ORA PRONOBIS. PERCHÈ CI SERVE LA MADONNA PER CAPIRE NOI STESSI E LA SINISTRA ITALIANA da LA FIONDA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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ORA PRONOBIS. PERCHÈ CI SERVE LA MADONNA PER CAPIRE NOI STESSI E LA SINISTRA ITALIANA da LA FIONDA

Ora pronobis. Perché ci serve la Madonna per capire noi stessi e la sinistra italiana


Silvano Poli   7 Settembre 2026 

Nel 1994 Diana Duyser di Hollywood, Florida, una mattina si alza e, come ogni giorno, si prepara un toast al formaggio. D’un tratto, dopo un solo boccone, si ferma: sulla crosta ha riconosciuto il volto della Vergine. Lo conserva per quasi dieci anni in una teca di plexiglass e, a conferma dell’eccezionalità del farinaceo, non ammuffisce mai, rafforzando nei fedeli la convinzione della santità dell’evento. Alla fine, lo metterà all’asta e lo venderà per ventottomila dollari – al proprietario di un casinò[1]. La storia di Diana Duyser è probabilmente il più celebre caso di pareidolia – il meccanismo per cui l’apparato percettivo, messo davanti ad una forma o al rumore, produce comunque una figura. Il cervello umano teme il vuoto (horror vacui) e preferisce un volto inesistente alla confusione dell’informe. Non si tratta di preferenza o di difetto di taratura, ma di una semplice regola di funzionamento: davanti a ciò che non ha faccia, la faccia la fabbrichiamo noi. Vale per le nuvole, per le macchie di umidità sui muri, per i crateri lunari e, purtroppo, anche per il modo in cui questo paese, da vent’anni buoni, continua a guardare il Partito Democratico. Del dibattito che ci ha occupati per tutta l’estate – la fine del cd. woke 1 ed il conseguente riposizionamento di chi credeva di aver individuato il cuore del patriarcato in una desinenza e di chi nella medesima desinenza ha creduto di scorgere la panacea ai problemi della sinistra – è necessario occuparci dopo attenta riflessione: è materia che merita spazio. Riavvolgendo il filo di Arianna, prima dovrebbe interessarci ciò che quel chiasso ha coperto, e che è molto più semplice e molto meno consolante.

Non dimentichiamo che, dentro il rumore che nessuno vuole fissare, la struttura lavora. Lo fa senza volto perché di volto non ha bisogno. Lavora per eterogenesi dei fini e si regge sulla certezza che coloro che condividono le medesime immagini di mondo (neuroscientifica validazione della vecchia e filosofica ideologia) perpetueranno un sistema che mantiene e sostiene il loro privilegio. Grazie a questa malcelata comunità d’intenti, questa linea di azione non ha bisogno di un congresso, di comunicati, di un padrone fotografabile da mettere in copertina. Le regole di bilancio, quelle che stabiliscono con precisione contabile quanto un governo eletto potrà spendere per tenere aperto un pronto soccorso sono più che sufficienti. Un sistema che si ingrassa di una percentuale di prodotto interno lordo destinata al riarmo che nessun elettorato in Europa ha mai votato; che riesce a far esaltare a mezzo stampa un contratto rinnovato dopo anni di attesa e con recuperi inferiori all’inflazione – in un paese in cui la retribuzione oraria reale sta più o meno dove stava alla caduta del Muro. Che monopolizza ogni concetto blaterando di «maggiore produttività», nonostante questa litania sia nata quando le circolari si facevano con il ciclostile, mentre oggi c’è l’abbonamento aziendale a ChatGPT. Il punto, purtroppo, è che nessuno di questi passaggi possiede una fisionomia: si tratta di prassi che abbiamo spersonalizzato a procedure, allegati tecnici, comunicati di due righe firmati da nessuno. Sono, letteralmente, senza faccia. E siccome noi, o almeno il nostro cervello, la faccia la pretendiamo, ce la costruiamo dove ci riesce più comodo: nei leader, nelle gaffe, nelle dichiarazioni serali, e soprattutto in un partito a cui continuiamo ad attribuire una natura che non ha mai avuto. La pareidolia, insomma, non è la nostra ingenuità: è la forma del sintomo che si ripete e che ritorna come manifesto del rimosso.

Per una volta, tuttavia, la frase che innesca questa riflessione, e che merita davvero di essere letta e commentata, non arriva da un campus americano. Nella sua semplicità disarmante, il cantore della verità è Stefano Bonaccini. Parafrasi del suo contraddittorio intervento: la parte istruita del paese vota per noi (scrivere sinistra e PD nella stessa frase appare come errore in blu), mentre il voto della destra è frutto della restante massa ignorante[2]. Ne è seguito il classico rituale offeso nei confronti della spudorata superiorità invocata – indignazione, repliche, distinguo e il consueto corteo di «non è questo che voleva dire». Il tratto più affascinante è che, anche se Bonaccini non lo sa, egli ha, innanzitutto, detto esattamente quello che andava detto; inoltre, ha ragione. Non si tratta di supportare una supposta superiorità morale del PD – insostenibile da un lato, impensabile dall’altro – ma di nuda realtà. Per quanto riguarda il secondo punto, basta rifarsi al semplice voto, ai flussi elettorali e ai sondaggi: è palese che la periferia presenti tassi di istruzione e reddito inferiore ai centri e ai capoluoghi. Ma, allora perché questo è esattamente quello che andava detto? Perché non cercare nuovi voti in vista delle elezioni della prossima primavera? Per rispondere a questa domanda non basta servirsi dei dati comuni: questo spiega bene perché nessuno degli innumerevoli analisti che affollano questo paese arrivi a capirlo. Più che leggere tabelle e statistiche, sono gli outcome effettivi e i rapporti di potere a dimostrare come le parole di Bonaccini sono sempre necessarie. Il problema non è davvero ciò che ha detto, quanto, come sempre, il tono. Non quello di chi confessa uno stato di cose, bensì quello di chi comunica un privilegio con svagata nonchalance. Ma il vero problema è stato semmai nelle orecchie di coloro che quel messaggio l’hanno sentito. Uso il verbo sentire e non ascoltare perché la risposta immediata che ci si è precipitati a dare dimostra che nessuno ha perso neppure un secondo a riflettere. Per «qualche motivo» (scontato), non appena il Partito Democratico parla, una presunta maggioranza democratica si sente in dovere di rispondere all’appello. E la considerazione immediata è sempre la stessa – non richiesta e non necessaria – disamina di cosa sia accaduto, di cosa dovrebbe fare la «sinistra» per recuperare il voto “ignorante”, operaio e periferico, dichiarato perduto (dunque implicitamente un tempo posseduto). Nessuno si ferma mai ad ascoltare e anche a ringraziare Bonaccini per la sua onestà: al di là del tono, con una sola frase sull’altro egli è riuscito a spiegare di sé e del suo partito più di quanto abbiano fatto quindici anni di congressi e migliaia di pagine di analisi.

Il meccanismo è infatti quello del feedback positivo: è la presunta e rivendicata superiorità morale di coloro che si sentono chiamati in causa – il popolo della sinistra – ad alimentare quella degli esponenti di partito e viceversa. Una foresta di diti alzati che, refrattari alla realtà, spiegano cosa sarebbe buono e giusto fare. Invece, piuttosto che fornire l’ennesima inconsistente soluzione, suggerisco di prendere sul serio le parole espresse e di ragionare sulla realtà. Proviamo, allora, a sovvertire la domanda: non cosa dovrebbe fare il PD per recuperare i voti di cui parla Bonaccini, ma, piuttosto, chiedersi perché li dovrebbe volere (recuperare). Ragioniamo male, e continuiamo a dare per scontato che il manovale con la terza media, la cuoca della mensa con il diploma alberghiero e il saldatore uscito dall’Ipsia, astenuti o inclini a destra, siano un obiettivo elettorale per un partito. Non guardiamo, però, le cose dal punto di vista pragmatico e calcolatore di un attore politico che, insieme, ai suoi colleghi, forma oggi l’essenza dei partiti. Spariti i partiti di massa e i loro militanti sono rimasti solo i dirigenti, i membri di apparato. Cosa farsene dei ceti popolari che votano a destra? In primo luogo, al di là delle romantiche fantasie Novecentesche, non sono proletari in attesa dell’avanguardia, ma elettori. I flussi di voto e la storia politica dei partiti populisti degli ultimi 15 anni mostrano che si spostano in massa (o in branchi). Sono volubili e passano il loro tempo senza impegnarsi in maniera continuativa, si astengono per rabbia e rientrano per paura. Ma, soprattutto, vanno foraggiati: non di parole, ma di politiche pubbliche spot. Che si chiami condono, flat tax, reddito di cittadinanza ecc., agli occhi di un candidato nazionale, i ceti cenciosi di periferia e le loro richieste necessitano almeno di una proposta d’impatto mediatico che si faccia slogan. Si tratta di politiche che costano caro in un contesto di risorse scarse. Nonostante questo, però, il conto vero arriverebbe dopo, quando, nel bene e nel male qualcosa delle promesse dev’esser portato a casa. Anche ammesso che questo incredibile cambio di passo avvenga, nel lungo periodo la vicenda rischia di protrarsi pericolosamente e addirittura peggiorare. Questo perché un partito con un retaggio di sinistra che si impegna in politiche pubbliche redistributive, e che ha successo, innesca un pericoloso precedente che si autoalimenta. Quei voti, una volta mobilitati, vanno tenuti; e per tenerli non basta una tornata di comizi nei quartieri. Servirebbe allora un sistema di protezione sociale che restituisca a quelle persone qualcosa di tangibile e, soprattutto, continuo: sanità senza liste d’attesa, una politica abitativa decennale, un’idea di trasporto pubblico ecologico, un nuovo sistema per l’adeguamento del salario. Ma il prezzo da pagare per tutto questo è né più né meno quello di finire a litigare con gli altri, quelli che i soldi li danno in prestito e che “suggeriscono” che loro li metterebbero altrove. Serve cioè, con precisione millimetrica, ciò che il quadro fiscale dentro cui il PD ha scelto di garantire non consente – e, nella sua ortodossia, non deve consentire.

Un partito che ha fatto della compatibilità europea la propria ragione di vita non può promettere una spesa sociale che quella compatibilità esclude; e siccome non può promettere non può mantenere, e siccome non può mantenere non può fidelizzare. L’elettore volubile – che non è certo volubile per vezzo o indole – deve restare tale. Nella speranza che un giorno si stanchi di essere volubile e smetta definitivamente di votare come tanti altri. Il punto cruciale, infatti, è che il PD il suo elettorato lo ha e gli piace da morire. L’elettorato che il PD ha conservato non è solo colto, dei centri città e occupato in settori ad alto valore (o più spesso ad alta rendita). La sua caratteristica vitale è di essere antropologicamente il contrario dell’elettore volubile o astenuto: stabile, fidelizzato, ideologizzato, solo apparentemente critico, capace di votare per identità anche quando è scontento e capace di continuare a farlo per quasi due decenni. Sia ben chiaro si tratta di un bacino di voti insufficiente a vincere le elezioni. Ma, come per quanto riguarda la conquista degli elettori, ragioniamo male e in modo ingenuo se pensiamo che ogni partito voglia vincere le elezioni. In primo luogo, perché, sebbene insufficiente a governare, il ca. 20% dei voti che si porta a casa con il minimo indispensabile è più che sufficiente a restare indispensabile: a conti fatti, si tratta di una soluzione assai più comoda. Inoltre, al di là degli slogan e della presunta democrazia, il principale motivo per cui un partito vuole vincere le elezioni e l’occupazione dei posti di potere al governo e, soprattutto, in quello che un tempo si chiamava il “sottogoverno”. In virtù della sua genesi e dei suoi antenati, il PD è il soggetto forse meno preoccupato su questo profilo. Oltre ad essere serafico e acquiescente, l’elettore tipo del PD presenta filiazioni con il sistema primo repubblicano e, perciò una capacità di ramificazioni nel sottobosco governativo invidiabile. Si tratta di operatori e dirigenti della pubblica amministrazione centrale e locale, di pezzi delle aziende sanitarie regionali, fondazioni; funzionari e tecnici dei ministeri, membri della magistratura, cospicui pezzi di editoria; quadri e capi di partecipate, authority, consorzi, gestori di partenariati pubblico-privato, membri di consigli d’amministrazione delle municipalizzate. Una capacità inscalfibile e difficile da contestare di fornire classe dirigente alle aziende di Stato, agli enti di ricerca, alle università e ai centri studi che poi confezionano i dossier su cui il decisore deciderà. La maggior parte delle analisi mancano il bersaglio e peccano dello stesso pressapochismo dei partiti populisti di destra quando blaterano di Soros, ONG ecc.: guardano in alto. Il punto, è che si inveisce per smascherare le posizioni apicali – il presidente, il direttore generale, il rettore – convinti (stupidamente) che il potere di un apparato si misuri sulla punta. I veri soggetti del potere sono più in basso: una schiera diffusa di quadri intermedi, funzionari, dirigenti di secondo livello, primari e direttori di distretto, responsabili di area, coordinatori di consorzio, presidenti di piccole partecipate, docenti universitari di II fascia, magistrati, professionisti che campano di incarichi pubblici e piccole aziende che vivono di bandi sotto il livello della gara d’appalto. Non sono i potenti del telegiornale della sera. Sono coloro che ogni giorno, nella vostra città, esercitano il potere che vi riguardi davvero: coloro a cui viene offerto il caffè al bar mentre decidono se il vostro reparto chiude o meno per poi scaricare le colpe sugli “ordini dall’alto”; che decidono se e come l’appalto va a quale cooperativa; che sindacano se il bando è scritto in modo corretto, ossia in modo che possa vincerlo qualcuno che conoscete di vista. Qui si tocca il nervo scoperto di un paese fatto di città come l’Italia e, per questo, inevitabilmente tutto di provincia. Una piccola ma grande provincia in cui le vecchie “professioni borghesi e liberali” non sono un’astrazione sociologica, ma hanno un nome, un cognome e, come detto, un bar in cui vanno a fare colazione. Al livello locale, quell’apparato senza volto un volto ce l’ha ed è l’unico volto del potere che la maggioranza degli italiani incontra nella vita reale. Da qui nasce il curioso effetto scopico che caratterizza il PD: visto da Roma, un partito in perenne declino, che perde le elezioni e che deve per forza recuperare voti; visto da Vigevano, da Pistoia o da Potenza, sembra ciò che effettivamente è: il modo di stare al mondo di un intero ceto. 

Questo ci porta ad un altro punto, ossia alla struttura ideologica condivisa del partito. Non è raro imbattersi in qualcuno che ci ricorda che il PD è l’ultimo cadavere del partito di massa rimasto in Italia; o, quantomeno, un organismo che ne conserva delle proprietà. Di solito questo tratto viene evocato allo scopo di segnalare una distanza, una differenza qualitativa, con i cd. partiti catch all o con i cartellizzati partiti della destra populista. Ma tra una casa del popolo chiusa, una sede in cui ora il giovedì si fa il corso di tango ed un circolo ARCI svenduto della ramificazione territoriale non è rimasto nulla. Quello che del partito di massa è rimasto è solo l’affezione ideologica. Infatti, quei quadri, quei parlamentari, quei consiglieri, proprio perché in parte eredi di un partito di massa, un’ideologia ce l’hanno e le sono fedeli e disciplinati come nessun altro gruppo politico. Membri e iscritti conservano un’attitudine al rispetto di precetti comuni ed è indubbio che, perlomeno dal 2011 in poi, quell’ideologia sia il vincolo esterno. Da ca. 15 anni, il PD e i gruppi centristi che da esso si gemmano o che ad esso si legano (in maniera non dissimile al rapporto tra funghi e alberi), svolgono con solerzia e continuità la funzione di fronda di controllo nelle commissioni, di garanzia di ultima istanza sui dossier che non si possono lasciare all’aritmetica parlamentare e di serbatoio per le nomine che devono rassicurare Bruxelles, Francoforte e i mercati. Liquidare tutto questo come semplice servilismo è semplicemente sciocco: non si tratta di questo. Si tratta di un comportamento conseguente ad una convinzione sincera, ossia che l’Italia sia un paese strutturalmente incapace di governarsi, un debole che deve essere sostenuto o, al massimo, un folle da legare all’albero maestro europeo per evitare che si getti in mare. Possiamo forse considerare questa come una formazione difensiva conseguenza di un trauma. Il trauma, in questo caso, ha molte date e affonda le radici nella travagliata storia repubblicana italiana. Ma, per i tempi più recenti, possiamo lasciarci alle spalle le stragi e le tragedie e concentrarci su due eventi. Il primo è il 1992: la lira che esce dallo Sme, il prelievo notturno sui conti correnti, la sensazione – vissuta da una generazione di dirigenti e quadri come un’esperienza fisica, non come una lettura di giornale – che il paese stesse per fallire. La seconda è, naturalmente, il 2011: lo spread trasformato in bollettino serale, un governo che cade senza elezioni, la letterina di Francoforte e lo spettro della Grecia. Da buoni italiani, non abbiamo mai realmente collettivamente simbolizzato e traversato questi due episodi. Sono rimasti lì, non digeriti, come una catastrofe che è quasi avvenuta e che perciò, nella logica del fantasma, sta sempre per avvenire di nuovo. Ne è uscita la struttura mentale di un’intera classe dirigente, che non può dire «abbiamo sbagliato in queste cose e ne rispondiamo», ma «siamo per natura sull’orlo del baratro, e chiunque proponga di allontanarsene con le proprie gambe è un irresponsabile». Portato più evidente di questo processo forzoso è la ratifica del pareggio di bilancio in costituzione nel pieno della crisi – uno dei pochissimi paesi ad aver acconsentito alla propria evirazione finanziaria. Al di là del trauma, bisogna anche considerare che si tratta di una posizione comodissima per quella classe dirigente, che le permette di convertire una responsabilità storica in un difetto antropologico – che, come noto, non è imputabile a nessuno. Il rimosso, però, il conto lo presenta lo stesso e lo fa in forma ironica. Coloro che si mettono a servizio dell’Europa per sorvegliare l’Italia sono in larghissima parte gli stessi che hanno amministrato le privatizzazioni, smontato l’apparato industriale pubblico e prodotto la traiettoria di debito che oggi esibiscono come prova della nostra incapacità. Non penso si tratti di ipocrisia – sarebbe troppo semplice: l’ipocrita sa quello che fa. Si tratta piuttosto di un ritorno del rimosso collettivo che continua a reprimere: una colpa che torna, ma che può essere travestita e ignorata grazie al colorito ritratto del carattere nazionale. D’altronde, in questa veste un po’ folkloristica un po’ triste, può essere confessata ogni sera in televisione senza che nessuno debba mai pagarla. A garanzia di impunità vi è ovviamente il Quirinale, che intrattiene una special relationship con molti dei vertici dei partiti centristi e del PD. A partire dal regno di Giorgio I, e poi con la rielezione di Mattarella, il capo dello Stato intrattiene una relazione incestuosa con una parte di coloro che dovrebbe invece osservare con distacco e terzietà. E, al tempo stesso, moderati e liberali vari, vedono in lui il capo corrente di un partito ombra che dimora nelle commissioni, al dipartimento affari giuridici e nei ministeri.

Per tutti questi motivi, resta allora però la domanda che dovrebbe interessarci di più, quella che riguarda noi e non loro. Se tutto questo è visibile – ed è visibile da almeno 15 anni –, se per sapere oggi non serve ricorrere ad archivi riservati, ma bastano verbali, dichiarazione e voti in aula – perché continuiamo a discutere del Partito Democratico come di un grande partito socialdemocratico “momentaneamente” smarrito? Perché non riusciamo a frenare la nostra necessità di dirgli cosa fare ogni volta che un dirigente ci dice con chiarezza cosa fa, cosa crede, chi rappresenta. Perché dopo le prime tre parole la nostra reazione non è ascoltare e capire – «grazie per l’informazione» – ma l’avvio di un nuovo ciclo di proposte di banchetti e riflessioni, di consigli non richiesti su come tornare in periferia? La risposta sgradevole e inconfessabile è che quel dibattito, i cesti di parole che depositiamo su social e media non parlano del PD, ma parlano di noi: è il sintomo di un ampio pezzo di Italia. Una coazione a ripetere che si rinnova con puntualità stagionale e che ha la funzione, come tutti i sintomi, di procurare una soddisfazione mascherata da lamento. Continuare a chiedere al PD di tornare ciò che avrebbe dovuto essere ci risparmia la fatica di ammettere che non lo è mai stato, non lo è e non lo sarà mai; ci risparmia la vergogna di essere i protagonisti di un infinito film di Nanni Moretti: inefficaci, imbelli, lamentosi, pigri, ancora ingiustamente privilegiati e, in fondo, rassegnati e un po’ soddisfatti dello status quo. Ma, soprattutto, ci risparmia la fatica di dover ammettere che se il PD non è mai stato, neppure per un secondo, quello che credevamo allora siamo, innanzitutto, molto meno intelligenti di quanto ci diciamo (e ce lo diciamo continuamente); e, soprattutto che allora tocca a qualcun altro costruire quello che vogliamo. Al contrario di Bonaccini e della sua schietta onestà, noi ci guardiamo bene dal capire il nostro sintomo e la sua continua manifestazione sotto forma di insoddisfazione o insopportabile lezione morale. Così ci tappiamo le orecchie e gli occhi per non vedere le parole, i voti, le nomine, i programmi, i risultati: una granitica coerenza ventennale su temi decisivi come vincolo europeo, privatizzazioni, questione ambientale e oggi anche riarmo e guerra. Una coerenza che un partito «confuso» non può avere, semplicemente perché la confusione, in politica, non produce linee stabili. Non c’è allora nulla da interpretare: c’è solo d’accettare.

Proprio come gli statunitensi anche noi siamo vittima di pareidolia. Qualcuno potrà credere che vedere qualcosa in un partito e comunque più intelligente che vederla in un toast; posso anche concordare. Ma il punto fondamentale è la struttura che opera nel meccanismo, ossia la struttura di una perdita mai avvenuta. In psicoanalisi, il meccanismo della rimozione originaria (Urverdrängung) opera, controintuitivamente, dopo quello della rimozione (Verdrängung). La rimozione originaria è l’operazione fondativa del cammino edipico perché non rimuove un contenuto già dato, ma si configura come una perdita esperita ex post verso qualcosa di innominabile e che, in realtà, non si è mai posseduto (Stavrakakis, 1999). Il compito di questo processo è di produrre attraverso la caduta, di generare quel vuoto che Freud definisce das Ding (la Cosa): l’oggetto perduto mai posseduto la cui perdita «è un effetto della rimozione» (Tarizzo, 2013: 68) che noi inseguiamo e cerchiamo. In altre parole, la pienezza soddisfacente precedente al taglio è un effetto del taglio stesso, non la sua causa; tuttavia, quella pienezza che non è mai esistita riesce comunque a organizzare tutto il desiderio successivo, a fornire la misura di ogni insoddisfazione, a dettare la nostalgia. Una buona parte di noi attende ancora di poter iniziare la sua ricerca, di vederla vivificata attraverso l’accettazione del sintomo. Sintomo che non è altro che il ritorno dell’atto di rimozione in forma diversa, come «metafora» – ossia come significante che si sostituisce al significato mai posseduto – che, sostituendolo, lo rende finalmente leggibile. La sinistra italiana compie con il PD questa operazione nostalgia per continuare a rimuovere. Piange una socialdemocrazia che non c’è mai stata; piange un partito nato 19 anni fa dalla fusione di due tradizioni che avevano già accettato in toto il quadro liberale; concepito nella stagione delle privatizzazioni, cresciuto tra l’Ulivo e la Margherita, imbevuto di pareggio di bilancio, fautore di Jobs Act e di un decennio di governi tecnici sostenuti con entusiasmo sincero. Qui, come spiega Lacan, non c’è mai stata nessuna caduta, per la semplice ragione che non c’è mai stata l’altezza. È solo poiché la pienezza è retroattiva che ogni sconfitta viene letta come sviamento anziché come coerenza e ogni dichiarazione come gaffe o errore anziché come programma. È un dispositivo rassicurante: finché si tratta di uno smarrimento è pensabile un ritorno e, dunque, si può continuare ad aspettare. Soltanto quando si riuscirà ad accettare ed ammettere che non c’è nulla da ritrovare sarà possibile superare l’angoscia nell’unico modo efficace: attraverso il fare – faccenda molto più faticosa, ma più soddisfacente.

Diana Duyser, in fondo, non ha ingannato nessuno: il toast ce l’aveva davvero, e chi lo ha comprato sapeva benissimo di comprare del pane bruciato. L’unica cosa che in tutta la storia non è mai esistita è la Vergine; e nondimeno, per dieci anni, quel volto ha riempito una teca, organizzato una devozione e un’attesa e, infine, una discreta vendita. Oggi noi continuiamo a fare lo stesso e con assai minor costrutto – visto che non abbiamo nemmeno incassato i soldi della vendita come Diana. Come gli adepti, continuiamo a fissare l’effigie e a pretendere che si comporti da santa, salvo indignarci ogni volta che il pane si ostina a fare il pane. Il primo atto politico che dovremmo compiere è, allora, di una modestia quasi imbarazzante: si tratta di guardare il toast.  Nel nostro caso, riconoscere che quell’apparato non è smarrito ma coerente, non è incapace ma competente, non è in crisi ma perfettamente al proprio posto: che difende interessi che non sono i nostri, visto che li possiamo nominare con precisione e senza dietrologie. Si tratta di accettare che non ha, né avrà mai, alcunché da spartire con chiunque coltivi un’agenda che sia diversa dal vincolo europeo, dallo status quo, dal riarmo e dalle privatizzazioni. Per chiunque voglia giustizia sociale, pace, multilateralismo, rispetto dei diritti, internazionalismo e fine progressiva dell’attuale sistema economico il PD non è una casa comune, ma una casa caduta. Non è una buona notizia, lo riconosco. È però l’unica notizia da cui si possa partire davvero, perché finché continueremo a vedere una faccia dove c’è soltanto una crosta, l’unica cosa che sapremo fare è quella che facciamo da vent’anni: congratularci perché in fin dei conti non è tutta ammuffita.


[1] https://www.bufale.net/un-toast-della-madonna/.

[2] https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/28/gli-ignoranti-votano-a-destra-bonaccini-nella-bufera.-meloni-lo-attacca_89bd6a08-99a9-42b1-85f8-6853d178af0b.html.

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