IL MITO PIÙ LUNGO da 18BRUMAIOBLOF e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL MITO PIÙ LUNGO da 18BRUMAIOBLOF e IL FATTO

Il mito più lungo

 Olympe de Gouges  5 giugno 2024

Domani si terranno le celebrazioni dell’anniversario del D-Day, ovvero lo sbarco americano e inglese in Normandia. A festeggiarlo è soprattutto la Francia, che troverà la sua ricompensa nel sentimento del dovere compiuto. Non importa che la guerra con la Germania l’avesse persa, che si alleò con Hitler con voto unanime della sua legittima assemblea nazionale. Poco importa che il vincitore di Verdun accolse Hitler con una franca stretta di mano, che i francesi fossero in maggioranza antisemiti fino ai lobi parietali. Sono cose che ai francesi non è opportuno ricordare, così il loro mondo fatto di grandeur potrà continuare a girare e gli uccellini a cinguettare attorno alla loro innocenza.

A feticizzare quella guerra è oggi Macron, promovendone altre. Egli rappresenta un buon esempio di come una certa visione del passato difficilmente ci aiuti a pensare al presente. Ma lasciamo da parte questo personaggio, ambiguo sotto molti aspetti, e torniamo allo “sbarco”. Voglio proporre una specie di controstoria, di là dei luoghi comuni di certa storiografia e soprattutto di là della mitizzazione hollywoodiana [*].

Innanzitutto mi preme chiarire che se anche lo sbarco in Francia non fosse avvenuto, l’armata Rossa, dopo aver vinto la battaglia di Kursk e in seguito all’Operazione Bagration, stava ormai dilagando, raggiungendo e superato la Vistola nel luglio 1944, ed in ogni caso prima di un anno sarebbe arrivata a Berlino.

Quello russo era considerato da Hitler come il fronte principale. Un tritacarne che inghiottiva ogni mese decine di migliaia di uomini delle armate tedesche (in certi mesi anche centinaia di migliaia di uomini). Hitler considerava quello occidentale come un fronte secondario. Non a torto, almeno per quanto riguarda i primi mesi dopo lo sbarco in Normandia. Tanto è vero che, secondo le deposizioni di Otto Günsche e Heinz Linge, aiutanti di campo personali di Hitler, la mattina del 6 giugno 1944, ricevendo la notizia dello sbarco, il dittatore la accolse quasi euforico.

Uno sbarco alleato in Francia se lo aspettavano tutti, in Normandia anche (contrariamente a certa vulgata postbellica), dove infine erano state concentrate le forze di difesa germaniche. «Mentre Hitler parlava ancora con Keitel e Jodl, venne annunciato l’arrivo di Göring. Hitler gli si affrettò incontro. Göring era già nell’anticamera. Hitler, con espressione raggiante, afferrò la mano destra di Göring con entrambe le mani e gli gridò tutto eccitato: “Göring, ha sentito? Questa mattina gli angloamericani sono finalmente sbarcati in Francia, e proprio nel posto in cui noi li attendavamo! E di là noi li ributteremo fuori!».

Sul fatto di ributtarli in mare sappiamo che si sbagliava, tuttavia gli alleati rimasero quasi due mesi rinchiusi nella loro testa di ponte. Solo alla fine di luglio ruppero il fronte tedesco nei pressi di Avranches. La breccia era larga, all’inizio, solo qualche chilometro. Il comando supremo tedesco diede ordine al feldmaresciallo von Kluge, che comandava il Gruppo di armate occidentali, di chiudere la breccia e ricostituire la continuità del fronte.

Il contrattacco progettato non ebbe luogo poiché si verificò un fatto del tutto inaspettato: il comandante in capo, von Kluge, lasciò il suo quartier generale e non si fece più vedere per due giorni. Non si sapeva dove fosse (aveva raggiunto la linea del fronte e aveva tentato, invano, di prendere contatto con gli americani), e quando riapparve, Hitler lo convocò presso il suo quartier generale. Durante il tragitto, von Kluge si avvelenò nella sua automobile. Hitler con i suoi generali non era un pappamolle come Mussolini con i suoi.

La scomparsa di Kluge gettò nel caos più completo le unità del gruppo di armate occidentale, che per parecchio tempo avevano dovuto difendersi senza ordini e senza direttive di operazioni dagli attacchi delle truppe americane. La perdita di tempo causata dal tradimento di Kluge, la confusione delle truppe tedesche, che in gran parte si ritirarono su nuove posizioni di partenza, e la necessità, che tutto ciò comportava, di dislocare in modo diverso le truppe impedirono la realizzazione del contrattacco progettato.

Il comando supremo tedesco si accorse allora che le sue truppe, in caso di ulteriore avanzata dei reparti americani in direzione di Granville e di Saint-Lo, presso Falaise, avrebbero corso il rischio di essere tagliati fuori e circondate. Al posto del contrattacco progettato, von Rundstedt ricevette l’ordine di ritirare le truppe dalla Francia e dal Belgio e di attestarle dietro la Linea Sigfrido e nei Paesi Bassi.

La Wehrmacht si ritirò dunque dietro la Linea Sigfrido, proteggendosi con combattimenti di retroguardia di bassa intensità. Le truppe anglo americane occuparono la Francia e il Belgio quasi senza incontrare resistenza da parte dei tedeschi. Gli americani, in particolare la Terza Armata comandata dal generale Patton, non sfruttarono neppure la difficile situazione che si era creata per i tedeschi a causa della defezione di Kluge. Solo perchè il comando americano non si rese conto della situazione e perse tempo, fu possibile al comando supremo tedesco salvare le proprie forze e ritirarsi dietro la linea Sigfrido senza perdite sostanziali.

A proposito del ritiro delle truppe tedesche dalla Francia e dal Belgio, Hitler osservò ironicamente che Eisenhower e Patton erano stati certamente i primi a stupirsi di quel successo inaspettato. «Quei due rammolliti» dichiarò Hitler «grazie alla ritirata delle nostre truppe, decisa dal comando tedesco, si ritengono addirittura dei grandi strateghi».

Quando i reparti tedeschi ebbero raggiunta la Linea Sigfrido, nella seconda metà di ottobre, si ebbero alcuni combattimenti locali nella regione di Aquisgrana. Negli altri settori della linea regnava la calma.

Nell’operazione di sbarco aereo “Market Garden”, conclusasi con un fallimento, che aveva lo scopo di conquistare, nei Paesi Bassi, il passaggio sul Reno, gli alleati persero, alla fine di settembre del 1944, circa 17.000 uomini. Anche i combattimenti per conquistare il controllo della foce della Schelda furono violentissimi; l’Armata canadese perse, tra ottobre e novembre, circa 13.000 uomini.

*

Senza l’impiego delle forze armate tedesche contro l’Unione Sovietica, non solo non sarebbe avvenuto il D-Day, ma nessun altro sbarco sarebbe stato praticabile nel continente europeo. La Germania avrebbe in tale caso avuto a disposizione una forza militare schiacciante. Milioni di uomini in armi, ben addestrati e determinati, migliaia di carri armati e altri mezzi corazzati, migliaia di aeroplani avrebbero reso folle qualsiasi tentativo d’invasione sul fronte occidentale e meridionale.

Un solo esempio per quanto riguarda la forza aerea ancora disponibile dopo la battaglia di Inghilterra. Durante l’operazione di approvvigionamento di Stalingrado la Luftwaffe perse 488 aerei da trasporto. Queste perdite ammontavano quasi a due terzi di tutti gli aerei da trasporto posseduti dalla Luftwaffe.

Un altro dato significativo dell’impegno germanico in Russia, riguarda caduti, feriti, dispersi e prigionieri. Si tratta complessivamente di milioni di uomini. Del resto e per contro tale dato è confermato dalle enormi perdite sovietiche.

L’entità effettiva delle perdite delle forze armate sovietiche in termini di vittime, incluso il numero di persone morte in prigionia, ammonta probabilmente a 26,9 milioni (con una precisione di più-meno 5 milioni, ma supera in ogni caso la soglia dei 20 milioni (studio realizzato nell’ambito del convegno internazionale “Gefallen – Gefangen – Begraben. Zahlen und Fakten zu sowjetischen und deutschen Opfern des Zweiten Weltkriegs“, tenuto nel luglio 2010 a Dresda).

Le statistiche sulle perdite militari tedesche della seconda guerra mondiale sono divergenti. Nel dopoguerra il servizio di ricerca militare Deutsche Dienststelle (WASt) era incaricato di fornire informazioni alle famiglie dei militari uccisi o dispersi durante la guerra. Conservavano gli archivi di oltre 18 milioni di uomini che prestarono servizio in guerra. Alla fine del 1954 avevano identificato circa 4 milioni di militari morti e dispersi (2.730.000 morti e 1.240.629 dispersi).

Lo storico militare tedesco Rüdiger Overmans, sulla base di una ricerca a campione sui registri ufficiali (con un livello di confidenza del 99%), ha concluso nel 2000 che il totale dei militari tedeschi morti e dispersi è stato di 5.318.000, compresi coloro che morirono come prigionieri di guerra (Deutsche militärische Verluste im Zweiten Weltkrieg, Oldenbourg editore, 2000) [**].

Oltre il 60% delle perdite germaniche ha avuto luogo sul fronte orientale. Senza quelle perdite di uomini, mezzi e materiali non vi sarebbe stata nessuna vittoria alleata sul fronte occidentale. Si sarebbe dovuto attendere il 1945 e gli sviluppi della ricerca e realizzazione della bomba nucleare. Ma prima d’allora si sarebbe raggiunto un accordo tra le parti. Contatti in tal senso non cessarono mai, nonostante l’impegno solenne delle parti alleate nel conflitto (dunque compresa la Russia) di non aderire a una pace separata con la Germania.

Perfino nell’estate del 1944, erano in atto tali trattative da parte degli alleati. La rapida avanzata russa spaventava i circoli britannici influenti, che chiedevano alle truppe angloamericane di passare a un più rapido attacco in profondità. Delle divergenze tra gli angloamericani e russi Hitler era ben informato dai rapporti segreti che gli giungevano da Madrid, Lisbona, Ankara e Stoccolma. Inoltre, Hitler leggeva quasi ogni giorno, durante la riunione sulla situazione militare, le comunicazioni delle agenzie di notizie britanniche, tra le quali l’Agenzia del London Exchange, che riportavano duri giudizi contro la Russia sovietica.

Nel settembre 1944 Hitler sapeva che gli angloamericani erano pronti a concludere con la Germania una pace separata. Prima, però, egli avrebbe dovuto andarsene. La richiesta di allontanare Hitler era stata avanzata dagli inglesi durante colloqui, sollecitati per iniziativa degli inglesi, con funzionari del ministero degli esteri tedesco a Stoccolma. Quando Hitler venne a saperlo, ordinò di interrompere le trattative. Il rappresentante permanente di Ribbentrop presso Hitler, l’ambasciatore Hewel, rivelò a Otto Günsche, aiutante personale di Hitler, il suo disappunto per il fatto che i colloqui di Stoccolma fossero stati interrotti. Egli diceva che la guerra sul fronte orientale era talmente compromessa, che si rendeva indispensabile concludere la pace con le potenze occidentali.

Fin dal 17 gennaio 1944, la Pravda diffuse la voce che Ribbentrop stesse trattando con l’Inghilterra per una pace separata. Non vi sono tuttavia prove di questo fatto. È comunque dimostrato che sia la Gran Bretagna, gli USA e l’Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale mantennero i contatti con il Reich tedesco, attraverso canali diplomatici e dei servizi di informazione.

Secondo il Suchdienste (Servizi di ricerca) del governo tedesco furono 300.000 le vittime tedesche (compresi ebrei) della persecuzione razziale, politica e religiosa nazista. Questa statistica non include 200.000 persone tedesche con disabilità che furono uccise nei programmi di eutanasia Azione T4 e Azione 14f13.

Dopo la guerra furono giustiziati circa 20.000 criminali di guerra e funzionari nazisti e altri 70.000 morirono internati nei campi di detenzione. In Italia, per quanto riguarda i criminali fascisti e delle forze armate, il governo De Gasperi-Togliatti decise per l’amnistia.

[*] Meno di un anno prima di quel fatidico 6 giugno 1944, di sbarchi ce n’erano stati altri, in Italia. Quello in Sicilia dal punto di vista operativo fu quasi un disastro. L’altro sbarco, quello di Anzio, nel gennaio 1944, andò anche peggio. In Sicilia solo la pochezza difensiva del reale esercito italiano consentì che lo sbarco non si tramutasse in un clamoroso fallimento. Hitler, con il suo cinico acume ebbe ad osservare: «Non sono che dei codardi, questo Churchill e questo Eisenhower! Al loro posto io sbarcherei a Genova o addirittura ad Amburgo, non in Sicilia che per noi è un posto meno pericoloso. Churchill, quell’ubriacone, è tutto contento che ci dissanguiamo in Russia e se ne sta ad aspettare …».

In totale, dal 10 luglio 1943 al 17 agosto 1943 combatterono in Sicilia circa 345.000 soldati dell’Asse, di cui circa l’85% erano truppe dell’Esercito italiano. Solo 100.000 uomini poterono essere evacuati verso l’Italia continentale, di cui circa il 40% erano membri della Wehrmacht. Gli Alleati persero circa 21.700 soldati, di cui circa 17.000 feriti. Il teatro italiano sarebbe rimasto un teatro di guerra secondario, gli Alleati non riuscirono a conquistare l’Italia se non con la sconfitta della Germania (per giungere da Salerno a Roma impiegarono nove mesi e da Anzio cinque mesi).

Tra lo sbarco in Sicilia e quello di Anzio, ve ne fu un altro, quello di Salerno (eccezione fatta per lo sbarco inglese del 3 settembre 1943 nell’estremità sudoccidentale della Calabria e a Taranto). Tuttavia le truppe anglo americane non erano ancora riuscite a conseguire fino a quel momento alcuna vittoria decisiva, benchè avessero di fronte solo deboli forze tedesche. Con grande fatica le truppe angloamericane si spingevano avanti metro dopo metro, e dopo ogni passo avanti si fermavano. Il fronte tedesco a Montalbano, presso il convento di Montecassino, non aveva potuto essere spezzato.

L’avamposto di Montecassino era il perno del fronte tedesco chiamato Linea Gustav, lungo la quale, in base ai piani del comando supremo della Wehrmacht, doveva essere fermata l’avanzata delle truppe alleate. Secondo i piani degli alleati la Linea Gustav doveva essere superata nell’ottobre 1943; ma soltanto nel gennaio 1944 essi raggiunsero le sue posizioni difensive, per le difficoltà causate dalle condizioni atmosferiche, dei rifornimenti e dei ritardi nelle operazioni di sbarco, oltre che per l’accanita resistenza tedesca. Il 15 febbraio 1944, 229 bombardieri alleati sganciarono circa 500 tonnellate di bombe su Montecassino. In questo attacco morirono complessivamente 250 civili. Dopo quattro battaglie intorno a Montecassino, gli alleati riuscirono ad aprire la breccia decisiva il 13 maggio 1944. Le truppe tedesche si ritirarono allora lungo la Linea Gotica.

[**] Nella guerra contro l’Armata Rossa l’esercito italiano perse circa 72.000 uomini. Durante la prigionia sovietica morirono in circa 28.000, ovvero più della metà del totale (49.000 prigionieri).

Il D-Day è anti-Putin. Lui: “No alla guerra contro i Paesi Nato”

OVAZIONE PER ZELENSKY – Biden evoca “il dittatore”, ma dice: “No missili contro il Cremlino”

 LUANA DE MICCO E MICHELA A. G. IACCARINO    7 GIUGNO 2024

Zelensky D-day. Per Macron la presenza del leader ucraino a Omaha Beach, per celebrare l’80° anniversario dello sbarco in Normandia, “dice tutto”: “Siamo con voi, non ci indeboliremo” promette il capo dell’Eliseo.

Abbracciato dagli applausi dell’ovazione dei veterani e poi dal presidente francese, ieri Zelensky con la moglie Olena ha raggiunto gli oltre 20 capi di Stato. Tra loro il britannico Sunak, il canadese Trudeau. Nel giorno in cui si celebra il ricordo della più grande operazione anfibia della storia, che avviò la spinta verso la sconfitta della Germania nazista, Biden ha omaggiato “gli immortali eroi che sbarcarono in Normandia” e anche gli ucraini che “stanno combattendo con straordinario coraggio, subendo grandi perdite, ma non si sono mai tirati indietro”.

Era il 1944, è il 2024: nel giorno più simbolico, sulle porte liquide d’Europa, paralleli storici e simbolismi sono ovvi e solenni. Per il 46° presidente Usa “il prezzo della tirannia non controllata è il sangue dei giovani e dei coraggiosi”. Democrazia è sacrificio: “Le forze oscure non spariscono mai”. Manca, in questo cortocircuito storico, solo un leader mondiale: il rappresentante della Federazione – quella che all’epoca era Urss e pagò con la morte di oltre 20 milioni di cittadini sovietici la lotta per mettere fine al conflitto scatenato dalla Berlino di Hitler. Oggi l’aggressore, l’antagonista geopolitico – riecheggia in ogni discorso dei leader invitati – siede proprio lì, a Mosca. Contro la Russia, ha dichiarato Biden all’emittente Usa Abc, si possono usare armi occidentali, ma “non per colpire Mosca o il Cremlino”. Però nessuna truppa andrà a Kiev, la Nato non ne schiererà: lo ha assicurato di nuovo da Helsinki il segretario Stoltenberg in un incontro con il presidente finlandese Alexander Stubb. Mosca ascolta e Peskov avverte: “Ci spareranno addosso”, è “un atto che non può rimanere senza conseguenze”. Senza specificare quali, il portavoce del presidente russo, ha ribadito ieri di possibili forniture di missili a Paesi terzi, capaci di colpire obiettivi sensibili in Paesi Nato. L’Ovest fa “passi pericolosi”, crea “problemi molto seri”. Putin non era in Francia, ma al Forum di San Pietroburgo. È intervenuto per rispondere alle domande dei giornalisti occidentali: l’ultima volta è accaduto durante il summit del 2021. Quando un reporter gli chiede se vuole fare guerra all’Alleanza Atlantica, il presidente risponde: “Sei fuori di testa? Sei stupido come questo tavolo? È una sciocchezza”. Quando un altro ha posto domande sul nucleare: “Suggerisci l’argomento, poi dirai che stavo sventolando il bastone nucleare”. Poi specifica: l’Ovest è convinto che “la Russia non lo userà mai”, ma esiste la dottrina nucleare, se la sovranità russa è minacciata.

Quando, durante un dibattito fiume durato tre ore e moderato dal direttore dell’agenzia statale Tass, chiedono al presidente delle cifre dei morti in divisa sul campo di battaglia, lui risponde con quelle dei prigionieri: gli ucraini in mano russa sono oltre 6 mila, i russi in mano ucraina oltre mille. Per il grande assente del D-day “l’Ucraina non interessa agli americani, l’Italia non è russofoba come altri Paesi, Trump è un perseguitato politico, alla Casa Bianca selezionano già “candidati per rimpiazzare Zelensky” che rimarrà in carica, secondo lui, “fino alla prossima primavera”. E dopo la dichiarazione di Normandia in cui gli Alleati hanno sottoscritto il rifiuto “della forza come mezzo per risolvere le controversie” a che “l’Alleanza e i nostri partenariati sono rigorosamente difensivi”, Macron in tv dice che fornirà i Mirage 2000 a Kiev, formerà i piloti e invierà una brigata francese per addestrare 4.500 soldati in Ucraina: misure che per il presidente non creano escalation.

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