e economici differenti, si alzi il vento dello scontro in un continente che ha conosciuto due guerre mondiali».

Quella campana di Montecitorio che rintocca quando, ogni sette anni, il corteo presidenziale esce dal Quirinale, ieri è sembrata risuonare più forte, come ad accompagnare, oltre che una cerimonia dai toni solenni e regali, un evento doppiamente carico di significato per i forti tratti di anomalia istituzionale che ne contraddistingue la natura.

Mattarella vuole chiarire subito quanto «la nuova chiamata sia stata inattesa», e spiegare perché «non posso e non ho inteso sottrarmi», essendo questi «tempi travagliati per tutti, anche per me».

Dunque ha dovuto e voluto accettare la volontà del Parlamento, che lo ha chiamato per la seconda volta, in quanto «massima espressione della volontà popolare». Lo ha fatto in base alla «consapevolezza» delle attese dei cittadini «che sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di profonda incertezza politica e di tensioni».

Avrebbe potuto aggiungere che l’esito di un raddoppio del mandato presidenziale è comunque una ferita agli equilibri istituzionali e farlo presente all’assemblea che aveva di fronte (a suo tempo Giorgio Napolitano usò la frusta), ma non lo ha fatto. E’ stato un atto di benevolenza.

Più che in sofferenza per il raddoppio del mandato presidenziale, la democrazia, dice Mattarella, deve guardarsi da altri bachi che la sfiancano e la svuotano.

Da un lato la velocità dei cambiamenti «sempre più rapidi nella richiesta di risposte tempestive», senza le quali «i poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi aggirando il processo democratico». E, su un altro piano, quei «regimi autoritari e autocratici che tentano di apparire più efficienti di quelli democratici», mentre è vero il contrario perché nelle democrazie «libero consenso e coinvolgimento sociale portano a decisione più solide e efficaci».

Il richiamo alla «qualità» e al «prestigio» della rappresentanza, cioè ai partiti, non poteva suonare più disperato, un ultimo appello alle forze politiche e ai corpi sociali intermedi senza i quali non c’è cittadinanza, non c’è partecipazione, e ogni dura replica della storia è possibile.

Come duro e senza giri di parole arriva il j’accuse verso quella magistratura che semina sfiducia e diffidenza nei cittadini, lasciandoli senza certezza del diritto.

Alla fine, mentre l’ultimo anno di legislatura già fa intravedere la corsa verso le urne, è certo una cosa buona che la lettera e lo spirito della Costituzione, siano nelle mani di questo Presidente della Repubblica. Capace di accontentare tutti – standing ovation a valanga dalla sinistra alla destra passando per il centro – e non per ammiccamenti di complicità, ma con richiami forti e chiari alla politica affinché sia degna del paese che vuole rappresentare.

La democrazia e il diritto liquido nel presente «no limits»

Alessandra Algostino  04.02.2022

Il Presidente della Repubblica è eletto, anzi ri-eletto, e si torna a discutere di legge elettorale.

Lucidamente si è scritto in queste pagine della Costituzione «non violata, semplicemente ignorata» (Gaetano AzzaritiMassimo VilloneFrancesco Pallante), si è insistito sulla temporaneità delle cariche e sulla durata del mandato, si è denunciata l’ennesima pessima prova dei partiti politici; così come si è detto, e si dirà, delle ragioni del sistema elettorale proporzionale.

Colpiscono, ripercorrendo le cronache di questi giorni, due elementi: l’appiattimento del tempo sul presente e l’irrilevanza del senso del limite.

Presidente della Repubblica. Complice un’informazione embedded rispetto alla logica dell’evento (coerente anch’esso con l’hic et nunc), il trascorrere delle ore e delle votazioni è stato rappresentato come inutile, una sconfitta, un peso.

Ora, certo lo spettacolo offerto dal dibattito politico facilita la sua percezione come “tempo sprecato”, ma resta che l’elezione del Presidente della Repubblica non è una corsa sui cento metri, ma una lenta camminata verso un punto di incontro.

Non sono le esigenze del presente (dalle aspirazioni dei vari esponenti politici a acquistare visibilità o potere contrattuale alla stabilità del governo Draghi passando per i timori di una fine anticipata della legislatura) a dover essere considerate, ma la creazione di una convergenza che garantisca ora e in futuro la rappresentanza dell’unità nazionale.

Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni, il distacco dalla contingenza è insito nel suo mandato di garanzia; il che, per inciso, implica che percorra l’intero settennato e non sia una carica “a disposizione” della maggioranza di turno, in totale spregio della sua ratio.

Non è un’anomalia che si succedano i giorni e le votazioni, lo è se mai che si possa pensare di traslocare senza soluzioni di continuità da un organo ad alta intensità di indirizzo politico ad uno di garanzia.

Di nuovo il tempo, che non è quello presente, ma richiede un periodo di raffreddamento. E il non rispetto del limite, quando si prospetta una torsione dell’ordinamento, senza considerare le ragioni profonde che sottostanno all’assetto istituzionale.

Si è manifestata prepotente in questi giorni una insofferenza, ormai di lungo corso, per i tempi della discussione parlamentare, che fornisce, oltre che un (altro) facile assist a chi mira alla demolizione del Parlamento, alimento alla virata verso presidenzialismi e semipresidenzialismi (non a caso immediatamente evocati da più parti).

Il Presidente deve essere eletto direttamente, senza “perdere tempo”, immediatamente, senza mediazioni; il Presidente deve decidere, non accordarsi (scordando, come si insegna nei corsi di diritto costituzionale comparato, che in una forma di governo presidenziale sono imprescindibili checks and balances, e un organo legislativo forte è quanto mai necessario, sempre, ça va sans dire, che si voglia aspirare a essere una democrazia).

Non è solo a rischio la Costituzione del 1948, ma il senso profondo del costituzionalismo, della limitazione e dell’equilibrio dei poteri.

Legge elettorale. È una buona notizia il ritorno nella discussione del sistema proporzionale (per inciso, necessaria toppa alla ferita alla rappresentanza causata dalla riduzione del numero dei parlamentari), ma non sono le sue ragioni a riportarlo in auge, dopo la sua demonizzazione nel nome del credo maggioritario, bensì spiccioli calcoli elettorali di forze politiche aggrappate al momento presente.

Ora, che proporzionale comunque sia (puro), ma la legge elettorale non deve essere asservita alle utilità del momento di consorterie politiche autoreferenziali.

Il sistema elettorale, cinghia di trasmissione fra sistema politico e istituzioni, mezzo attraverso il quale si dà corpo a quella rappresentanza che invera la sovranità popolare, non può essere scelto in base a calcoli di basso opportunismo.

La sua funzione è costruire la rappresentanza nei giorni che verranno, garantendo il pluralismo, ovvero tutti.

Del costituzionalismo, si tradiscono il senso del limite e la prescrittività. Quando l’eccezione si fa norma, quando le cattive pratiche si tramutano in prassi politica, il diritto diviene liquido, la norma prêt-à-porter, a disposizione – con un ossimoro per una Costituzione – di chi detiene il potere.

Ogni analogia con il “no limits” della voracità neoliberista è voluta. E un diritto e una politica appiattiti sul presente chiudono l’orizzonte. Scompare il futuro da costruire e immaginare, in coerenza con una democrazia senza conflitto.

Un presente senza futuro riproduce se stesso, cieco alle diseguaglianze sociali, alla catastrofe ambientale, violento contro chi non lo accetta (le manganellate agli studenti lo ricordano una volta di più).

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.