I FALLIMENTI DELLA DIPLOMAZIA e il “RIARMO NUCLEARE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8619
post-template-default,single,single-post,postid-8619,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

I FALLIMENTI DELLA DIPLOMAZIA e il “RIARMO NUCLEARE” da IL MANIFESTO

Guerra ucraìna, il fallimento della diplomazia istituzionale

 

I margini negoziali c’erano, ma in 15 anni troppe le occasioni perdute. Eppure c’è l’Osce, nata nel ’95 per prevenire questi conflitti. Ora tocca all’iniziativa dal basso dei giovani

Giuseppe Cassini  14/06/2022

Quanti sono i diplomatici nel mondo? Una moltitudine. A loro si chiede di mediare fra contrapposti interessi per prevenire scontri letali tra Stati avversari. Il segreto del successo sta nel capire bene le «ragioni dell’altro» e farle convergere con le «ragioni della pace», prima che la situazione s’incancrenisca e sfoci in conflitto armato. Le diplomazie hanno avuto quindici anni di tempo per capire le frustrazioni della Russia e farle convergere con le ragioni della pace.

CHI ASSISTÉ NEL 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco notò con quale sufficienza i delegati ascoltavano il cahier de doléances presentato da Putin. Il quale, l’anno dopo, venne umiliato a Bucarest dalla disinvolta proposta di George W. Bush di spingere la Nato fino all’Ucraina e alla Georgia, ossia al «ventre molle» della Russia. Fu Obama a tentare un reset con Mosca; ma quando Putin offrì una bozza di Trattato sulla Sicurezza Europea con misure di prevenzione delle crisi, gli venne opposta una fin de non recevoir.

Nel 2014, abbattuto a Kiev il governo filo-russo, il nuovo governo firmò un accordo con l’Ue, accolse tecnici della Nato e decretò l’ucraino unica lingua ufficiale, quasi che il russo non fosse la lingua comune. Intanto Mosca aveva reagito: si riprese senza colpo ferire la Crimea russofona. Quindi fomentò la secessione di due provincie del Donbass a maggioranza russa; una mediazione franco-tedesca provò a placarla con due Protocolli firmati a Minsk (2014 e 2015) che concedevano ampie autonomie al Donbass: mai implementati.

A dicembre scorso Mosca ha proposto alla Nato un pacchetto di Misure di Sicurezza e agli Usa un Trattato sulle Garanzie di Sicurezza. Offerte strumentali, con l’esercito che si stava già schierando, ma averle archiviate è stato l’ennesimo affronto, sfruttato abilmente dal Cremlino. Chi ha incontrato Putin negli ultimi anni è rimasto colpito dalla sua paranoia sull’Ucraina (uno per tutti William Burns, direttore della Cia: «l’ho visto nutrirsi sempre più di un’esplosiva miscela di rancore, ambizione e insicurezza»). L’Ucraina nella Nato – ha scritto Putin in un articolo nel luglio 2021 – «sarebbe come un’arma di distruzione di massa usata contro di noi».

QUANTE SONO STATE in quindici anni le occasioni perdute dalla diplomazia? Tante, troppe, nonostante l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione Europea, l’Osce, nata nel 1995 proprio per prevenire o risolvere controversie come questa. L’Osce è composta di ben 57 Paesi e di un segretariato a Vienna. Dispone di centinaia di diplomatici, a cui andrebbe chiesto come hanno operato per convincere i propri governi a disinnescare quella miccia a lenta combustione. I diplomatici non sono dei passacarte; ci si aspetta che sappiano leggere i segni dei tempi, capire le ragioni dell’avversario e convincere i propri governi a negoziare. I margini negoziali c’erano.

Con qualche sofferto compromesso la soluzione era a portata di mano: 1° neutralità protetta dell’Ucraina; 2° referendum nel Donbass; 3° rinuncia alla Crimea. Si è preferito rinunciare alla pace, in nome di un’autodistruttiva coazione a guerreggiare. Come sempre, la curva dell’orgasmo bellico raggiunge l’acme durante i raid aerei, le incursioni, le avanzate a bandiere spiegate nella certezza di essere accolti da liberatori. Poi le truppe si impantanano in scontri d’usura, imboscate, cadaveri in putrefazione fra le rovine di città in rovina. Inizia la fase calante, scemano i fremiti eroici ed erotici, si insedia uno stato depressivo.

IRONIZZA JEFFREY SACHS, avveduto economista americano: «Che significa “sconfiggere la Russia”? I nostri leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino! Sarebbe meglio far la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin» (Corriere della Sera del 2 maggio). Sachs sa di cosa parla.

Il 7 maggio, mentre Zelensky ammetteva di poter un giorno rinunciare alla Crimea, il Segretario della Nato Stoltenberg proclamava: «L’annessione illegale della Crimea non sarà mai accettata dalla Nato», aggiungendo – bontà sua – che spetterà agli ucraini decidere. A parte il fatto che la parola «mai» non esiste in politica, era bene ribattere che gli europei, abituati da sempre a modifiche di confini, preferiscono salvare la vita degli ucraini piuttosto che la intangibilità delle frontiere (che intangibili non sono mai state).

Col senno di poi c’è da chiedersi: la nostra indifferenza alle richieste di Mosca ha influito sulla sua deriva verso l’autocrazia neo-zarista? Ciò non assolve Putin dai suoi crimini orrendi né la Russia post-sovietica dalla sua incapacità di attrarre i vicini. Tuttavia, non esime l’Occidente dal riflettere sulla propria hubris verso una Russia indebolita, che spende per la difesa 17 (diciassette!) volte meno dei Paesi Nato.

LA RUSSIA FA COMUNQUE parte dell’Europa ed è imprescindibile tendere una mano alla sua gente, in particolare ai giovani – oggi silenziati, quasi fossero sequestrati dietro le mura del Cremlino. Le tecniche moderne offrono ai giovani vari modi di comunicare fra loro messaggi non propagandistici: resistete, alleatevi con i giovani europei contrari alla guerra e alla voragine di spese per armamenti. Se la diplomazia istituzionale ha fallito, proviamo con la people to people diplomacy.

La Federazione Mondiale della Gioventù Democratica vanta al suo attivo 19 Festival della Gioventù: gli ultimi tre a Pretoria (2010), Quito (2013) e Soci (2017) con migliaia di giovani venuti da mezzo mondo. L’Austria, nazione neutrale ed accogliente, potrebbe ospitare il prossimo. Non sembri un’idea velleitaria: immaginiamo pure che Mosca tenterà di appropriarsene politicamente. Ma voi – voi giovani – resterete uniti dal senso di un comune destino: salvare la vostra generazione dai disastri della guerra e dei cambi climatici.

L’occasione mancata di Biden e i nuovi rapporti di forza

VERTICE DELLE AMERICHE. Mai in precedenza erano state rivolte tante e pesanti critiche all’Organizzazione degli stati americani, Osa, il «braccio (ideologicamente) armato» degli Stati uniti

Roberto Livi  14/06/2022

Per il presidente Biden il vertice delle Americhe di Los Angeles è stato, come sostiene un editoriale del quotidiano spagnolo El País, «un’occasione persa» per riaffermare la leadership degli Stati Uniti, capace di dare forza e unità di obiettivi all’ «emisfero occidentale» ( le Americhe). La decisione, per fini di politica interna Usa, di escludere dal vertice Cuba, Venezuela e Nicaragua ha provocato anzi un massimo di critiche e fratture. Oltre i tre esclusi, cinque presidenti latinoamericani e i leader politici di vari paesi caribegni (in tutto in rappresentanza di 200 milioni di persone) non hanno partecipato al vertice di Los Angeles.

E mai in precedenza erano state rivolte tante e pesanti critiche all’Organizzazione degli stati americani, Osa, il «braccio (ideologicamente) armato» degli Stati uniti. Il presidente Messicano Lopez Obrador ne ha chiesto lo scioglimento. Il capo di Stato argentino Fernández ha affermato che un rilancio istituzionale dell’Osa deve passare per l’esclusione dell’attuale direzione politica, in primis del segretario golpista (Bolivia 2019) Luis Almagro.

Su un tema, quello delle migrazioni, Biden ha ottenuto un accordo, sottoscritto dai rappresenanti di 20 paesi – compresi quelli più critici come il Messico e l’Argentina – che prevede un maggiore «filtro» dei paesi terzi ai migranti che premono sui confini statunitensi e una più larga possibilità di attuare respingimenti.

Ma il fatto che la dichiarazione non sia stata siglata sia dai tre paesi del triangolo delle migrazioni – Guatemala, Honduras e San Salvador, i cui presidenti hanno deciso di non partecipare al vertice -, sia da Cuba (nell’ultimo anno si calcola che centomila cubani abbiano tentato di entrare negli Usa), esclusa quest’ultima per non conformarsi ai canoni made in Usa della democrazia, lascia un forte strascico di dubbi sulla reale capacità di attuazione dell’accordo.

Come pure ha suscitato forte scetticismo il contributo deciso dagli Usa per favorire sviluppo, sanità e cura dell’ambiente dei paesi «produttori» di emigrazione: in tutto 314 milioni di dollari, più 25 milioni per finanziare servizi sociali nei Paesi terzi che accolgano emigrati. Un cifra ben poco consistente se paragonata ai 40 mila milioni di dollari votati dal Congresso Usa per armare l’Ucraina. O ai miliardi di dollari di investimenti diretti della Cina in America del Sud e nei Caraibi.

Per i paesi a sud del Rio Bravo il vertice ha rappresentato una nuova e chiara possibilità di esprimere l’esigenza di ottenere una generale revisione dei rapporti interamericani. Non è più tempo di politica delle esclusioni decise da Washington, né del ripristino, voluto da Trump, del della politica neo-coloniale predicata dalla dottrina Monroe. L’America latina, nel suo complesso, percepisce che la guerra in Ucraina e la reazione occidentale nei confronti della Russia ha cambiato i rapporti strategici internazionali, rafforzando il suo potere nei confronti degli Stati Uniti.

Sono soprattutto i leader del progressismo latinoamericano, dal presidente cileno Gabriel Boric, all’argentino Alberto Fernández al peruviano Pedro Castillo, che si sono espressi a favore di una maggiore integrazione del subcontinente, rafforzando le attuali istituzioni, Celac e Mercosur soprattutto, per giungere a ridefinire i rapporti sia col Nord del continente, sia con l’Europa, come ha proposto il presidente messicano López Obrador.

Il continente latinoamericano possiede il 60% della biodiversità del pianeta, il 25% dei boschi tropicali, il 28% della terra atta alla coltivazione, il 20% della capacità idroelettrica ( della quale solo un quinto è stato fino a oggi sfruttato). Si presenta dunque come un cardine della lotta contro il cambiamento climatico. Il che, fornisce un gran vantaggio competitivo in un futuro prossimo in cui le soluzioni basate sulle energie rinnovabili costituiscono le risposte più vantaggiose contro il riscaldamento globale e per generare energie pulite ed alimenti.

Dare materialità all’integrazione latinoamericana – come afferma l’ex presidente boliviano Gíarcía Linera- è una priorità anche per i due candidati alle presidenziali degli schieramenti progressisti, Gustavo Petro in Colombia, e in Brasile, Lula da Silva. Se avranno successo, si assisterà probabilmente a un nuovo corso del progressismo latinoamericano.

«Armi nucleari, adesso il rischio è più alto che nella Guerra fredda»

CORSA AL RIARMO. L’allarme lanciato dall’ultimo rapporto del Sipri: gli Stati «atomici» ampliano l’arsenale. Gli altri si riuniscono la prossima settimana Vienna con la società civile e i pacifisti per frenarli

Francesco Vignarca*  14/06/2022

«Ormai i dati lo dicono chiaramente: è terminata la tendenza alla riduzione degli arsenali nucleari che era in corso dalla fine della guerra fredda».

È QUESTO IL LAPIDARIO (e preoccupato) commento di Hans Kristensen, associate senior fellow del Programma Armi di Distruzione di Massa del SIPRI e direttore del Nuclear Information Project della Federation of American Scientists, nel presentare i dati più aggiornati sulla consistenza delle forze nucleari contenuti nell’Annuario appena pubblicato dall’Istituto di ricerca svedese.

Un allarme direttamente collegabile alla modernizzazione degli arsenali dei nove Paesi (Stati uniti, Russia, Regno unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Nord Corea) che le possiedono segnalata negli ultimi anni: pper tale motivo sebbene il numero totale di testate sia leggermente diminuito tra il 2021 e il 2022 è prevedibile per il prossimo decennio che la tendenza sarà quella di un aumento.

Tra gli «ammodernamenti» in corso vanno ricordate anche le nuove bombe B61-12 che verranno dispiegate in Italia anche per essere utilizzate dagli F-35 della nostra Aeronautica militare.

CIRCA 9.440 TESTATE delle 12.705 esistenti a inizio 2022 si trovavano in condizione di uso potenziale: 3.732 dispiegate con missili e aerei, circa 2mila – quasi tutte appartenenti a Russia o Usa – tenute in stato di massima allerta operativa.

I due Paesi possiedono congiuntamente oltre il 90% di tutte le testate, ma gli altri sette Stati «nucleari» stanno a loro volta sviluppando o dispiegando nuovi sistemi d’arma o ne hanno annunciato l’intenzione.

Ad esempio la Cina è nel mezzo di una sostanziale espansione del proprio arsenale nucleare che, secondo alcune immagini satellitari, comprende tra l’altro la costruzione di oltre 300 nuovi silos missilistici.

TUTTI GLI STATI DOTATI di armi nucleari stanno aumentando o potenziando i loro arsenali e la maggior parte di essi sta intensificando la retorica nucleare e il ruolo che tali armamenti svolgono nelle loro strategie militari.

Senza dimenticare il costo anche finanziario: secondo la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons il mantenimento degli arsenali nucleari costa circa 75 miliardi di dollari all’anno e lo stesso Congresso degli Stati uniti ipotizza un costo complessivo di 634 miliardi di dollari per i soli Usa nel decennio 2021-2030.

«Condivido le preoccupazioni bene esplicitate da Hans Kristensen – sottolinea Daniele Santi, presidente di Senzatomica – Se non saremo in grado di abolire le armi nucleari tutti gli altri temi di cui parliamo (emergenza climatica, democrazia, futuro) non avranno significato. Non avrà senso parlare di diritti civili perché non ci sarà nessuno che potrà goderne: non importa come o per quanto tempo le persone si sforzino di realizzare un mondo o una società migliore, una volta iniziata una guerra nucleare tutto sarà stato inutile. La realtà dell’era nucleare è che tutti siamo costretti a vivere accompagnati costantemente dal peggiore, dal più incomprensibile e assurdo pericolo che si possa immaginare».

DA QUESTA CONSAPEVOLEZZA è nata l’azione della società civile per un disarmo umanitario anche nell’ambito degli arsenali nucleari, con l’ottenimento del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw) votato nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021.

«Senzatomica continuerà a impegnarsi nella mobilitazione “Italia, ripensaci” al fianco di tutti i cittadini e le cittadine italiane per un mondo libero da questa follia – aggiunge Santi – e per tale motivo continuiamo a chiedere anche al governo italiano di partecipare come osservatore alla prima Conferenza degli Stati parte del Tpnw che si terrà a Vienna dal 21 al 23 giugno».

«SAREMO A VIENNA, insieme ai movimenti per il disarmo nucleare, per partecipare alla prima conferenza degli Stati che fanno parte del Tpnw in un momento storico unico – fa eco Lisa Clark, co-presidente dell’International Peace Bureau e responsabile del disarmo nucleare per Rete Italiana Pace e Disarmo – Abbiamo sempre detto che le armi nucleari devono essere messe al bando in quanto rappresentano, insieme ai cambiamenti climatici, la principale crisi esistenziale per l’umanità e il pianeta. Purtroppo con le minacce del presidente Putin del febbraio scorso e con la diffusione dei dati del SIPRI di questi giorni, la discussione su come impedire la catastrofe ha assunto un ruolo di primo piano anche per l’opinione pubblica in generale. La buona notizia è che, con le società civili di tutto il mondo allertate contro il pericolo nucleare, siamo fiduciosi di convincere i governi nazionali a impegnarsi concretamente per liberare l’umanità da questa minaccia».

Un percorso che dovrà avere come primo obiettivo lo stop all’allargamento degli arsenali nucleari.

*Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.