“IL MONDO FERMI ISRAELE: COSÌ CANCELLA UN POPOLO” DA IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“IL MONDO FERMI ISRAELE: COSÌ CANCELLA UN POPOLO” DA IL MANIFESTO e IL FATTO

Svuotare l’80% di Gaza. Nelle mappe di Israele c’è la pulizia etnica

Terra rimossa Secondo i piani pubblicati dall’esercito e le immagini satellitari, la popolazione sarà concentrata in un quinto del territorio

Chiara Cruciati  29/08/2025

«Il ciclo della morte non si spezza, soprattutto a Gaza City, dove le persone raccontano che la terra è trasformata in polvere dai bombardamenti israeliani su vasta scala. Dalle prime ore dell’alba 24 palestinesi sono stati uccisi, e il numero è destinato a salire. Gli attacchi stanno spianando i quartieri, nel tentativo di svuotarli dei loro residenti». Così il giornalista di al Jazeera Tareq Abu Azzoum descriveva ieri pomeriggio la massiva campagna aerea israeliana su Gaza City

L’operazione «Carri di Gedeone II» è di fatto iniziata. I tank hanno già preso i quartieri più periferici, i caccia il cielo della città. Di fronte alle centinaia di migliaia di palestinesi che ancora vivono lì si staglia un orizzonte di morte e devastazione. È già successo: assedi prolungati, taglio totale di cibo e acqua, case e tendopoli date alle fiamme, scuole-rifugio invase ed esecuzioni sul posto.

ALL’OSPEDALE AL-SHIFA, o in quel che ne resta, ci si prepara al peggio, con i mezzi a disposizione: mancano le sale operatorie e le strumentazioni mediche, a fronte di quasi 2mila feriti in attesa. Il direttore avverte: «Sarà una catastrofe se l’occupazione invaderà Gaza City». Negli assedi precedenti, lo Shifa è stato quasi del tutto distrutto, un ospedale fantasma tramutato in cimitero. I suoi cortili fosse comuni.

Il ciclo della morte non si spezza a Gaza City. Le persone raccontano che la terra è trasformata in polvere dai raid israeliani su vasta scalaTareq Abu Azzoum

I piani finora annunciati dai vertici militari fanno tremare i polsi: lo sfollamento o la morte. Ieri Tel Aviv ha confermato quanto preannunciato mercoledì, ovvero l’apertura di due nuovi centri di «distribuzione» degli aiuti alimentari a sud, sempre in mano alla fondazione israelo-statunitense Ghf, strumento di massacro e pulizia etnica (da fine maggio sono già 16.600 i palestinesi feriti e 2.200 dalle pallottole israeliane mentre tentavano di accaparrarsi un pacco; ieri almeno 12).

LA META è il sud, come più volte dichiarato da Tel Aviv, in quelli che erano già stati definiti campi di deradicalizzazione, in vista dell’«emigrazione volontaria». A disposizione ci sono le scarne dichiarazioni di mercoledì del portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee: chiamando lo sfollamento «inevitabile», aveva pubblicato su X una mappa (l’ennesima) dove si evidenziavano presunte aree vuote verso al-Mawasi, a sud, dove concentrare la popolazione cacciata da Gaza City.

POCO DOPO al Jazeera, analizzando quelle mappe, aveva calcolato in appena sette chilometri quadrati lo spazio a disposizione per un milione di persone. Di questi sette chilometri quadrati divisi in 39 aree (indicate in blu) due terzi sono già sottoposti a ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, lì i raid sono costanti. E soprattutto, aggiunge l’agenzia di fact-checking Sanad, non si tratta di «aree vaste e vuote, ma sembrano di natura eterogenea, da proprietà private recintate a discariche aperte, da quartieri residenziali densamente popolati ad aree già affollate di tende o usate per scopi agricoli».

Lo conferma l’inchiesta di Haaretz, che si è avvalso dell’aiuto delle immagini satellitari e di due specialisti, Adi Ben-Nun della Hebrew University e Yaakov Garb della Ben-Gurion University: molte di quelle aree sono state già designate dall’esercito come pericolose, zone cioè da cui i civili sono banditi; non sono ampie abbastanza per un numero tanto grande di persone; e sono in parte situate in luoghi inadatti a montare una tenda.

SE IL PIANO venisse realizzato, scrive Haaretz, l’intera popolazione di Gaza verrebbe concentrata nel 19% del territorio. Che poi è il vero punto politico: al di là dell’ampiezza degli spazi e della loro fruibilità, l’obiettivo è la pulizia etnica e il concentramento di un intero popolo nell’ennesima disumana gabbia. Contro la visione a lungo termine dello Stato di Israele, ieri il gruppo israeliano Standing Together ha manifestato davanti alla residenza del capo di stato maggiore Eyal Zamir, gettando vernice rossa sulla strada: la polizia è intervenuta arrestando cinque manifestanti.

Intanto a Gaza il bilancio accertato delle vittime dal 7 ottobre tocca quota 63mila, sottostimato: non tiene conto dei dispersi, 15-20mila almeno, e dei morti per cause «indirette», fame e malattie. Tra gli ultimi ammazzati dal fuoco israeliano durante la consegna degli aiuti, c’è Allam Abdullah al-Amour, corridore e medaglia di bronzo alla West Asia Championships del 2023. Era fuori da un centro Ghf, nel disperato tentativo di portare un pacco di cibo alla famiglia.

LA SCORSA SETTIMANA fa lo stesso era accaduto al cestista Mohammed Shaalan e, prima, al calciatore Suleiman al-Obeidi. La moglie aveva detto che se ne vergognava, mendicare cibo tra i fischi delle pallottole.

È così che funziona un genocidio. Ed è per questo che ieri oltre 500 funzionari dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani hanno fatto appello al loro responsabile, Volker Turk, perché lo dichiari ufficialmente: «Non denunciare un genocidio in atto mina la credibilità delle Nazioni unite e dello stesso sistema dei diritti umani».

“Il mondo fermi Israele: così cancella un popolo”

Roberta Zunini  29 Agosto 2025

“Basta anche espulsioni in Cisgiordania: è pulizia etnica per mano dei coloni”

“Il mondo deve fermare Israele, è troppo tempo che gli si lascia fare tutto quello che vuole”. L’ultima volta in cui Azezet Kidane, suora comboniana missionaria di origine eritrea, è tornata in Israele e Cisgiordania risale a nove mesi fa. Cioè, dopo la strage del 7 ottobre. Ma se la missionaria può parlare da esperta, suo malgrado, dell’orrore senza soluzione di continuità a cui da quel giorno stiamo assistendo è perché ha vissuto e operato in Terra santa per 14 anni. Dal suo libro, scritto con Alessandra Buzzetti, appena pubblicato da Libreria Editrice Vaticana con la prefazione del Cardinal Pizzaballa, e intitolato Oltre i confini, in missione dall’Africa alla Terrasanta, emerge infatti uno stillicidio di ingiustizie, abusi e violenza a cui sono sottoposti sempre più spesso i palestinesi da parte delle autorità, esercito e coloni israeliani. Suor Azezet però racconta anche di una società israeliana che aiuta i palestinesi e fa di tutto per cercare una convivenza equa e pacifica.

“Sono quegli ebrei che in questi giorni hanno manifestato contro il governo. Ho parlato con una mia amica di Tel Aviv che martedì ha partecipato con altre migliaia pur sapendo che non cambierà l’agenda politica del primo ministro Netanyahu. Mi ha detto infatti che ‘al governo le loro richieste entrano da un orecchio ed escono dall’altro’”.

Poco dopo aver iniziato la sua opera missionaria a Gerusalemme Est, suor Azezet si era ritrovata con le sue consorelle ad affrontare il problema del muro che in poco tempo aveva separato il convento dai villaggi beduini che sorgevano in quell’area chiamata Est1, dove a breve nascerà l’ennesima colonia illegale che taglierà la continuità territoriale tra il Nord e il Sud della Cisgiordania. E a farne le spese saranno soprattutto i beduini che sono i più poveri e vessati tra i palestinesi. perché sono i più abbandonati: dopo che l’esercito israeliano li ha espulsi dal deserto del Negev, non hanno mai ottenuto un riconoscimento, neppure da parte dell’Autorità palestinese. “La comunità internazionale deve intervenire per fermare i crimini contro l’umanità che sta commettendo Israele e che hanno reso Gaza un inferno, ma deve anche bloccare l’espulsione dei palestinesi della Cisgiordania dalle proprie case per mano dei coloni. È anche questa una forma di pulizia etnica che deve finire”.

Secondo la missionaria, l’intento di Israele è l’annientamento dei palestinesi. “Ma non si può cancellare un popolo. Per quanto ci si provi non è possibile”.

La speranza cristiana, del resto, guida da sempre suor Azezet. “Perché la speranza fa superare la paura dell’altro, che a mio avviso è alla base di quanto sta avvenendo. La speranza è l’opposto dell’odio che è sterile. Io l’ho vista negli occhi di tante donne ebree, musulmane e cristiane; di tanti medici ebrei e rabbini che hanno fatto parte con me di progetti umanitari in Cisgiordania. Sono le donne tuttavia quelle che possono incidere davvero su questo bubbone pieno di violenza e paura, educando i propri figli a considerare gli altri come persone, a non disumanizzarle”.

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