IL GENOCIDIO AD OCCHI APERTI da IL MANIFESTO
Il genocidio ad occhi aperti
Chiara Cruciati 09/09/2026
Quando è troppo Nello spazio di una mattina la politica e l’opinione pubblica israeliane sono state investite da due eventi dirompenti, ognuno a modo suo ma con un obiettivo comune: la figura sempre più ingombrante del premier più longevo della storia di Israele, Benjamin Netanyahu
Nello spazio di una mattina la politica e l’opinione pubblica israeliane sono state investite da due eventi dirompenti, ognuno a modo suo ma con un obiettivo comune: la figura sempre più ingombrante del premier più longevo della storia di Israele, Benjamin Netanyahu.
Un’inchiesta di Haaretz accusa il primo ministro non solo di aver ignorato le fondate segnalazioni di una probabile azione di Hamas prima del 7 ottobre ma di non averne nemmeno informato i servizi segreti.
In contemporanea, dodici paesi guidati dalla Gran Bretagna – con tutta la portata simbolica incarnata da Londra, la potenza mandataria culla del colonialismo israeliano – hanno annunciato l’intenzione di sanzionare il commercio proveniente dalle colonie illegali nei Territori occupati palestinesi. Non solo dunque sanzioni ai singoli coloni violenti, la misura all’acqua di rose finora utilizzata da svariate cancellerie occidentali, ma un’azione decisamente più concreta presentata dal ministro degli esteri britannico Miliband come utile a contenere «la pulizia etnica» in corso in Cisgiordania.
A un mese e mezzo dalle elezioni, due terremoti di magnitudo tale da seppellire la lunga carriera politica di Netanyahu: il gatto dalle sette vite stavolta rischia di non sopravvivere. Che fosse un bugiardo patologico, gli israeliani lo sapevano già ma è probabile che leggere di un suo rifiuto alla riconsegna immediata degli ostaggi civili proposta da Hamas nelle ore e nei giorni successivi al 7 ottobre, senza condizioni, è troppo anche per una società plasmata da decenni di destra radicale.
Più di tutto, sembra cementarsi la consapevolezza che i danni all’immagine di Israele arrecati dal suo regime non siano meri schizzi su un volto immacolato, ma crepe profonde e potenzialmente irrimediabili. I pogrom dei coloni sono riusciti, in questo senso, dove il genocidio di Gaza non è riuscito: provocare l’intervento, non più solo a parole, dei governi alleati fino a lambire un super sionista come l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee.
Si potrebbe discutere delle ragioni di tale indignazione selettiva. La più potente sta probabilmente nei rischi che quella violenza rappresenta per l’unica soluzione possibile agli occhi dell’occidente, ovvero la formula separatista dei «due popoli due Stati»: l’espansione israeliana a suon di incendi, omicidi e devastazione ha reso palese, con trent’anni di ritardo, che uno stato di Palestina in simili condizioni è pura utopia. Ma più di tutto svela la fallacia della pace annacquata insita in quella soluzione: il punto non è creare uno stato di Palestina, ma far pensare che un giorno possa nascere davvero, mentre l’occupazione militare coloniale perpetra se stessa senza far rumore.
I coloni fanno rumore, troppo rumore. Lo sanno i governi alleati, come lo sanno le opposizioni israeliane. Che non hanno intenzione di stravolgere le politiche strutturali di Tel Aviv (basti vedere le reazioni indignate alle sanzioni annunciate ieri), ma vogliono tornare a renderle meno eclatanti.
Se il 27 ottobre dovesse nascere una maggioranza guidata dal principale rivale di Bibi, l’ex generale Gadi Einsenkot, è possibile che si assisterà a un miglioramento della situazione dei diritti umani: condizioni di detenzione migliori per i prigionieri politici, permessi di lavoro in territorio israeliano per i palestinesi, leggera ripresa dell’economia della Cisgiordania, pugno più duro contro le milizie dei coloni. Bene. Ma l’occupazione, meno feroce, meno eclatante, resterebbe dov’è. Qualcosa da dimenticare di nuovo, come un brutto sogno.
Weizman, sradicamento totale attraverso la strategia della distruzione
Bruno Montesano 09/09/2026
Festivaletteratura Per la prima volta ospite a Mantova, Eyal Weizman parlerà del suo libro «Ungrounding. Architettura del genocidio» (Rizzoli)
È alla «distruzione del guscio senza il quale la vita biologica non può esistere» che mira la demolizione dell’architettura di Gaza. Eyal Weizman, in Ungrounding. Architettura del genocidio (Rizzoli, pp. 440, euro 30, traduzione di Gioia Guerzoni), mostra come le politiche spaziali e l’attacco alle infrastrutture – dall’accesso all’acqua, alla sanità, alle abitazioni fino alle condizioni del suolo – siano il modo con cui uccidere indirettamente la popolazione gazawi.
DOPO L’INVASIONE DI TERRA, i palestinesi, sono stati spinti dall’area fertile a Nord nell’area desertica, oltre la linea del Wadi Gaza, il corso d’acqua stagionale che costeggia i campi a sud di Gaza City. La linea divisoria non era definita precisamente, variava. Ma oltrepassarla significava morire. E anche muoversi lungo la rotta verso la zona «umanitaria» ha spesso significato la stessa fine. L’obiettivo complessivo di questi quasi tre anni di devastazione è l’espulsione della popolazione palestinese dalla propria terra. Realizzare questo scopo passa per il fare tabula rasa di un’area, desertificarla, distruggendone le condizioni d’esistenza: l’ungrounding.
Assieme alla retorica sull’avvertimento dei bombardamenti tramite volantini, per difendersi dalle accuse di attaccare deliberatamente civili e infrastrutture, l’Idf ha sempre usato la scusa dei tunnel sotterranei.
Weizman ripercorre così la loro storia. Nati al confine con l’Egitto nel 1982 per trasportare cibo, lettere e oggetti, con la prima Intifada i tunnel assumono un ruolo strategico-politico e infine ne incarnano uno bellico con la seconda. Grazie a loro, dopo la metà degli anni ’90, Rafah e la zona Sud della Striscia ebbero un relativo sviluppo economico. I passaggi si svilupparono in particolare dopo il blocco imposto a Gaza nel 2007, al punto da creare una bolla speculativa. Al-Sisi distrusse gli imbocchi sul lato egiziano nel 2014. E gli attacchi israeliani a Gaza del 2008, 2014 e 2017 erano volti anche a eliminare i tunnel. A ottobre 2025 ne risultavano distrutti il 20 per cento.
PARALLELAMENTE, anche le tecniche di combattimento israeliane sono cambiate, pervertendo le strategie di guerrilla anticoloniali in postmoderne e letali visioni dello spazio, talvolta giustificate da riferimenti umanitari. Weizman, che interverrà al Festival di Mantova domenica (ore 10, Aula magna dell’Università, in dialogo con Nicolò Porcelluzzi) se ne è già occupato in Il minore dei mali possibili (Nottetempo 2013). Con Forensic Architecture, fondato nel 2010 all’Università di Goldmisth di Londra, da tempo ricostruisce, servendosi dell’incrocio di diverse tecniche e discipline, le forme di violenza statali in vari contesti, dal Guatemala all’Ucraina. Il gruppo di ricerca ha collaborato con il team legale sudafricano nel caso presso la Corte Internazionale di Giustizia. Nel volume, oltre a realizzare una raggelante cronaca del genocidio, Weizman ritorna su episodi specifici come l’omicidio dei paramedici palestinesi, fino alle stragi presso i punti di distribuzione del cibo.
LO STUDIOSO racconta inoltre la trasformazione architettonica e geografica dell’area di Gaza e dei suoi confini sin da prima della Nakba, nonché la funzione che le infrastrutture civili dei kibbutzim e dei moshav hanno svolto nella sorveglianza della popolazione palestinese. Weizman ripercorre così anche la storia dell’area in cui sorgevano alcuni dei kibbutzim attaccati il 7 ottobre. Le terre fertili dove sorgeva il paese di Ma’in Abu Sitta un tempo appartenevano alla famiglia di Salman Abu Sitta – di cui si può leggere La mappa del mio ritorno. Memoria palestinese (Edizioni Q, 2020). I coloni hanno cancellato le tracce di quel luogo: mettere radici coincide con la cancellazione delle tracce dell’identità altrui.
IL RICCO LAVORO di Weizman mostra la lunga storia del colonialismo israeliano – speriamo senza futuro. A tratti, per quanto sottolinei che non si debbano ammazzare civili disarmati, rischia di sfumare nella responsabilità coloniale la distinzione tra civile e combattente, che appunto definisce «labile». Anche il riconoscimento della probabilità delle violenze sessuali finisce in nota, mentre ampio spazio è dato all’auto-uccisione dei civili da parte dell’esercito israeliano, secondo la dottrina Annibale. D’altronde Weizman, nato a Haifa, in parte comprensibilmente, scrive di aver perso la speranza in un futuro comune.
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